Il Medioevo torna a scuola. Vietato l’uso dei telefonini in classe

Parto da una frase laterale ma significativa del documento inviato dal ministro a tutte le scuole. È una frase presa dallo Statuto degli Studenti e delle Studentesse che viene emanato dal Presidente della Repubblica dopo un confronto tra ministero e rappresentanti delle Consulte provinciali:

“L’uso del cellulare e di altri dispositivi elettronici rappresenta un elemento di distrazione sia per chi lo usa che per i compagni, oltre che una grave mancanza di rispetto per il docente (…)”

Ne consegue che se, mentre il docente spiega, lo studente cerca in velocità sul proprio telefonino una formula o un vocabolo che non ha capito e, con la tecnica dell’attenzione divisa, continua a seguire la lezione, non sta rispettando il,suo professore e si sta distraendo.

In un convegno di qualche anno, a Montesilvano, in provincia di Pescara, l’allora presidente dell’Indire (Istituto nazionale di documentazione innovazione e ricerca educativa), Giovanni Biondi, aprì il suo intervento con queste parole:

“Quando ero io uno studente, si studiava nel silenzio assoluto, spesso in biblioteca, e sul tavolo c’erano solo libri e quaderni. Oggi mio figlio studia con il pc e il telefonino aperti su diverse finestre, con gli auricolari alle orecchie per la musica di sottofondo… prende tranta e lode agli esami di medicina. Posso dirgli che ciò che fa è sbagliato?”

Queste parole furono pronunciate almeno quindici anni fa da chi, esperto del settore, si poneva umilmente allo studio di un fenomeno nuovo, senza pontificare né decretare.

Oggi invece, nel 2022, con documento ministeriale, si fa divieto all’uso dei telefonini in classe, se non previa autorizzazione dei docenti.

Il documento insiste nel definire il cellulare uno strumento di distrazione. Ma… nel cellulare c’è il mondo… come nei libri e nella testa dei ragazzi. Vogliamo allora proibire anche l’uso dei libri a scuola? Lo studente potrebbe perdersi in quello di Scienze mentre il prof di Italiano parla di Leopardi. Oppure potremmo vietare di piantare siepi nei pressi delle scuole. Lo studente, così come Leopardi, potrebbe non riuscire a guardare oltre e di conseguenza immaginare spazi interminati, silenzi sovrumani, l’infinito e, dunque, distrarsi dalla spiegazione di matematica.

Potremmo addirittura vietare la fantasia… gli studenti potrebbero figurarsi un bacio al ragazzo o alla ragazza di cui sono innamorati mentre la prof di Inglese parla di Shakespeare.

Il documento del ministro basa la sua scientificità su una indagine del Senato in cui si afferma che scienziati di fama hanno riferito ai senatori che: “Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi muscolo-scheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza, alienazione, depressione, irascibilità, aggressività, insonnia, insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la progressiva perdita di facoltà mentali essenziali, le facoltà che per millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo intelligenza: la capacità di concentrazione, la memoria, lo spirito critico, l’adattabilità, la capacità dialettica… Sono gli effetti che l’uso, che nella maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso, di smartphone e videogiochi produce sui più giovani. Niente di diverso dalla cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche e psicologiche”.

Tutto ciò viene affermato, considerando i disturbi dei giovani soprattutto nei paesi asiatici: hikikomori ecc.

Si tenga presente che non ci sono dati sul fenomeno degli hikimori in Italia. Gli hikimori sono i ragazzi che si isolano per rimanere incollati ai loro aggeggi digitali. Forse sono circa 50.000. Gli adolescenti depressi sono invece 800.000. Mentre sono tre milioni gli adolescenti bulimici. Vogliamo vietare anche i pensieri tristi e pessimisti o la vendita del cibo?

Invece di mettere in atto politiche specifiche, con l’obiettivo di evitare un uso sconsiderato dello strumento digitale, se ne vieta l’uso a scuola, dove invece i ragazzi potrebbero imparare a usarlo. E li si lascia soli al pomeriggio, delegando alle famiglie e dando sostegno alle stesse per qualche eventuale altro divieto.

Gli studenti si distraevano anche nelle epoche precedenti a quella digitale. Lo facevano con giochi (tris, nomi cose città, batttaglia navale ecc.) che si svolgevano sui fogli strappati dai quaderni. Nessuno ha mai immaginato di vietare l’utilizzo della carta.

Anche il coltello (neutro, come ogni altro strumento) può essere usato in cucina e per uccidere. Nessuno ha mai pensato di vietarne l’uso e costringere le persone pacifiche a mangiare la carne a morsi.

