Cultura e turismo nel Molise: la “sprogrammazione” e’ servita

Mentre ci chiudeva in casa e inibiva i contatti interpersonali, la pandemia ha palesato un “covid appel” per il Molise, per quello più interno innanzitutto, che da tempo ha subito la rarefazione delle relazioni sociali, ormai fino alla desertificazione. La nostra regione ha conosciuto un momento di popolarità mediatica che ha messo all’ordine del giorno la questione di cui spesso si parla senza costrutto: del censimento, della tutela e della valorizzazione delle nostre vocazioni più conclamate; quelle territoriali, ma anche quelle antropologiche. Questa inopinata e sconosciuta sovraesposizione, se localmente e per iniziativa dei giovani innanzitutto ha dato vita a un fecondo fervore operativo, da parte regionale ha fatto registrare poche e maldestre iniziative, caratterizzate dalla mancanza di organicità, di visione e di programmazione strategica

Premessa

Dall’esplosione della pandemia, in conseguenza dei suoi effetti restrittivi per gli spostamenti e le relazioni sociali, il Molise ha goduto di un interesse e di una frequentazione a cui non era abituato. Svariati servizi televisivi, il New York Times e da ultimo il Guardian, lo hanno indicato come una meta sconosciuta e suggestiva per un turismo esperienziale e consapevole, che rifugge dagli itinerari abusati della vacanza di massa.

La marginalità della nostra regione, la risibilità dei suoi numeri e la sua tenerezza – l’abbandono e lo spopolamento innanzitutto – si sono messi a frutto come vantaggi paradossali.
Questa sovraesposizione inattesa però, anziché essere stimolo e spunto per l’elaborazione e la messa a punto di una strategia capace di leggere i punti di debolezza e finalmente quelli di forza della nostra condizione, si è risolta in una giubilazione senza sosta della notorietà sopraggiunta, col presidente della Regione Toma e soprattutto con l’assessore alla cultura e al turismo Cotugno che a 32 denti annunciavano il “sold out” per il mesetto estivo in cui il Molise ha goduto di quello che potremmo chiamare “covid appeal”.

Il turismo però è un clima che, proprio come se piove o fa il sole, s’irradia e coinvolge interamente il territorio e la comunità di pertinenza; e la natura olistica e sofisticata di quest’industria, (per fortuna) non può essere esorcizzata da un accadimento, da una circostanza che fortuitamente sovraespone un luogo segnalato nella cronaca quotidiana, prima di passarlo al tritacarne del sistema mediatico che ha bisogno di essere alimentato senza sosta con notizie fresche di giornata. Per il turismo la comunicazione è indispensabile, ma non si risolve con essa.
Quella dell’accoglienza è un’industria complessa e raffinata, nell’ambito della quale interagiscono – che lo si voglia oppure no – le risorse e le vocazioni di un luogo; anche quelle più nascoste e trascurate. La novità positiva e rivoluzionaria, nell’ambito di una popolarità mediatica alla quale non eravamo abituati, è stato il “bottom up” caratterizzato dall’attivismo creativo e generoso di cui hanno saputo dar prova le nostre popolazioni locali – finalmente i giovani – per confezionare proposte turistiche condivise, calibrate qualche volta sulle peculiarità locali e qualche altra su progetti di evocazione culturale.

A Carpinone i giovani del luogo hanno ripristinato un percorso che ormai consente la visita di due cascate, una più grande e l’altra “più intima”, formata dall’unione dei fiumi Carpino e Tura, apprezzate da migliaia di visitatori negli ultimi due anni. A Roccamandolfi, sul canyon scavato dal torrente Callora, il dinamico sindaco Giacomo Lombardi ha fatto costruire un ponte tibetano, anch’esso visitato da turisti amanti dell’avventura e della natura incontaminata. A San Giovanni in Galdo un’associazione culturale, gli Amici del Morrutto, hanno ideato una maniera originale e d’impatto per promuovere il centro storico (il Morrutto per l’appunto) del loro paese.

