I racconti della Chanson De Geste a Matrice

di Francesco Manfredi-Selvaggi

I bassorilievi sulle pareti esterne della Chiesa di S. Maria della Strada raffigurano episodi favolosi tratti dalla letteratura cavalleresca francese Noi qui, comunque, non faremo un’analisi dell’iconografia bensì cercheremo di cogliere i caratteri stilistici di questi rilievi scultorei di grande valore artistico (Ph. F. Morgillo-Bassorilievi a S. Maria della Strada)

L’interpretazione delle raffigurazioni scultoree sulla, sulle, facciata, facciate, oscilla tra la trasposizione in pietra della Chanson De Geste e dei racconti biblici. In ogni caso si tratta di una scultura, per così dire, narrativa per ritrovare la quale, i suoi antecedenti, bisogna andare molto indietro nel tempo, all’epoca romana, metti il ciclo della guerra contro i barbari della Colonna Traiana, in età paleocristiana il racconto attraverso rappresentazioni lapidee non era più in uso. La narrazione intesa quale fluire continuo di una sequenza di fatti, non quadretti distinti, ha quale forma espressiva tipica il bassorilievo, non si impiega a tale scopo la tecnica della pittura.

È ben strano che sia stata affidata all’arte scultorea e non a quella pittorica il compito del raccontare nonostante che la pittura sia il mezzo di espressione predominante nella produzione artistica del medioevo. Lo scultore a Matrice nei bassorilievi segue i precetti delle rappresentazioni teatrali dell’unità di tempo, di luogo e di azione, prendi la scena del leone che attacca il cavallo e la successiva del cavaliere che uccide il leone e quella del drago (o pesce) che inghiottisce qualcuno (il profeta Giona?) e poi lo risputa fuori, non scenette separate come nei fumetti per intenderci, non vi sono linee di divisione fra i vari momenti, bensì quadri unitari. In definitiva, si tratta di inserti scultorei in cui è riportata una storia per intero.

Questa della contemporaneità di avvenimenti accaduti in tempi diversi, quasi una contraddizione in termini, è la prima e la principale complessità riscontrabile nella lettura delle immagini scolpite nei fronti di S. Maria della Strada, sia prese una per una ma sia nel loro insieme. Un grado di complessità, il secondo, è dato dalla pluralità di piani su cui si sviluppano i bassorilievi, vi è quello avanzato del pseudoprotiro e quello arretrato delle lunette sui portali secondari. Un altro, il terzo, grado di complessità è dato dalla compresenza sulla parete d’ingresso di statue, cioè figure a tutto tondo, i “busti” di due buoi nel timpano il quale ultimo è sormontato da un’aquila anch’essa una figura tridimensionale, e raffigurazioni a rilievo di ridotto spessore, ovvero bassorilievi, tutto il resto.

Un ulteriore, il quarto, grado di complessità è dato dalla varietà dei temi trattati sulla faccia esterna di questa chiesa dei quali uno dichiaratamente classico, l’ascesa di Alessandro Magno al cielo sulla lunetta in cima alla porta che si apre su uno dei lati lunghi. Un quinto grado di complessità è dato dalla coesistenza di soggetti che tendono a fuoriuscire dall’inquadratura architettonica ed è il caso del cavallo aggredito dal leone e altri che, invece, sono inseriti in modo compiuto nella riquadratura spaziale. Un sesto grado di complessità è la compresenza di figurazioni derivanti sia dal mondo animale, il quale qui intendiamo comprenda anche gli umani, sia dal mondo vegetale, le foglie d’acanto e le roselline incise sulle cornici e sia da un mondo fantastico fatto di motivi geometrici come il casco di capelli della donna che sta nel timpano pettinati a onda il quale può essere confuso con un intreccio astratto.

Il settimo grado di complessità è dato da contraddizioni evidenti, vi sono disegni, in bassorilievo, di matrice popolaresca, gli animali e le persone trattate in maniera assai stilizzata che popolano la parete frontale in opposizione all’aulicità che connota la rappresentazione dell’episodio dell’ascesa al cielo di Alessandro Magno sulla parete destra (destra se ci si mette di fronte all’edificio cultuale). L’imperatore macedone per la fissità, un modo grafico arcaico, ha un aspetto molto ieratico solo che si tratterebbe di una divinità pagana e non cristiana; sorprende che nelle lunette tanto dell’entrata che sta sul lato maggiore quanto di quella che sta sul lato minore non trovi posto un omaggio alla religione cattolica.

Si è detto di quella dedicata ad un personaggio pre-cristiano e per quanto riguarda l’altra essa è occupata da una raggiera. Tale raggiera è semicircolare mentre il rosone è circolare; i cerchi di quest’ultimo simboleggiano per alcuni le 12 porte di Gerusalemme e per altri Cristo al centro dei 12 Apostoli, in tutte e due le versioni interpretative un repertorio iconografico di ispirazione religiosa. Alle innumerevoli complessità delle raffigurazioni sopra elencate anche quella della composizione della zona centrale della facciata caratterizzata da un protiro che non è un autentico protiro perché non è sorretto da colonnine come si conviene a un protiro vero e proprio, cioè non è sporgente e le colonnine sono trasformate in piedritti lisci, una specie di colonnine schiacciate.

Il portale non è strombato veramente, la strombatura è solamente accennata da una ghiera che corre sul suo archivolto. Le mura ai lati sono abbellite con una teoria di archetti ciechi tipici dello stile Romanico (la loro presenza permette una datazione abbastanza certa di questa preziosa architettura) che sono posti al di sotto del cornicione. È un’archeggiatura puramente ornamentale, gli archi non hanno alcuna funzione strutturale se non quella di permettere alla gronda di avanzare dal filo della parete, cosa che serve ad evitare che le acque meteoriche, è il caso della neve che si deposita sul tetto, scivolando giù dalla copertura, possano infiltrarsi nella muratura e disgregare il legante che tiene insieme i conci lapidei oltre che penetrare all’interno dell’ambiente di culto rendendolo umido. Che siamo di fronte ad una archeggiatura a scopo essenzialmente decorativo, sarebbero bastate delle mensole per allontanare le grondaie dal muro, risulta evidente se si considera che gli archetti sono posti su un piano differente da quello del muro portante che è arretrato rispetto ad essi.

Francesco Manfredi Selvaggi578 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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