Anche nel passaggio dai rotoli di pergamena e papiro alla carta, qualcuno avrà trovato problemi di adattamento al cambiamento perché si leggeva spesso in piedi e, con il nuovo sistema, si diventava sedentari… Nessuno ha mai pensato di vietare l’uso della carta e dei codici nella forma che oggi hanno i nostri libri.

Nel documento del Senato, così tanto tenuto in considerazione dal ministro, si raccomanda addirittura di “incoraggiare, nelle scuole, la lettura su carta e la scrittura a mano”. Anche gli aedi dell’antica Grecia mandavano a memoria interi poemi epici… Lo facevano perché non sapevano scrivere o perché non c’era gente capace di leggere. Quando, però, la scrittura si è diffusa maggiormente, l’Iliade e l’Odissea sono state messe per iscritto e nessuno si è sentito obbligato a mandare a memoria migliaia di versi solo per il gusto di farlo. O di esercitare la memoria… La memoria può essere esercitata in tanti altri modi, molto più utili. Altrimenti vietiamo le rubriche ai nostri telefonini e mandiamo a memoria i numeri telefonici di amici e parenti come facevamo prima del cellulare. O i divieti valgono solo per i ragazzi?

Sapete come si cocnlude l’indagine del Senato della Repubblica a cui fa riferimento il ministro per dare forza al suo divieto? Volete davvero saperlo? Si conclude così:
“Giovani schiavi resi drogati e decerebrati: gli studenti italiani. I nostri figli, i nostri nipoti. In una parola, il nostro futuro”.

Del senatore Cangini, relatore di tale documento, Wikipedia dice che “A marzo 2022 hanno fatto scalpore alcune sue dichiarazioni in diretta sul canale Rai 1 e sui suoi profili social riguardo all’impatto dei social, dei videogiochi e della tecnologia in generale sui giovani e sulla popolazione, in particolare ha affermato che i videogiochi sono “paragonabili alla cocaina” e che per chi ne faccia uso “non può che degenerare in abuso”. Durante la trasmissione il senatore ha accennato al suo libro pubblicizzandolo”. Il resto del curriculum leggetelo voi per capire la scienza e le competenze specifiche su cui poggia la sua decisione il ministro.

Da questo documento, infatti, il ministro parte per vietare l’uso dei telefonini in classe. E lo fa sottolineando la necessità del recupero di autorevolezza per quanto riguarda la figura dell’insegnante. Come se la stima di un docente potesse essere ottenuta con l’imposizione o con il divieto.

Quando i docenti interessano, stimolano, affascinano… quando hanno la velocità di una vela e la lentezza di una tartaruga, quando sanno contemperare alla necessità di approfondimento pur rimanendo nella contemporaneità così veloce che viviamo, non c’è telefonino che tenga. Quando il docente è noioso, invece, lo studente si distrae persino con la gomma in cima alla matita perché può essere immaginata come il gelato in cima al cono… vogliamo proibire anche l’uso della matita?

Come si fa a vietare l’uso di uno strumento così utile? Il cellulare è uno strumento straordinario. Permette di essere dappertutto in ogni momento, di avere librerie e musica, immagini e video, testimonianze dirette… Magari l’avessero avuto Socrate e Platone o i retori dell’antica Grecia; magari fosse stato in possesso degli umanisti e degli accademici fiorentini… non l’avrebbero sicuramente proibito. Avrebbero trovato il modo di rendere ancora più interessanti le loro lezioni.

Nel 2022, invece, accade che si decreti il ritorno al Medioevo. Invece di puntare e di investire sulla formazione VERA dei docenti – che solo in questo modo sarebbero felici e non impauriti di vedere i loro studenti “armati” di telefonino -, invece di rendere i docenti capaci di gestire il cambiamento… si decide di vietare, di rimanere fermi alla carta. Si incoraggia il cartaceo mentre le edicole non esistono più e le librerie chiuderanno nel giro di vent’anni.

E lo si fa con documenti che parlano di “irrogazione di sanzioni disciplinari, dovere di vigilanza e di corresponsabilità dei genitori e dei docenti”. Divieti, sanzioni, disciplina, vigilanza…

“Eppur si muove” verrebbe da dire…

Giovanni Petta72 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017), «Cinque» (2017) e «Terra» (2021) ; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