Hanno allestito una sorta di albergo diffuso in case che non abbisognavano di interventi strutturali e hanno invitato i turisti a regalarsi (il verbo è quanto mai appropriato) il Molise; chi ha accolto l’invito prenotandosi per tempo, è stato ospitato nelle case disponibili, è stato accompagnato nel corso del suo soggiorno ed è stato sapientemente consigliato per visitare altri luoghi della nostra regione, facendo naturalmente base a San Giovanni in Galdo. A Macchiagodena il sindaco Felice Ciccone e la vice sindaca Donatella Midea hanno inventato “genius loci”, un progetto di promozione turistica che ha consentito agli ospiti che avessero donato un libro all’Amministrazione comunale di essere ospitati gratuitamente dai B&B e dagli agriturismi locali; Macchiagodena è il comune in cui hanno sede legale i Borghi della lettura, progetto ideato e sostenuto dal capace e instancabile Roberto Colella, direttore e referente anche del Parco delle Morge di Pietracupa, ulteriore intelligente e apprezzato attrattore per un turismo naturalistico e culturale, basato sulla peculiarità distintiva di quel territorio.

A Duronia, per iniziativa di Italia Nostra e dell’associazione culturale “La Terra”, è stata inaugurata recentemente la visita al “Gigante”, una rupe rocciosa il cui profilo ricorda sembianze umane, collocata nella civita del paese; un brano del centro storico che custodisce un patrimonio naturalistico e archeologico riconosciuto. Queste sono solo alcune – quelle più clamorose – fra le iniziative ideate, allestite e gestite localmente, a cura di sodalizi locali non sempre formalizzati, talvolta favoriti e e talaltra ostacolati dalle Amministrazioni locali.

Il Piano Strategico Territoriale

Prima che la pandemia ci catapultasse alla menzione del sistema mediatico addirittura internazionale però, la Regione Molise aveva intrapreso il percorso per la produzione del Piano Strategico Territoriale, un documento di programmazione, di analisi e d’indirizzo della condizione della nostra povera, piccola, tenera e marginale regione, ma soprattutto delle sue possibilità di riscatto.
Il percorso che avrebbe portato all’elaborazione del fondamentale documento di programmazione strategica viene affidato a Sviluppo Italia Molise Spa, in collaborazione con la Camera di commercio regionale, sotto il coordinamento e la supervisione scientifica dell’Università del Molise.

L’elaborazione del Piano viene fatta precedere da una iniziativa di ascolto territoriale enfaticamente definita “Stati generali del turismo e della cultura”, con riunioni che hanno raccolto gli stakeholders, chiamati a rappresentare le necessità, i bisogni e le aspettative dei territori nei quali si trovano ad operare. Conclusa questa complicata e partecipata fase di ascolto, il Piano Strategico Territoriale viene elaborato e approvato in Consiglio regionale alla fine del 2019, alla vigilia della diffusione conclamata del covid e del primo “reclusivo” lockdown; passa in Consiglio regionale con 10 voti a favore, 8 contrari e 2 astenuti.

La minoranza (Pd e 5 Stelle) ne sottolinea la genericità e la ridondanza e lamenta che il documento avrebbe dovuto indicare pochi e chiari obiettivi di sviluppo turistico della regione, coerenti con le vocazioni maggiormente conclamate del territorio. Ha inoltre denunciato la mancanza di un piano operativo circostanziato e puntuale, capace di individuare gli obiettivi da conseguire, i metodi e i tempi necessari per farlo. Che queste critiche non fossero campate in aria ma derivassero da una analisi approfondita del documento di programmazione lo dimostra l’atteggiamento che la Regione Molise – Toma e Cotugno – ha avuto nei confronti del progetto South Beach.

Investitori canadesi, supportati da altri cinesi, hanno presentato alla Regione Molise e al Comune di Montenero di Bisaccia un progetto che si sviluppa su 150 ettari di costa molisana, fra le foci del fiume Trigno e del torrente Mergolo. Prevede la costruzione di 127 edifici alti fra gli 8 e i 25 (sic!) piani, in modo da far diventare finalmente tollerabile anche il cosiddetto “grattacielo” che segna inoppugnabilmente, sulla spiaggia di Termoli nord, l’inanità di una politica insensibile alla tutela dell’ambiente.

