Teniamolo presente, anzi futuro

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Il Molise si trova in una fase cruciale della sua storia recente.

L’equilibrio claudicante che ha accompagnato la sua modernizzazione di media incidenza è minacciato su più fronti, innanzitutto su quello istituzionale. Ha bisogno di un assalto al cielo la nostra piccola, tenera e marginale regione; di un progetto ambizioso e colto, capace di mettere a frutto le sue vocazioni maggiormente conclamate, quelle territoriali e quelle antropologiche.

Un progetto che non può essere partorito (solo) dalla politica negletta e autoreferenziale, sopravvissuta in partiti ridotti a patetici simulacri di quelli territoriali e di massa, sui quali i padri della nostra democrazia fondarono la Costituzione repubblicana; un progetto che ha indispensabile bisogno dell’apporto di quella che con discredito malcelato si chiama “società civile”.

Essa, adesso che la crisi della politica organizzata e politicante è conclamata, costituisce un reticolo di sensibilità, d’impegno e di competenze, che ha svolto e sta svolgendo una supplenza feconda per la tenuta democratica delle comunità (l’affermazione di Leoluca Orlando alle recenti elezioni di Palermo non sarebbe stata possibile senza il ricorso a quello che egli stesso ha chiamato “civismo politico”).

La società civile molisana però è polverizzata e marginale, orfana del dominio imperiale della Democrazia Cristiana che l’ha plasmata e cannibalizzata nello stesso tempo, mentre costruiva il “blocco sociale conservatore”, laboratorio nefasto del nostro passato recente, in via di sfaldamento, mano a mano che si contraggono le capacità della spesa pubblica in mano alla politica.

La società civile molisana è dilaniata da un cancro infingardo e sordido che avvelena gli interstizi del corpo sociale, mettendo fuori causa solidarietà e cooperazione: la cultura del sospetto. Intristiti e isolati, ci mandiamo vicendevoli occhiate guardinghe e rifuggiamo con accuratezza dalle possibilità del confronto che addirittura non mancherebbero, nel fazzoletto di territorio che abitiamo.

Ci conosciamo tutti di persona o per sentito dire, ma invece di alimentare la collaborazione e la coesione sociale, questa nostra peculiarità uccide lo spirito pubblico, dando la stura all’individualismo più abietto e spregiudicato.

Se questo, negli anni, è stato il corollario indispensabile per la costruzione del “blocco sociale conservatore”, se su di esso si è potuto edificare il sottosviluppo assistito che ha rivoluzionato gli stili di vita e i consumi dei molisani, adesso costituisce un formidabile ostacolo affinché riusciamo a fronteggiare le sfide che si profilano per il nostro futuro prossimo.

Siamo troppo pochi per poterci permettere la cultura del sospetto, soprattutto nella fase complicata e perniciosa che stiamo attraversando. Dobbiamo sconfiggere il disimpegno e l’avvilimento; superare la sfiducia per l’impegno civile frutto di delusioni troppo numerose e occuparci della politica, perché da essa siamo sguaiatamente occupati.

Dobbiamo diventare la comunità competente che possiamo essere; metterci in condizione di selezionare una classe dirigente all’altezza del progetto di cui abbiamo bisogno, con tenacia, con rigore, ma anche con umiltà. Dobbiamo saper riconoscere i nostri amici e i nostri nemici; combattere questi ultimi con fermezza e senza sconti, lavorando insieme a tutti gli altri alla Prima Rivoluzione Molisana.

Una rivoluzione autentica, pacifica e pacifista, basata sulla partecipazione attiva e consapevole dei cittadini e sulla cura e la coltivazione del bene comune; sulla Costituzione e sulla cultura del lavoro buono, dei suoi diritti e anche dei suoi doveri. Una rivoluzione ispirata dalla cooperazione e dalla concertazione armoniosa, che sappia riconoscere la funzione immorale e antisociale della concorrenza; che si muova si nel mercato, ma in quello allegro e colorato dei rioni, popolato di uomini e soprattutto di donne, anziché in quello asettico, spietato e criminale della finanza.

Il Molise, i suoi 300.000 abitanti ancora residenti, devono fare una rivoluzione dei bisogni e dei consumi: meno merci e più valori. Per preparare un evento così definitivo e radicale tutti siamo indispensabili. Partecipazione, analisi, motivazione ed entusiasmo contro cultura del sospetto; questa è la battaglia che dobbiamo vincere.

Teniamolo presente, anzi futuro.

Antonio Ruggieri62 Posts

Nato a Ferrazzano (CB) nel 1954. E’ giornalista professionista. Ha collaborato con la rete RAI del Molise. Ha coordinato la riedizione di “Viaggio in Molise” di Francesco Jovine, firmando la post—fazione dell’opera. Ha organizzato e diretto D.I.N.A. (digital is not analog), un festival internazionale dell’attivismo informatico che ha coinvolto le esperienze più interessanti dell’attivismo informatico internazionale (2002). Nel 2004, ha ideato e diretto un progetto che ha portato alla realizzazione della prima “radio on line” d’istituto; il progetto si è aggiudicato il primo premio del prestigioso concorso “centoscuole” indetto dalla Fondazione San Paolo di Torino. Ha ideato e diretto quattro edizioni dello SMOC (salone molisano della comunicazione), dal 2007 al 2011. Dal 2005 al 2009 ha diretto il quotidiano telematico Megachip.info fondato da Giulietto Chiesa. E’ stato Direttore responsabile di Cometa, trimestrale di critica della comunicazione (2009—2010). E’ Direttore responsabile del mensile culturale “il Bene Comune”, senza soluzione di continuità, dall’esordio della rivista (ottobre 2001) fino ad oggi. BIBLIOGRAFIA Il Male rosa, libro d’arte in serigrafia, (1980); Cafoni e galantuomini nel Molise fra brigantaggio e questione meridionale, edizioni Il Rinoceronte (1984); Molise contro Molise, Nocera editore (1997); I giovani e il capardozio, Nocera editore (2001).

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