Vandana Shiva e la nostra poietika

di Paolo Di Lella

Ieri sera, al Teatro Savoia di Campobasso, nell’ambito della manifestazione “Poietika”, diretta da Valentino Campo e patrocinata (a maniche larghe) dalla Fondazione Molise Cultura, è stata ospite Vandana Shiva, la scienziata indiana famosissima in tutto il mondo per il suo impegno ambientalista.

La fondatrice di Navdanya (in hindi “nove semi), ha dialogato con Stefano Liberti, giornalista (ha collaborato con il Manifesto e con la rivista Internazionale) e autore di un volume sull’accaparramento delle terre a livello globale.

Prima ancora di entrare nel merito dei contenuti, va detto che, complessivamente, l’operazione “Poietika” è incomprensibile. Non si capisce, ad esempio, quale sia il filo conduttore che lega i protagonisti delle 8 serate che compongono il cartellone, dal filosofo Salvatore Natoli al poeta Raul Zurita, passando per i fotografi Letizia Battaglia e Pino Bertelli, oltre che per l’antropologo Jason Hickel e il pianista Wim Mertens.

Qual è il tema? Il titolo, in questo senso, non ci dice molto: “La parole che arde”. In che senso? Perché arde? Il Presidente della Giunta Toma, durante la conferenza-stampa di presentazione aveva bruciato un foglio a conclusione del suo intervento. Davvero esilarante, non c’è che dire, ma possiamo cavarcela così?

Ora qualcuno penserà: ma è possibile che a voi non va mai bene niente? Che abbiate da ridire su qualsiasi cosa organizzata dalla Fondazione Molise Cultura?

Non è mania di persecuzione. È che, personalmente, mi sento offeso dal fatto che la governance della cultura molisana abbia una così bassa considerazione di chi dovrebbe fruire dell’offerta culturale, che pensa di poter spacciare una sfilza di nomi di grande richiamo per la conquista di una nuova dimensione al di là del provincialismo di cui sempre ci lamentiamo (da perfetti provinciali).

In poche parole, da qualche anno a questa parte, la politica culturale di questa regione che non ha il coraggio di esistere si riduce al fatto di procacciare le occasioni più altisonanti sul panorama culturale nazionale per comporre un cartellone il più evocativo possibile.

Il problema è che se non c’è un disegno complessivo, una progettualità, non c’è niente da evocare.

Vandana Shiva per noi è un punto di riferimento. È una fonte di ispirazione unica per il progetto culturale che coltiviamo. Condividiamo con lei la critica al modello economico che sacrifica gli ecosistemi e la salute dell’uomo sull’altare del profitto. Su questo non ci sono dubbi. Quello che contestiamo non è la scelta del soggetto, ma il vuoto di progetto che lo circonda. Per fare un esempio, si potrebbero investire le risorse per organizzare una serie di iniziative attorno al tema della rigenerazione delle aree interne e invitare – così come ha suggerito un esponente dell’ass. Arca Sannita intervenuto ieri sera poco prima che l’iniziativa si concludesse – Vandana Shiva per l’evento di chiusura. Così come parte delle risorse potrebbero essere utilizzate per inviare una delegazione al convegno che si terrà in India, organizzato da Navdanya, sempre sulla rigenerazione dei territori colpiti dallo sfruttamento, raccogliendo così l’invito che ieri sera la celebre fisica ha rivolto al pubblico. Anche perché questo è il tema più incombente e più urgente per noi, che stiamo lentamente estinguendoci senza riuscire a opporre la minima resistenza.

Se davvero vogliamo resistere, dobbiamo dare senso a quello che facciamo. Dobbiamo convogliare il capitale disponibile – umano ed economico – per risolvere i nostri veri problemi, invece di cercare sempre il colpo a effetto, quello che abbaglia la vista del pubblico.

In fondo, il messaggio più radicale, nel senso strettamente etimologico del termine, che Vandana Shiva ci lasciato ieri sera è proprio questo:

“Viviamo in questa epoca della contrapposizione tra ciò che è vero e ciò che è finto, ed è proprio questa la sfida dei giovani. Si dice che il 99% della popolazione sia priva di valore, priva di un ruolo. È proprio questo che dobbiamo evitare, dobbiamo avere la nostra poietika, dobbiamo trovare la nostra strada, dobbiamo trovare un modo per esprimere la nostra democrazia, riprendendoci i nostri diritti ed evitando di abbandonare i nostri paesi e la nostra terra”.

Paolo Di Lella79 Posts

Nato a Campobasso nel 1982. Ha studiato filosofia presso l'Università Cattolica di Milano. Appena tornato in Molise ha fondato, insieme ad altri collaboratori, il blog “Tratturi – Molise in movimento” con l'obiettivo di elaborare un’analisi complessiva dei vari problemi del Molise e di diffondere una maggiore consapevolezza delle loro connessioni. Dal 2015 è componente del Comitato scientifico di Glocale – Rivista molisana di storia e scienze sociali (rivista scientifica di 1a fascia), oltre che della segreteria di redazione. Dal 2013 è caporedattore de Il Bene Comune e coordinatore della redazione di IBC – Edizioni. È autore del volume “Sanità molisana. Caccia al tesoro pubblico”. È giornalista pubblicista dal 2014

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