Donato Toma/I dolori di uno showman governatore

TOMA & CAV

nell'articoloSu <primonumero.it> è apparso un editoriale di Assunta Domeneghetti dal titolo “La parola che arde e la parola di troppo”. Le parole di troppo si riferiscono ad alcune sortite verbali di Donato Toma che viene strigliato a dovere per mancanza di rispetto del suo ruolo istituzionale, per irrefrenabile narcisismo e per uno “spirito di showman” che lo induce a spettacolarizzare le sue performance pubbliche.

Come quando – racconta la Domeneghetti – durante la conferenza-stampa di presentazione di “Poietika” dà fuoco a un foglio di carta per “passare dalla metafora alla realtà” e quindi, tra applausi e risate dei presenti, poter sfoggiare la battuta: “Questo è il fuoco della cultura ma speriamo che gli elettori non ci facciano fare la stessa fine”. Una battuta tutto sommato passabile se due giorni dopo non si fosse rivelata profetica a leggere l’annuale classifica del Sole24Ore sul gradimento dei governatori italiani che registra per Toma una discesa di 6,2 punti dai 37,2 conquistati appena un anno fa.

Da candidato lui promise solennemente di “far uscire la regione dal pantano in cui si trova”: ora dal pantano deve uscirci lui. Domeneghetti addebita a Toma un “spirito di showman”, ma non mi meraviglierei più di tanto. Toma è figlio del berlusconismo, è nato a Napoli e, per la gioia di Silvio, suona la chitarra come Apicella. Però non gli si addebitano bunga bunga e, intervistato alla radio da “Un giorno da pecora” dichiarò che, al contrario di Berlusconi, lui non avrebbe mai fatto pulire cessi ai grillini. Anzi, dando prova di civico altruismo, confessò: “Quando ero assessore a Campobasso andavo al bagno e mi pulivo il cesso da solo” (ANSA).

Come Berlusconi però, Toma ha senso del business e una simpatica sfrontatezza: come a fine d’anno quando, incontrando i giornalisti, arrivò a lagnarsi d’essere “poco pagato”. Bisogna capirlo, prima di diventare “commercialista del popolo” guadagnava molto più di quella miseria di 13.500 euro che è costretto a percepire ogni mese. Monica ha ragione a chiedergli comportamenti più consoni al suo ruolo, ma mettetevi nei suoi panni: dopo aver introiettato così bene il berlusconismo, ora deve vedersela con fuochi amici e nemici, contro i quali ci vuole ben altro che appiccare fuoco a un foglio di carta per “passare dalla metafora alla realtà”.

Giuseppe Tabasso80 Posts

Nato a Campobasso nel 1926, laurea in lingua e letteratura inglese, ha iniziato la carriera giornalistica in vari periodici (Gente, L’Europeo, Radiocorriere). Inviato speciale di politica estera al GR3 della Rai, ha seguito dal 1976 i massimi eventi internazionali e 13 viaggi di Giovanni Paolo II all’estero. Ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, a Londra e a Colonia per le sezioni italiane della BBC e della Detuschland Funk. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); per le Edizioni Il Bene Comune: Post Scriptum. Prediche di un molisano inutile (2006); Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Molise, anno zero (2009) e Moliseskine (2016); per l’Editrice Filopoli, Mol(is)eskine (2013); Gli Esuli. Tra il mito di Abramo e di Ulisse (in Campobasso capoluogo del Molise, Vol. III, Palladino Editore). Ha diretto con Tarquinio Maiorino il mensile Molise (1992/3).

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