Toma e Cotugno, in spregio e noncuranti di quanto veniva doviziosamente dichiarato e argomentato nel Piano Strategico Territoriale, fanno sapere che South Beach è un’occasione da non perdere per portare turisti nel Molise, il quale si sta facendo conoscere sui mercati nazionali e internazionali delle vacanze. Insomma, l’assenza di una programmazione seria e ordinata, che indichi il percorso per mettere a frutto le vocazioni più conclamate della nostra condizione.  Che si dichiari di prendere in considerazione un progetto che collide platealmente con i caratteri distintivi della proposta turistica molisana individuati nel Piano Strategico Territoriale, denuncia da parte regionale una totale e clamorosa assenza di visione e di programmazione di lungo periodo.

Nel Piano Strategico Territoriale si menziona anche la funzione che svolgono le Pro Loco per le nostre comunità, sottolineandone la missione para-istituzionale che presidia il territorio in maniera pervasiva e coltiva la coesione delle nostre comunità deboli e sparute, minacciate ormai su fronti innumerevoli: alcuni di carattere globale e altri che hanno a che vedere con l’insipienza della classe dirigente locale a tutti i livelli e con la proliferazione della mefitica cultura del sospetto che avvelena lo spirito pubblico e ci impedisce di metterci collettivamente al servizio di un bene comune dichiarato e condiviso.

Nel Molise agiscono 90 Pro Loco che, spesso in collaborazione con le Amministrazioni e altre associazioni locali, con una serie diversificata di proposte e di attività, coprono quasi per intero il territorio regionale con i 136 comuni che lo presidiano e lo caratterizzano. Nonostante avesse partecipato a una nutrita serie di incontri organizzati intenzionalmente dall’Unpli regionale (l’Unpli è l’unione delle Pro Loco) lasciandosi andare a dichiarazioni collaborative e munifiche nei confronti dei sodalizi e del lavoro che svolgono gratuitamente le migliaia di loro tesserati, il Presidente della Regione Donato Toma, alla presentazione del bilancio regionale non prevede alcuna cifra di finanziamento per le 90 Pro Loco che operano nel Molise.

Solo a seguito di un’accanita (per molti versi patetica) battaglia in particolare del Consigliere pentastellato Angelo Primiani che prima di essere eletto alla Regione era stato presidente dell’Unpli Molise, la Regione stanzia la cifra di 150.000 euro per tre anni di attività delle 90 Pro Loco molisane; si tratta di 50.000 euro per anno, 550 euro per associazione di media, una cifra insufficiente a coprire i costi della SIAE che ogni Pro Loco deve affrontare annualmente per lo svolgimento della sua attività ordinaria.

Lo scandalo “in house” della Fondazione Molise Cultura

La miseria al limite del ridicolo che caratterizza la vita e l’attività delle 90 Pro Loco molisane, si contrappone alla munificenza che la Regione Molise riserva alla Fondazione Molise Cultura; soggetto di natura privatistica ma in house dell’ente regionale e dunque a suo totale carico finanziario, che ha ormai soppiantato il ruolo e la funzione dell’Assessorato alla cultura, impegnato unicamente in attività di rappresentanze e di ordinaria amministrazione, salvo che per il bando “turismo è cultura” di cui si dirà più avanti.

Con un presidente e un consiglio d’amministrazione nominato autocraticamente dalla Giunta regionale in carica, la Fondazione programma l’attività del Teatro Savoia, gestisce gli spazi espositivi del Palazzo della ex Gil che la ospita e stabilisce quali iniziative e quali progetti promuovere col sostegno delle (ingenti) risorse assegnatele. Questo appare quanto mai grave se si considera che nell’organigramma della Fondazione non esiste un organismo che abbia titolo e responsabilità per la programmazione culturale del sodalizio; le figure del Sovrintendente e del Comitato tecnico-scientifico sono state infatti soppresse nel corso dell’ineffabile presidenza di Paolo di Laura Frattura, che anche in ambito turistico/culturale, unitamente al suo Consigliere delegato Nico Ioffredi, non ha mancato di lasciare un segno di cui sono rimasti strascichi e cascami.

