Attraversare il dolore e ricostruire con la bellezza

Simone Cristicchi Pescara

Simone Cristicchi ai Cantieri dell’immaginario dell’Aquila

È stata una serata di rara poesia, quella che Simone Cristicchi ha proposto al pubblico aquilano nell’Emiciclo – restituito alla città da un anno – per la serata inaugurale dei «Cantieri dell’immaginario».

«Questa è diventata la mia città» ha detto senza piaggeria il cantautore romano, individuato nel 2017 come direttore artistico del Teatro Stabile per la sua propensione alla sperimentazione e alla ricerca. L’Aquila era già nelle canzoni di Cristicchi, per la citazione del collaboratore scolastico Mario Magnotta nell’«Italia di Piero» e per il riferimento ai terremotati in «Meno male».

Ma, volendo considerare con più attenzione la poetica del cantautore romano, ciò che è accaduto e sta accadendo alla città, dal 6 aprile 2009, è stato sfiorato, toccato o abbracciato continuamente dalle canzoni che, in una scaletta divertente ed emozionante, si sono disposte all’ascolto una dopo l’altra. Dallo standard tanto ben stilizzato della «Studentessa universitaria», alla richiesta necessaria di «Abbi cura di me», dall’«Insegnami» dedicata al figlio al «Mi manchi» che, come dice Recalcati, è la frase più puntuale per dichiarare il proprio amore: ogni nucleo dei brani ascoltati sembrava voler raccontare una delle infinite storie, conosciute per caso o sepolte dalla macerie, che la vita degli uomini propone incessantemente. «Non è la bellezza a dover salvare il mondo – ha detto Cristicchi -, siamo noi che dobbiamo salvare la bellezza!»

I musicisti sul palco – Riccardo Corso (chitarre), Riccardo Ciaramellari (tastiere), Valter Sacripanti (batteria), Giuseppe Tortora (violoncello) e Andrea Rosatelli (basso) – sono stati capaci di sostenere la visione del mondo del cantautore non con un semplice suono di fondo ma con armonie e melodie che hanno detto, con lo stesso peso dei testi, ciò che bisognava dire. «Suoniamo le parole di Simone ogni sera – ha detto Sacripanti al termine del concerto – ma ogni sera ci emozioniamo e ci sentiamo gratificati da un’esperienza umana e professionale così profonda».

Così, i personaggi delle canzoni (derelitti, provati dalla vita, matti, solitari…) hanno trovato finalmente la loro visibilità: si sono lasciati osservare e hanno indotto alla riflessione, hanno provocato tenerezza e, insieme, il desiderio di superare ostacoli e difficoltà. Hanno indicato la strada per attraversare il dolore.

«Quando ho cantato questa canzone a Sanremo – ha detto Cristicchi, prima di eseguire «Abbi cura di me» – pensavo che stavo raccontando la storia di questa terra folle e sacra. Perché questa è una canzone dedicata a tutti quelli che sono riusciti a trasformare il dolore in qualcosa di bello».

La passeggiata del dopo-concerto, tra le vie centrali della città, è sembrata la continuazione logica delle emozioni che la musica aveva regalato poco prima. Giovani dai volti bellissimi, sereni, e famiglie che si incrociavano e si fermavano a chiacchierare fino a tardi. Locali numerosi e curatissimi. Percorsi di vita, sguardi e sorrisi, che affermavano la loro esistenza proprio nell’incontro con altri percorsi, con altri sguardi, con altri sorrisi. Tutto sembrava inneggiare alla vita, doverosamente. Senza dimenticare.

Giovanni Petta7 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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