2 Comments

  • Claudia Reply

    7 Gennaio 2023 at 16:50

    Con tutto il rispetto.
    Sono un’insegnante non avversa alla tecnologia. In media, anzi, sono molto più consapevole e abituata io all’uso UTILE delle ITC di quanto lo siano in media i miei studenti. Non uso i social, ma lavoro quasi esclusivamente con il pc, faccio quasi tutte le mie commissioni online, frequento YouTube quotidianamente… E in generale so come attivare un account, come risolvere problemi di connessione, scaricare e caricare files, scaricare e aggiornare app. Il tutto cercando di evitare furti di dati.
    MA sono tra quelli che ritiene i ecllulari fondamentalmente una distrazione DURANTE la lezione. Perché LO SONO, e il suddetto “metodo dell’attenzione divisa” è un’idiozia dimostrata falsa da numerosissimi studi: il nostro cevello semplicemente NON PUO’ prestare completa attenzione a due cose contemporaneamente: uno dei due compiti deve essere necessariamente qualcosa di meccanico che non richiede una veraa ttenzione cosciente. Uno studente NON PUO’ concentrarsi sulla lezione, e allo stesso tempo cercare spiegazioni online. Se uno studente ha bisogno di spiegazioni, la cosa migliore che può fare è alzare la mano e chiederla all’insegnante, che almeno a quel punto si fermerà (mentre nell’altro caso continuerebbe la lezione).
    Inoltre, DAVVERO lei è così ingenuo da pensare che gli alunni che usano il cellulare in classe lo usino per cercare spiegazioni alla lezione? SUL SERIO? Sappiamo tutti benissimo che il modo principale con cui gli alunni usano il cellulare in classe è per scambiare messaggi o guardare i social. Ovvero DISTRARSI dall’argomento della lezione. E sono d’accordo che gli studenti si sono sempre distratti anche con una matita, ma la particolare capacità degli smartphone è di farti distrarre dandoti l’IMPRESSIONE di star facendo qualcosa. Parlo per esperienza: quante volte anche noi adulti ci mettiamo a guardare video, scrollare lo stream di un social o scambiare messaggi e non ci accorgiamo del tempo che passa? Quindi il cellulare permette ad un alunno di non accorgersi nemmeno di essersi distratto PER TUTTA L’ORA DI LEZIONE, cosa che non riuscirebbe a fare guardando fuori dalla finestra o scarabocchiando con la matita su un foglio.
    Infine, sono tra quegli insegnanti che trovano l’uso di un cellulare (ma anche leggere un libro, studiare un’altra materia, fare i disegnini, ecc.) durante la propria lezione una profonda mancanza di rispetto. Quando io faccio lezione, sto PARLANDO AI MIEI STUDENTI. Non sto parlando per il gusto di ascoltare la mia voce. Voglio vedere le loro facce e i loro occhi. Voglio che RISPONDANO. E usare il cellulare mentre qualcuno vuole parlare con te è estremamente maleducato. Puro e semplice.

    • Giovanni Petta Reply

      12 Gennaio 2023 at 11:18

      Gentilissima Claudia,

      per convincermi a cambiare la mia opinione sull’argomento, dovrebbe elencarmi gli studi che affermano che l’attenzione divisa è un’idiozia e che spiegano per quale motivo il cervello non può prestare attenzione a due cose contemporaneamente.

      2. Lo studente, con il telefonino in mano, può decidere di interrompere la lezione per chiedere spiegazioni oppure cercare un termine risolutivo e non disturbare l’insegnante e il resto della classe. Inoltre, risolvere senza chiedere gratifica maggiormente, soprattutto se bisogna chiedere in presenza dei pari.

      3. Gli studenti si distraggono in classe perché nella maggior parte dei casi le lezioni non sono interessanti e non perché gli studenti hanno il telefonino tra le mani. Gli insegnanti dovrebbero formarsi e smettere di pensare di essere in possesso, sempre, di un metodo di insegnamento efficace. Insegnare come venti anni fa non significa per forza insegnare bene.

      4. Anche gli insegnanti, in collegio docenti, mentre il preside parla, sono attenti agli argomenti proposti e controllano il cellulare. Ciò non significa che sono distratti né che sono maleducati nei confronti del dirigente o del collega che sta parlando. Avviene la stessa cosa nei consigli comunali, regionali, alla Camera e al Senato. Vietiamo il telefonino dappertutto?

      5. Sono convinto che se il nostro lavoro sarà di qualità (e dovremmo formarci per ottenere ciò) gli occhi degli studenti saranno puntati nei nostri, senza costrizioni divieti e punizioni. Altrimenti, nonostante divieti e punizioni, gli occhi degli studenti saranno in altri luoghi, non solo sullo schermo del telefonino.

      6. Spero che parole così forti come “idiozia”, “ingenuo”, usate nei confronti del suo interlocutore, non vengano usati nei confronti degli studenti. Le tesi vanno sostenute con scienza e rispetto. Altrimenti sarà impossibile ottenere l’attenzione degli studenti.

      Grazie ancora per la sua attenzione e per aver voluto partecipare alla discussione. Spero davvero che mi invii i materiali relativi al riconoscimento dell’attenzione divisa come “idiozia”. Sempre pronto a cambiare opinione, a sposarne una nuova, anche contraria, se motivata e argomentata.

      Giovanni Petta

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