La Fondazione Molise Cultura è un “eventificio” a vocazione campobassocentrica, dipendente unicamente dal Presidente della Regione in carica, il cui programma d’attività viene stabilito (e finanziato) in ambiti sottratti al controllo e addirittura al contributo della nutrita rete dei soggetti che si occupano di cultura nella nostra regione. Di un organismo simile, la cui personalità giuridica è privatistica ma la cui attività è a totale carico della Regione, non v’è traccia in tutto il territorio nazionale. Nella Fondazione non ha voce in capitolo il Comune di Campobasso, capoluogo di regione, che ospita nel cuore del suo centro urbano il Teatro Savoia, ma che non può entrare nel merito della programmazione della più importante infrastruttura culturale della regione; non ha voce in capitolo l’Università del Molise e il Conservatorio “L.Perosi”, i soli istituti di alta formazione culturale che operano nei nostri territori.

Lo abbiamo doviziosamente argomentato in numerose altre circostanze: se si vuole mantenere in vita la FMC affiancata all’Assessorato alla cultura, che dovrebbe essere riabilitato nella sua funzione fondamentale e democratica di programmazione, dovrebbe essere trasformata in una Fondazione di partecipazione aperta al contributo (nonché al sostegno finanziario) dei soggetti che in ambito istituzionale, ma anche associativo e privatistico, promuovono e sostengono le attività culturali sul nostro territorio. Basti pensare al ruolo lungimirante e fecondo svolto e in via di svolgimento da parte di alcuni istituti di credito locale – su tutti la Banca Popolare delle Province Molisane- , che potrebbe essere accolto, sostenuto e valorizzato in un ambito aperto e concertativo come quello di una Fondazione di partecipazione.

Un organismo di questa natura, inoltre, aprirebbe uno spazio di collaborazione dignitosa alle associazioni culturali che rappresentano una rete nutrita e radicata nella nostra realtà e che sono state messe in grande difficoltà dalla riforma nazionale del terzo settore che ha imposto la loro trasformazione in Associazioni di Promozione Sociale, con una serie di oneri e di incombenze che mettono duramente alla prova la natura volontaristica che le caratterizza. Risulta grave e incomprensibile che questo dibattito non sia mai stata preso di petto in Consiglio regionale, nemmeno dai gruppi di minoranza del Pd e dei 5Stelle, le cui posizioni di merito non si conoscono e non sono mai state espresse con chiarezza.

Turismo è cultura (…e si capisce)

“Turismo è cultura”, ripete come un mantra l’Assessore Cotugno, per ribadire un connubio auspicato da tempo e da più parti, ma che proposto così come ci viene ammannito rappresenta la prova provata e patetica della latitanza regionale sul delicato e decisivo fronte della programmazione strategica. Turismo è senz’altro cultura, ma cultura è turismo a sua volta, come dimostrano esperienze – il Festival dei due mondi di Spoleto per esempio – che hanno reinventato l’assetto e la prospettiva anche economica di un luogo.

E però turismo è cultura, come acconsentiamo a dire senza riserve; ma è anche agricoltura, artigianato o politiche sociali, sempre in ottemperanza a quella decifrazione meteorologica delle politiche d’accoglienza che esigono una coerenza organica e armoniosa, fra tutte le inferenze che le compongono. Dal 2019, a primavera generalmente, la Regione Molise emette un bando intitolato per l’appunto “Turismo è cultura”, che assegna a soggetti pubblici e privati risorse equivalenti più o meno alla metà del fabbisogno finanziario delle iniziative selezionate.

