“Tempo Imperfetto”, parole e musica di Luigi Farinaccio

luigi farinaccio

Nella sua casa di Gildone, abbiamo intervistato il cantautore molisano Luigi Farinaccio, una delle voci più autorevoli del panorama musicale della nostra regione. Accompagnato dalla sua fedele chitarra ci ha raccontato il percorso artistico che ha dato vita alla sua musica, tra le difficoltà di un mercato discografico dominato dai talent e da un’evidente crisi culturale, senza però rinunciare al comporre e storie che possano regalare emozioni a chi le ascolta.

Siamo con Luigi Farinaccio, cantautore molisano nato in Belgio, per presentare il suo ultimo disco, “Tempo Imperfetto”, primo lavoro sulla lunga distanza dopo due EP. Che gestazione ha avuto il disco, sapendo anche che è stato registrato e mixato in diverse zone d’Italia?
Sì, il disco ha avuto una lunga gestazione. Come anticipavi, dopo due EP i tempi erano maturi per un disco completo: c’è stata una pre-produzione in Molise e poi la produzione effettiva è stata fatta al Tusco Rock Studio di Roma dove sono stati registrati i brani, mentre il mastering è stato fatto al Reference Studio da Fabrizio De Carolis. La stampa del disco è stata fatta invece a Milano, presso gli studi Mousemen, ed il progetto grafico è stato realizzato in Molise: infatti la location che abbiamo utilizzato è la chiesa di S. Maria della Strada e molte delle foto inserite nel booklet sono state fatte proprio lì.

Quindi, già visivamente c’è un legame con il Molise.
Certamente e nel disco sono presenti anche diversi musicisti molisani.

Prima hai anticipato il concetto di maturità: ascoltando il disco si sente questa crescita rispetto ai lavori precedenti, l’ho trovato maturo nonostante sia poi il primo lavoro di questo tipo.
Adesso che è in lavorazione il secondo, spero di fare ancora meglio.

Certo, ogni disco segna quella che è l’evoluzione dell’artista. Tornando a “Tempo Imperfetto”, quello che ho notato è che si tratta di un disco per nulla monotematico, nelle 11 tracce si spazia da momenti più intimi ad arrangiamenti più rock e blues, con il filo conduttore del suono della tua chitarra.
Sì, abbiamo cercato di esplorare diverse sonorità, spingendoci anche verso l’elettronica. Come notavi c’è anche il pezzo più intimo, chitarra e voce, che chiude il disco. Siamo partito dal suono delle chitarre per poi agganciarci a delle altre realtà musicali, al digitale: il brano “4 di mattina” ne è un esempio.

Anche a livello di testi, le tracce spaziano tra diversi argomenti, ho colto diverse “citazioni” ed omaggi. Un percorso che rappresenta una tua autonarrazione, momenti e spunti della tua vita che ha deciso di estrapolare ed incidere musicalmente.
Sì, penso che raccontare e raccontarsi con le proprie canzoni sia una cosa naturale, ma ciò non toglie che ci sia spazio per l’immaginazione. Come hai giustamente notato ci sono degli omaggi a dei riferimenti per me importanti come Massimo Troisi e John Fante.

Ovviamente non ci sono solo riferimenti autobiografici relativi al tuo mondo culturale, ma anche temi di più stretta attualità.
Sì, il brano “Lacrime che non hanno colore” è dedicata a Gabriele Sandri, il tifoso laziale che ha perso la vita qualche anno fa in una brutta circostanza. C’è uno sguardo attento al sociale anche nel brano “Così va la vita” che parla dei migranti che cercano di arrivare in Italia su questi barconi con la speranza di un futuro migliore, anche se spesso questa speranza viene delusa. Una canzone che ho scritto diversi anni fa, ma ancora attuale e che ci riguarda particolarmente.

Molto spesso quando si parla di cantautorato, ci si sofferma a capire se si parta dal testo o dalla musica. Luigi Farinaccio da dove parte?
Non ho una regola fissa da seguire. A volte le due cose s’incastrano perfettamente, a volte mi viene in mente un giro di chitarra sul quale costruisco delle frasi che danno l’input giusto per strutturare il brano. Sono molto convinto però che i brani nascano in maniera strumentale, con la chitarra, non compongo mai con il computer che utilizzo magari nelle fasi di arrangiamento per arricchire qualcosa di già esistente. A mio avviso un pezzo deve stare in piedi già con chitarra e voce, un’accoppiata che costituisce lo scheletro del pezzo stesso. Poi è come andare da un buon sarto, puoi mettergli addosso l’abito che più ti piace.

