La teoria del Sud del Mondo, Tosca al Savoia con il Morabeza Tour

Sembrava davvero che sul palco del teatro Savoia dovessero arrivare da un momento all’altro Frida Khalo e Diego Rivera, con un vassoio di dolci messicani e la faccia antica che solo a quelle latitudini si riesce ad avere nel tentativo blando e quotidiano, necessario ma per niente impellente, di capire le verità del mondo.

E a fare da padrona di casa in quel salotto, il salotto di un Sud del mondo che sarebbe sicuramente piaciuto anche a Luis Sepúlveda, c’era Tosca. Un salotto, quello immaginato da Alessandro Chiti per il Morabeza tour, che sarebbe piaciuto allo scrittore cileno, naturalizzato francese, che visse a Mosca ma anche in Paraguay, dieci anni ad Amburgo ma anche in Ecuador, per poi morire in Spagna, a Oviedo. Nel salotto avrebbe chiacchierato amabilmente con Ivan Lins, Arnaldo Antunes, Cyrille Aimée, Luisa Sobral, Lenine, Awa Ly, Vincent Ségal, Lofti Bouchnak, Cèzar Mendes. Tutti ospiti della cantante romana, nel senso…  autori di ciò che dal suo salotto cantava. Avrebbe potuto scambiare due chiacchiere anche con Pietro Cantarelli, autore di quel capolavoro che ha ridato a Tosca, se mai ce ne fosse stato bisogno, il suo posto di rilievo nel panorama della musica italiana.

In quel salotto, di quel Sud, c’era la bellezza di ogni luogo del mondo, di ogni lingua, e l’attenzione morbida e puntuale per il dolore dell’Universo; per l’abbandono e per la lontananza ma anche per ciò che si dispiega nel tempo e nello spazio che unisce, e divide, il momento del distacco e quello della consapevolezza della lontananza.

Tutto ciò per mezzo di un canto vero che si muoveva sulla musica di strumenti veri, sul ritmo di percussioni modernissime e nello stesso tempo ancestrali, del pianoforte e del contrabbasso, del violoncello e della chitarra. Ma le voci, dicevamo, le voci – non solo quella di Tosca – che trovavano, attraverso un lavoro preparatorio di affinamento che immaginiamo lungo e faticoso, il canale di comunicazione più diretto con l’anima delle cose che vibrano, con i mondi oscuri e con quelli luminosi dell’essere. Che qualità! Quanta bellezza!

Tosca ha cantato un miscuglio artistico raffinato e pop, il Mediterraneo e i Caraibi, il Nord dell’Africa e il Sud dell’America, sentendosi a suo agio in ogni dimensione, superando anzi ogni dimensione che potesse anche solo minimamente alludere al “muro”, alla divisione. Così i brani, in italiano o in portoghese, in tunisino o in arabo, in francese, si tenevano insieme grazie al filo conduttore immaginato da Massimo Venturiello e il pubblico godeva, di conseguenza, della continuità di un testo unico, monolitico, tanto che Tosca non salutava, non ringraziava, non parlava tra brano e brano, come in genere si fa in un concerto di musica pop o d’autore. Tosca era lì a recitare un vero e proprio testo teatrale, fatto di canzoni di qualità e di parole importanti; era lì a recitare insieme a Giovanna Famulari al violoncello, pianoforte e voce, Massimo De Lorenzi alla chitarra, Elisabetta Pasquale al contrabbasso e voce, Luca Scorziello alla batteria e percussioni, Fabia Salvucci alle percussioni e voce. La direzione musicale è di Joe Barbieri. Bravissimi tutti. Per ognuno di loro bisognerebbe scrivere nello specifico del lavoro eseguito perché ognuno ha avuto un ruolo importantissimo nel progetto artistico e uno spazio di proposizione personale che Tosca ha voluto concedere… quanto paga la generosità!

Per il pubblico è stata subito nostalgia, morabeza, di ciò che era appena accaduto, di ciò che si era appena allontanato. Il pubblico del Savoia ha provato addirittura una meta-morabeza, la presa di coscienza che ogni canzone di Tosca era stata appena cantata e che, quindi, era ormai nel passato mentre Tosca, con il brano successivo, raccontava della stessa sensazione. Ma il godimento estetico era nel momento teatrale stesso, nell’attimo che si realizzava, desiderato e accolto, fermato – purtroppo solo per un istante – da un’artista orami capace di non provare più ansia per il risultato da realizzare, capace di godere con gli spettatori la bellezza della proposta artistica che aveva immaginato, provato, avvicinato, realizzato e poi, senza fretta, fruito insieme al proprio pubblico.

Sembrava che sul palco del Savoia, per il concerto di chiusura di Sonika, voluto dalla Fondazione Molise Cultura, fossero davvero arrivati Diego Rivera e Frida Khalo, con un vassoio di dolci sudamericani, e che Tosca fosse lì ad accoglierli. Che andasse verso di loro dicendo – come in una canzone scritta per lei da Fossati qualche anno fa – “Sono una ragazza timida che crede ancora nel domani… Non sapete quanti nomi ho dato all’amore…” Magie che accadono raramente nei teatri del mondo.

Giovanni Petta73 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017), «Cinque» (2017) e «Terra» (2021) ; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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