Insomma, ancora totalmente a prescindere dal consacrato Piano Strategico Territoriale, la Regione offre la possibilità di proporre iniziative promozionali praticamente a tutti: ai Comuni, ai privati, a società di ogni natura, alle Pro Loco e alle associazioni di categoria, in una prospettiva che si definisce a tentoni, mano a mano che avanza il lavoro della commissione che analizza e valuta i progetti concorrenti.

Più razionale, comprensibile e proficuo, sarebbe stato se la Regione, desumendo gli ambiti di attività indicati dalla programmazione strategica, avesse messo a bando idee e iniziative per valorizzare gli asset sui quali aveva stabilito di puntare con maggiore determinazione. Così come stanno le cose, a “Turismo è cultura” partecipa il Comune di Larino con la carrese di San Pardo, quello di Agnone con la ‘Ndocciata, unitamente a una Pro Loco che organizza una sagra locale, oppure un privato che ha ideato un bel progetto innovativo.

Inoltre, la modalità operativa del bando, finisce per penalizzare le associazioni di volontariato che generalmente non sono capitalizzate e dunque hanno oggettiva e comprensibile difficoltà a reperire le risorse da anticipare per la realizzazione dell’iniziativa proposta che sarà finanziata a consuntivo, per non parlare della metà a suo carico del fabbisogno finanziario dell’evento da allestire. Tutto questo mentre si è fatto di tutto per depotenziare e sterilizzare la legge 5 del 2000, dedicata alla promozione culturale (e dunque come si sa anche a quella turistica) pensata su un’impalcatura più agile e trasparente, che prevede un comitato tecnico-scientifico composto da quattro personalità con esperienza e competenza specifica nei differenti settori delle attività culturali, che ha anche il compito di contribuire a rendere indipendente dal “comparaggio politico” il giudizio e la valutazione sui singoli progetti proposti.

Il provvedimento oltretutto prevede che la valutazione sulla iniziativa presentata sia espressa con congruo anticipo in modo che i presentatori abbiano il tempo per realizzarla ed opera con una programmazione triennale delle attività. Senza giustificazione palesata, questa legge è stata messa da parte, per dar vita alla sussiegosa lotteria del bando “Turismo è cultura”.
Insomma e in conclusione, il perseguimento convinto e protervo di una sprogrammazione che fa a meno degli obiettivi, dei metodi, dei tempi di conseguimento e soprattutto della comunicazione rigorosa dei risultati conseguiti.

Un’approssimazione miserevole che nella nostra condizione claudicante e minacciata è un lusso che non possiamo (più) permetterci.

Antonio Ruggieri72 Posts

Nato a Ferrazzano (CB) nel 1954. E’ giornalista professionista. Ha collaborato con la rete RAI del Molise. Ha coordinato la riedizione di “Viaggio in Molise” di Francesco Jovine, firmando la post—fazione dell’opera. Ha organizzato e diretto D.I.N.A. (digital is not analog), un festival internazionale dell’attivismo informatico che ha coinvolto le esperienze più interessanti dell’attivismo informatico internazionale (2002). Nel 2004, ha ideato e diretto un progetto che ha portato alla realizzazione della prima “radio on line” d’istituto; il progetto si è aggiudicato il primo premio del prestigioso concorso “centoscuole” indetto dalla Fondazione San Paolo di Torino. Ha ideato e diretto quattro edizioni dello SMOC (salone molisano della comunicazione), dal 2007 al 2011. Dal 2005 al 2009 ha diretto il quotidiano telematico Megachip.info fondato da Giulietto Chiesa. E’ stato Direttore responsabile di Cometa, trimestrale di critica della comunicazione (2009—2010). E’ Direttore responsabile del mensile culturale “il Bene Comune”, senza soluzione di continuità, dall’esordio della rivista (ottobre 2001) fino ad oggi. BIBLIOGRAFIA Il Male rosa, libro d’arte in serigrafia, (1980); Cafoni e galantuomini nel Molise fra brigantaggio e questione meridionale, edizioni Il Rinoceronte (1984); Molise contro Molise, Nocera editore (1997); I giovani e il capardozio, Nocera editore (2001).

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