Entrando a casa tua per quest’intervista, a Gildone, ho notato diversi riferimenti musicali sparsi nelle varie stanze: quali sono, sia a livello italiano che internazionale, i tuoi punti di riferimento?
Ce ne sono tanti. Ho visto tantissimi concerti perché mi piace molto e conservo tutti i biglietti. Non posso non partire da Beatles e Rolling Stones per poi arrivare a cose più soul e blues. Mi piacciono tantissimo i cantautori italiani come De Gregori, Dalla, De Andrè, Gaber, Guccini, Venditti. Penso che quando un cantautore presenta un nuovo disco, in qualche modo ci fa un regalo raccontandoci delle storie nuove e questo aspetto mi affascina sempre.

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Parliamo della realtà molisana: che tipo di difficoltà trova un artista? E considerando che sei un insegnante, cosa ne pensi dell’educazione musicale nelle scuole?
Al di là di tutto credo sia importante non piangersi addosso. Ci sono delle evidenti difficoltà, però la crisi culturale è molto più ampia. Prima di tutto ci sono pochissimi investimenti sulla cultura, si predilige puntare su un rientro di capitale immediato e anche la televisione gioca il suo ruolo negativo. Mi riferisco ai talent show che portano i ragazzi a proiettare i loro sogni verso trasmissioni di quel tipo. Come sottolineavi, sono insegnante di chitarra in una scuola media e mi è capitato che un ragazzino mi chiese se dopo il conservatorio ci fosse “X-Factor”: un piccolo esempio rappresentativo di questo vuoto. La mia adolescenza, senza talent show, mi ha portato ad avvicinarmi alla musica in maniera più vera, mentre adesso si punta a questo tipo di fama e le case discografiche, già in crisi perché non si sono subito adeguate ai nuovi standard tecnologici di fruizione della musica, investono i pochi soldi su personaggi più televisivi che musicali, agganciandosi alla visibilità procurata dai vari programmi. I primi dischi di Lucio Dalla commercialmente sono stati dei flop, ma ham avuto anche al fortuna di essere supportato da qualcuno che ha continuato ad insistere sul suo talento: molti cantautori degli anni ‘70, oggi non avrebbero avuto nessuna chance.

Il talent rappresenta la via più facile, una scorciatoia. E soprattutto, negli anni ‘70 non c’erano quelle logiche di mercato che oggi regolano totalmente la fruizione stessa della musica.
Sì, oggi i negozi di dischi sono in estrema difficoltà, il download, legale e illegale, la fa da padrone e attira i maggiori investimenti. Gli spazi per suonare poi sono pochi, si preferiscono altri tipi di intrattenimento musicale come il karaoke e i dj set. La musica dal vivo stenta un po’ a decollare. Ma il fascino di acquistare una chitarra e la soddisfazione di suonare una propria canzone, sono emozioni che, secondo me, non verranno mai soppiantate.

Come base di partenza hai il Molise, ma sei stato parecchio in giro per l’Italia e hai partecipato a diversi festival e concorsi, una lunga gavetta.
Sono stato per diversi anni a Milano, a Liverpool, Dublino e poi sono rientrato in Molise, ma quando ho la possibilità di portare la mia musica fuori dai confini regionali cerco di non perdere l’occasione. Ho presentato il cd al Teatro Arciliuto di Roma ed è stata una bella esperienza.

Ricordiamo che il Teatro Arciliuto organizza un vero e proprio cartellone nell’ambito della manifestazione chiamata “Per chi suona la campana” che da spazio a cantautori emergenti, rigorosamente dal vivo. Tornando al Molise, ci sono dei musicisti con i quali vorresti collaborare, che stimi particolarmente e che senti vicini al tuo percorso artistico?
La mia attuale band è costituita da musicisti molisani: Giovanni Spina alla batteria, Marco Spina al basso e Walter Zeolla alla chitarra. Sono ragazzi sui quali punto molto e che sto coinvolgendo anche per la registrazione del secondo disco a differenza di “Tempo Imperfetto” dove hanno suonato tanti turnisti. La band attuale suona con me anche dal vivo e ho ritenuto giusto costruire la mia musica insieme a loro, mi gratifica molto vedere il loro impegno anche in studio di registrazione.

Un nome con il quale collaboreresti?
Ci sono tanti bravi musicisti, però si sono spostati dal Molise. Mi viene in mente Pino Palladino, bassista di origini molisane che vive a Londra e che ha collaborato con Sting e Paul Young. Un motivo di vanto per la nostra regione.

Prima abbiamo accennato al nuovo disco in lavorazione, ci vuoi anticipare qualcosa?
Si intitolerà “Farina del mio sacco”, ovviamente sono pezzi tutti miei che sento ancora più intimi. Spero di farlo uscire per l’estate del 2016.

Benissimo, allora aspettiamo “la farina del tuo sacco”, un prossimo tour e ti ringraziamo per la tua disponibilità.
Grazie a te e alla redazione de “Il Bene Comune”.

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Michele Colitti19 Posts

Nato a Campobasso nel 1985, ha studiato Media e Giornalismo presso l'Università "Cesare Alfieri" di Firenze. Collabora con la rivista "Il Bene Comune" dal 2010. Giornalista pubblicista dal 2014.

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