Ricordi di vite precedenti: il colonizzatore folle

Riceviamo e pubblichiamo da William Mussini 

 

di William Mussini

 

Credete nella reincarnazione?

Ricordo d’essere stato, in una delle molteplici esistenze passate, un gradito ospite del Bedlam londinese, quando mezza Europa era indaffarata a colonizzare e saccheggiare meravigliosi e lontani paradisi incontaminati. Le spedizioni dei coloni si susseguivano a ritmi sempre più serrati; persino noi folli, rinchiusi nei manicomi britannici, fummo chiamati a dare man forte ai marinai di velieri e caravelle.

Mi vennero a prelevare una mattina di luglio, due gaglioffi dai lunghi baffi gotici mi trascinarono via di peso dall’umilissima alcova. Partii mio malgrado verso il mare dei coralli, una terra ricca e immensa ci attendeva nell’emisfero australe. Giungemmo dopo sei lunghi mesi di navigazione, alle coste di sabbia setosa, bianche e palmate, di isole infinitamente belle, agli estremi tropici di qualunque meraviglia tropicale.

“Naufragammo!”, morirono tutti tranne me ed un paio di topi da stiva. Fu l’apoteosi della felicità selvaggia che dimorava in me da sempre, ululando e sbadigliano fra scogli e coralli, realizzai il sogno di ogni animale che nutre coraggio e determinazione, osservando da dietro le sbarre quel mondo libero, per tutta la vita agognato. Solitario e con la pelle nera, cotta dal sole, ho vissuto gli anni più belli e memorabili delle mie intere esistenze.

Fui più vicino agli animali di quanto lo fossero loro stessi, ebbro di sensazioni coinvolgenti, camminavo per giorni interi nelle foreste e fra le mangrovie, ascoltando i suoni e le voci dell’immortale arcano, abitatore di quei luoghi inesplorati. I miei muscoli e le mie ossa, si tramutarono in giunchi flessuosi e solidi bastoncelli di noce, nuotavo nelle acque pericolosamente limpide, come l’otaria bruna nuota nelle melmose paludi, acquisii forza e fiato, divenni la leggenda dell’arcipelago.

Incontrai una notte un maestoso squalo balena, diventammo subito buoni amici, mi condusse nelle acque che lui frequentava, ricche di plancton, di mitili, pesci d’ogni specie, coralli e fantasmagoriche meduse.

Fu la mia ultima immersione, fu anche la prima volta in cui desiderai di non riaprire mai più gli occhi della coscienza. Avrei voluto ricordare le sole, ultime immagini che mi vedevano selvaggio, come un animale decisamente libero, come l’uomo/animale che non sarei mai più potuto essere. Ma oltrepassai come di consueto l’attimo in cui tutto si rivela. Il mio ennesimo trapasso mi concepì ancora una volta nelle tumultuose terre dei non viventi, e mi partorì nel corpo inconsapevole d’una immutevole madre.

Vano fu il ricordo dell’onnicomprensivo istante, di quel frammento infinito che segue l’ultimo respiro, della morte appunto, di quando la verità presunta si rivela in tutta la sua natura. Nell’attimo del trapasso, nel momento in cui tutte le domande poste in vita convergono verso un’unica risposta, quella che poi nessuno ricorda, il tempo si mostra per quello che è: una linea orizzontale dove coesistono sullo stesso piano ma in spazi differenti il passato, il presente ed il futuro. Eppure ad ogni morte, ad ogni riconciliazione con la luce, una tessera di quel mosaico infinito, rimane prigioniera nelle camere della coscienza. Ad ogni risurrezione, la follia si rianima come una fenice dalle ceneri delle proprie carni, invade i vuoti lasciati dalla ragione, eleva i valori degli istinti sino a rendere virtuoso ogni gesto, ogni slancio atto a godere di se stessi.

È proprio una follia raccontarvi di queste mie parabole a cielo aperto, senza che vi sia stato concesso il benché minimo preambolo, o un perché di ciò che sparpaglio sulle righe di questo articolo. Potreste pensare a questo punto che io stia volutamente mescolando bugie e verità, ingannando gli ingenui e confondendo gli astuti.

Ma i pensieri liberi e cattivi, le teorie antesignane e sconvolgenti, così come le eresie e le affermazioni drastiche sputate lì per inciso, sono parte della personale follia di uomo contemporaneo e non solo. Benevolmente vorrei insegnare la riflessione, attingendo ad antiche conoscenze dimenticate, a mio avviso la maniera meno ardua per giungere ad una quasi perenne felicità, partendo dall’empirica maestra d’ogni vita, d’ogni nostra esistenza passata.

Cercate di capire, non desidero che voi crediate adesso nella reincarnazione, è possibile che venti lustri or sono non ci credevo neanch’io. Sforzatevi invece di accettare le mie stravaganze, come accettereste i voli pindarici di un folle che tenta di esprimere con parole sue, quell’immenso mondo che alberga nel suo cuore. Ed allora è questo l’argomento per il quale disquisire: la follia, la consapevole saggezza di chi, risalendo gli abissi della retorica, cristallizza con un gesto naturale i cieli del qualunquismo e bacia le uniche labbra amorevoli ed irriconoscenti, quelle dell’anticonformismo.

C’è qualcosa alle vostre spalle, c’è sempre qualcosa di sconosciuto dietro le vostre certezze, sappiate cogliere l’attimo in cui voltando il capo e ribaltando il piano, il misterioso parallelo vi si mostrerà quasi sorpreso dallo scatto repentino. Non sarete certo così fortunati da catturare quella anti creatura, nessuno può, ma se osserverete i suoi profondi occhi, rimarrete certi che l’unico vero Paradiso di cui l’uomo potrebbe godere, è rinchiuso in celle dimenticate nei meandri bui e spaventevoli delle nostre stramaledette certezze. Aprite la mente, siate capaci di estrinsecare il più possibile ciò che di folle e libero avete nascosto nel subliminale; abbiate pazienza!

Non è per colpa nostra se il mondo attorno appare così reale, se la morte esiste per tutto e per tutti, se il quotidiano inganna la mente e il tempo soggioga le passioni. Se il limite ha sposato l’intelligenza, se la fine ha preso per mano la coscienza. Abbiate pazienza. Oppure fate come me, stringete le caviglie al cappio, legate il cordame al ramo d’un larice o di un salice, e lasciatevi penzolare a testa in giù. Io vivo quell’attimo come fossi realisticamente, spiritualmente unico immortale, perché folle, perché diverso da qualsivoglia ritratto; io come uomo libero che esorto alla meditazione ed alla passione, io che frantumo il confine e dileggio l’ombrosità della demenza nel ricordare vite passate, relegate fra memorie di intrecci vorticosi della psiche.

William Mussini70 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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