Riaffermare con forza il diritto ad esistere dignitosamente per tutti

precari

di Umberto Berardo

Se osserviamo con attenzione il mondo in cui viviamo, appare indubitabile che la precarizzazione non solo del mondo del lavoro ma degli stessi diritti fondamentali quali la libertà, l’eguaglianza, la conoscenza, il lavoro e il benessere metta seriamente in discussione la qualità della vita non di una minoranza, ma della stragrande maggioranza degli esseri umani che tuttavia sembrano ripiegati in una rassegnazione forse rabbiosa, ma incapace d’immaginare e rivendicare sogni e cambiamenti per il presente, ma soprattutto per il futuro.

Un’economia in crisi perenne, il declino del concetto di solidarietà e di condivisione, forme di illiberalità che minano e rendono fragile la democrazia, la chiusura egoistica nel proprio benessere personale sono il segno di un mondo che, se non è incattivito, di certo vive in un grigiore di inumanità frutto di logiche neoliberiste trasmesse ormai senza più contrasto dai nuovi mezzi di comunicazione di massa. L’umanità ha vissuto molte epoche in cui sopraffazione, violenza e perfino malvagità sono riuscite a umiliare e offendere non solo i diritti, ma perfino l’esistenza come valore fondante della persona; eppure grazie alla riflessione d’intellettuali e politici intelligenti si sono elaborati ideali e sistemi di trasformazione del reale in grado quantomeno di ridimensionare le disuguaglianze.

Oggi i processi di pensiero e gli strumenti capaci di produrre una visione accettabile di convivenza e di società solidale sembrano seriamente in crisi come dimostra chiaramente l’abbandono in cui oggi l’Europa o gli Stati Uniti insistono e persistono a tenere le moltitudini di migranti che fuggono dal bisogno, dalla fame e dalla disperazione. Abbiamo avuto anni in cui l’Italia è stata attraversata da una pericolosa sottocultura che ha prodotto elementi di odio, di contrapposizione, di esclusione e addirittura di xenofobia.
Molti corpi intermedi di organizzazione dell’economia e della democrazia hanno perso ruolo e capacità di pensare e costruire quanto può rendere l’esistenza accettabile per tutti.

I partiti politici tradizionali e perfino quelli di nuova concezione sono alla deriva non riuscendo più a comprendere i bisogni reali delle categorie sociali di cui dovrebbero essere gli interpreti e i difensori. I cosiddetti movimenti hanno creato in molti attese e speranze, ma sembrano rivelarsi vuoti di una concezione definita di società, incapaci di organizzarsi in relazioni di democrazia partecipata con gli elettori di riferimento e soprattutto non in grado di offrire competenze di gestione della res publica.

Mentre talune organizzazioni di categoria come Confindustria paiono mantenere ancora un ruolo d’interlocuzione con le istituzioni politiche, il sindacato, che pure in passato ha avuto una presenza attiva nella difesa dei lavoratori per la garanzia dei loro diritti, oggi è proprio assente dalla scena politica e non più all’altezza di occuparsi degli interessi e delle necessità dei cittadini che rappresenta forse anche per mancanza delle categorie interpretative in grado di analizzare e risolvere i problemi creati dalla globalizzazione, dalla precarizzazione e da una diversa strutturazione e localizzazione della produzione e del lavoro.

Ha perfettamente ragione Ritanna Armeni a sostenere che la politica oggi cerca di evitare le intermediazioni e i confronti con i corpi interposti dei cittadini; vediamo infatti sempre più i politici rivolgersi direttamente al popolo in raduni di piazza nei quali non è tanto la base a dettare i criteri di gestione della cosa pubblica ma il leader politico o i poteri forti che rappresenta. Non sappiamo sinceramente se oggi in Italia c’è cognizione della realtà che vive il Paese e di quali debbano essere gli strumenti per eliminare ad esempio l’enorme debito pubblico, per ridare fiato a chi non ha voce nelle decisioni, per far ripartire la progettazione dello sviluppo economico con manovre espansive che riescano finalmente a creare nuova occupazione.

Certamente, come abbiamo scritto più volte, occorre ricostruire soggetti politici e sindacali credibili in cui ad operare siano persone eticamente ineccepibili, preparati e competenti. Finora francamente non vediamo all’orizzonte questa voglia di rinunciare ai personalismi per mettere in primo piano gli interressi comuni. Perfino i congressi di partito, quando si tengono, o le assise dei sindacati, più che avere il pensiero prevalente dell’elezione dei segretari o dei quadri, dovrebbero occuparsi con decisione di un’organizzazione strutturale più trasparente e democratica, di una ricerca di categorie innovative per l’analisi della società e la sua trasformazione, ma soprattutto di una presa di coscienza dei problemi dei cittadini e delle relative soluzioni.

Ciò che più preoccupa tuttavia oggi, dopo la grande presenza sui problemi del Paese nel 1968, è quella sorta di smarrimento e diremmo di limitazione del movimento giovanile che arriva ad esprimere ormai solo proteste settoriali senza riuscire appunto a ripensare e riaffermare un diritto ad esistere e vivere dignitosamente per tutti. Tra l’altro le politiche neoliberiste con il debito pubblico molto elevato operano sempre più chiaramente per il benessere immediato di pochi espropriando sempre più i giovani del loro futuro in un deserto di progettualità da parte di classi dirigenti che sembrano mancare di grandi energie, ma talora perfino di quegli strumenti che dovrebbero appartenere all’abc della grammatica politica.

Essendo contagiati allora da idee deboli, disfattiste e talora inconcludenti trasmesse da nuove fonti d’informazione spesso incontrollate, noi abbiamo con urgenza la necessità di ricostruire un pensiero fondato sulle metodologie della ricerca, del confronto e della valutazione critica. Questo possono e devono fare le istituzioni scolastiche pubbliche dove la pedagogia e la didattica sono in grado di guidare metodi di apprendimento per un’istruzione libera e democratica.

È la scuola, opportunamente finanziata, sostenuta nell’organizzazione e liberata da un ancoraggio necessario ma non troppo asfissiante con il mercato del lavoro, che può dare il contributo più adeguato per liberaci dalla rozzezza di un linguaggio scurrile e da idee contrarie alla verità, al buon senso e dunque indecenti. La ricostruzione di un’istruzione in grado di ridarci una cultura autentica è quanto può farci pensare ad un mondo in cui un pensiero positivo e creativo sia in grado di farci immaginare non più violenza e sopraffazione, non più “il male di vivere” come lo definiva Eugenio Montale, ma un’affermazione piena della dignità di ogni persona aiutata a realizzarsi e a raggiungere uno stadio accettabile di felicità.

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