Ritorno alla realtà

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di Paolo Di Lella

Un po’ ce lo sentivamo, a dire il vero.

I soliti intellettuali da social network che ogni volta credono di aver percepito il sentimento dominante e che non rinunciano mai ad ammorbarci con le loro certezze, anche questa volta escono con le ossa rotte.

Ieri, a guardare la diretta di Telemolise – che merita comunque i complimenti, se non altro per lo sforzo – c’era di che stupirsi. Nonostante la direttrice-conduttrice Manuela Petescia continuasse a snocciolare i dati che le arrivavano, in modo assai disordinato, dalle varie sezioni molisane, da cui cominciava chiaramente ad emergere il vantaggio di Donato Toma, uno degli opinionisti in studio, l’ex Consigliere regionale Antonio D’Ambrosio, ostentava un’incomprensibile sicurezza nell’affermare che i 5 Stelle avrebbero vinto. Addirittura, dal risultato di una singola sezione, di un singolo quartiere del capoluogo, D’Ambrosio ricavava l’orientamento del ceto medio. Il teorema più o meno era questo: la borghesia ha scelto i 5 Stelle, non appena arriveranno i dati dalle città maggiori, si configurerà la vittoria di Andrea Greco. Le ultime parole famose.

Un approccio che descriviamo non tanto per prendere in giro il noto commentatore mainstream, ma più che altro per dare l’idea dell’approssimazione e della faciloneria analitica che regna a sinistra.

Ecco perché, tanto per cominciare, il centrosinistra esce praticamente annientato da questa tornata elettorale. Il PD, con il suo misero 8 per cento, rischiava di lasciare a casa persino Micaela Fanelli, il segretario regionale, mentre Liberi e Uguali, la sinistra più a sinistra del quadro attuale (e abbiamo detto tutto), per pochissimo non elegge Francesco Totaro. Non proprio Che Guevara, diciamo.

La sinistra perde perché non capisce il mondo, tutto qui. E perché fino alla fine ha dato dimostrazione di governare con calcolo e cinismo per salvaguardare gli interessi di pochi, anzi di pochissimi.

L’argomento del giorno, comunque, è la mancata affermazione del Movimento. Anche qui, naturalmente c’è una lezione da trarre. Una cosa è riempire le piazze, un’altra è spostare pezzetti di reddito dalla sfera clientelare verso una prospettiva politica, cioè di governo in funzione del bene collettivo, dove vengano azzerate tutte le rendite di posizione. Non bisogna commettere l’errore di vedere le moltitudini dietro l’aspirazione civica, pur diffusa, a vivere in una comunità amministrata per lo meno democraticamente. Dietro a ogni persona che scende in piazza, ce ne sono quattro nell’ombra che pregano il proprio santo protettore.

È soprattutto una questione materiale. Materiale, quindi culturale.

L’altra lezione da trarre è che i 5 Stelle non sono attrezzati per la sfida. La finta democrazia del blog, è un bluff destinato a dissolversi. Occorre riannodare i fili di una rete a pezzi, che è la società attuale, dove il lavoro è merce sempre più rara, i poveri si scannano tra loro e su cui, soprattutto, incombe la guerra.

Per uscire dalla crisi c’è bisogno di democrazia vera. Che non significa fare il casting dei candidati sul web o approvare con un clic il programma per poi modificarlo segretamente pur di compiacere all’Europa o ad alleati improbabili. Democrazia significa rimettere in moto le volontà, le forze, le conoscenze disponibili nella società come anche nella nostra piccola comunità, ma che finora sono state mortificate, costrette all’inattività o all’esilio perché alla politica che fa gli interessi dei pochi fa più comodo un popolo di ignavi e di indifferenti.

Il centrodestra ha vinto anche se rappresenta un’infima minoranza: il 43% del 52% degli aventi diritto al voto. Non c’è niente da fare, più non ti occupi della politica, più la politica si occupa di te.

Comunque Toma ha voluto rassicurare tutti. Rispondendo al giornalista che gli chiedeva se avesse ricevuto gli auguri da parte avversaria, ha risposto: “certo, qui siamo tutte persone per bene”. Evviva.

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