La teoria del Molise che non è Molise

L’esperienza che i docenti molisani hanno fatto per ricevere la prima dose del vaccino anti-Covid è stata particolarmente entusiasmante. Invitati a presentarsi al palazzetto dello sport dell’Università del Molise, gli insegnanti si sono ritrovati in un ambiente completamente diverso da quelli a cui sono abituati nelle normali frequentazioni di ogni ambito del settore pubblico e in molte situazioni di quello privato.

Di solito si trovano muri scrostati, suppellettili e arredi che spengono le loro inadeguatezze nel grigiore più triste, pratiche di accoglienza caratterizzate, quando va bene, da battute in dialetto che spesso alludono a cose che non val la pena riportare, l’uso del “voi” e spesso del “tu” non certo per rendere più familiare il dialogo…

Certo, ci sono bellissime eccezioni: nel pubblico e nel privato. Ma queste eccezioni sono appunto tali: sono il risultato di iniziative personali di dirigenti o impiegati, di medici e infermieri che hanno deciso di non trascorrere una parte importante della loro vita in un ambiente brutto e squallido. Niente di strutturato, dunque, né progettato e nemmeno, purtroppo, desiderato.

Tale atteggiamento, quasi una condanna genetica del molisano, non è rilevabile solo nel campo dei servizi ma persino in quello del tempo libero. Provammo ad affrontare questo aspetto ne La teoria dello spritz, qualche tempo fa.

Ma torniamo alla splendida performance della nostra Università. Tempi di attesa: zero o quasi. I docenti arrivavano al palazzetto e venivano subito accolti da studenti volontari, capaci di “coccolare” – abbiamo scoperto che tale verbo era stato utilizzato da chi ha organizzato il tutto per spiegare ai giovani il senso di ciò che stavano facendo. “Dobbiamo comprendere lo stato d’animo delle persone, metterle a loro agio e fare in modo che in venti minuti si risolva tutto, sia la parte medica che quella burocratica” –: è stata questa la mission evidente del lavoro svolto e di quanto ottenuto.

Otto box di accettazione per definire, insieme all’utente, le informazioni del volumetto da consegnare firmato, con la scrivania che veniva immediatamente sanificata ogni qual volta l’utente si allontanava per recarsi ai box di somministrazione. Intanto, un esperto informatico circolava continuamente per essere d’aiuto agli operatori dei desk eventualmente in difficoltà ed evitare pericolosi rallentamenti.

Poi, fila brevissima per essere accompagnati, con gentilezza inusitata, ai box di vaccinazione. Qui un medico e un infermiere controllavano nuovamente le dichiarazioni di chi doveva ricevere il vaccino, si assicuravano che non ci fossero incompatibilità e procedevano alla vaccinazione. Subito dopo, si veniva invitati a sedersi nell’ultima zona del circuito progettato: una sala ben illuminata, colorata, con due schermi da 65 pollici che trasmettevano immagini piacevoli e rasserenanti. Tra le sedie dei docenti in osservazione, un assistente e un medico circolavano per sincerarsi che tutto procedesse per il meglio. Infine, dopo venti minuti, l’insegnante veniva invitato ad avvicinarsi al desk predisposto per la consegna del certificato di vaccinazione e del talloncino di prenotazione della seconda dose.

Naturalmente, non è solo l’efficienza che ha colpito positivamente i fruitori del servizio. È stata la bellezza creata dagli arredi, la disposizione dei percorsi, i sorrisi rasserenanti… è stato tutto ciò a dare la sensazione di non essere in Molise o, meglio, di essere finalmente nel Molise che tutti desideriamo e che forse non abbiamo mai visto.

Le dieci postazioni, a pieno regime, permettono di vaccinare circa seicento persone al giorno, nella serena efficienza di una organizzazione guidata dal Rettore (è un medico), dalla direzione generale, dall’ufficio tecnico e dal responsabile della sicurezza-Covid e realizzata praticamente dal personale medico, infermieristico dell’università. Anche il servizio di accoglienza è stato gestito da studenti universitari. Tutti volontari, tranne i medici che sono stati contrattualizzati all’uopo ma, probabilmente, solo per motivi di copertura assicurativa.

Non sarebbe il caso di chiedere aiuto alla nostra Università per evitare quanto sta accadendo negli altri presidi in cui si somministrano i vaccini? Basterebbe soltanto chiedere: scusi, come si fa?

Giovanni Petta46 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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