L’Italia a 5 stelle

articolo 1

di Domenico De Masi

Le poche analisi disponibili ci dicono che l’elettorato 5 Stelle è composto equamente da giovani e anziani, uomini e donne. Sbilanciata, invece, è la composizione di classe, perché prevalgono disoccupati, precari, pensionati delle fasce basse, operai, artigiani: insomma quelli che un tempo si chiamavano “proletariato” e di cui ora si è smarrito perfino il nome. Sbilanciata è pure la dislocazione geografica: uno su 5 nel Nord (dove il Pil pro-capite è di 35mila euro e la disoccupazione al 5%) e uno su due nel Sud (Pil pro-capite di 16mila euro e disoccupazione al 20%).

Ma in Italia il Sud non è solo nel Mezzogiorno: c’è un sud diffuso, fatto di lavoratori insicuri, disoccupati, sottoccupati, insegnanti sballottati da una regione all’altra, studenti ammassati in aule fatiscenti, Neet che hanno terminato gli studi ma non hanno trovato un lavoro, pensionati al limite della fame. Perciò i 5 Stelle, che sfiorano il 50% in quasi tutto il Sud, raggiungono tuttavia il 20% in quasi tutto il Nord. Sul piano strutturale l’elettorato 5 Stelle è compatto, anche se sul piano culturale vi convivono destra, centro e sinistra. Spetta all’azione pedagogica dei leader l’educazione politica di questa massa ideologicamente indistinta per compattarla dal punto di vista culturale. Ma non so se ne sono consapevoli e capaci.

Per 40 anni questo popolo disagiato ha avuto nel Psi di Nenni e nel Pci di Togliatti-Berlinguer i partiti di riferimento, ricavandone sanità gratuita, scuola pubblica e Statuto dei lavoratori. Quando nel 2013 ci fu il famoso incontro in streaming di Bersani coi 5 Stelle, i due partiti pescavano nello stesso bacino: il proletariato. Erano dunque omogenei e, insieme, avrebbero potuto creare il più grande partito socialdemocratico d’Europa. Ma i 5 Stelle non erano pronti e, prudentemente, rifiutarono l’offerta. Sono passati 5 anni e la base sociale dei 5 Stelle è rimasta la stessa. Il loro successo è legato a un programma socialdemocratico e keynesiano con tre asset che hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo degli elettori: reddito di cittadinanza, obbligo dei due mandati, quota dello stipendio parlamentare devoluto alle Pmi.

Nel frattempo, però, è cambiato il Pd: se quello di Bersani dialogava coi sindacati e vinceva nelle periferie, quello di Renzi dialoga coi banchieri e vince ai Parioli. Brodolini dette ai lavoratori lo Statuto; Renzi glielo ha tolto, ha spostato il partito dalla socialdemocrazia al neo-liberismo, espellendo le voci dissonanti. Ora che i 5 Stelle sono pronti al dialogo, il Pd ha avuto da Renzi e dai suoi mandanti il divieto di tornare a sinistra. Nel 2013 Bersani si ritrovò senza l’appoggio dei 5 Stelle; oggi Di Maio si ritrova senza l’appoggio del Pd. Per la seconda volta, l’Italia perde la grande occasione di diventare socialdemocratica e di somigliare più alla Svezia che a Malta.

Fonte: Linkedin

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