La teoria del male che non conta

«Lo splendido violino verde» di Ripellino in una nuova edizione curata da Umberto Brunetti

Per capire i cambiamenti e le costanti del mondo che vive, la vita insomma, l’uomo contemporaneo non ha metodo più efficace della conoscenza della grande poesia del Novecento. Non è una coincidenza la riproposizione, a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, delle opere di Giorgio Caproni (curato da Filomena Giannotti), Guido Gozzano (curato da Alessandro Fo) e ora Angelo Maria Ripellino edito da Artemide e curato da Umberto Brunetti.

I grandi del secolo scorso hanno saputo innovare e rinnovare tenendo fede a un implicito giuramento di rispetto della grazia e della bellezza di tutta l’arte precedente, offrendo al lettore un distillato di sapienza e armonia, anche nelle loro dissonanze più acute, che diviene strumento necessario per muoversi nella quotidianità sconcertante perché troppo spesso incomprensibile.

L’attenzione che Brunetti ha dato a “Lo splendido violino verde” di Ripellino – opera uscita per Einaudi nel 1976 – offre la possibilità di cogliere il nucleo più profondo delle verità poetiche dello scrittore siciliano, svelando artifici e connessioni, rimandi e sorgenti di ispirazione. Tale operazione era così necessaria che lo stesso Fo, “invitato, per lunga militanza ripelliniana, ad accompagnare” e chiudere il libro di cui si parla, racconta che, quando nel 1986 portò a termine la lettura della raccolta di Ripellino, sentì «il desiderio di saperne di più (…) e lo sgomento di non poter arrivare a possedere gli strumenti per decifrarne le innumerevoli, eccentriche impennate di lessico, allusioni, dottrina».

Umberto Brunetti, dunque, colma una lacuna importante, fornendo una lettura critica delle poesie che compongono la raccolta, analizzandole una per una, decifrando ogni verso e ogni parola, ogni collegamento a poeti, pittori, registi, attrici che si muovevano nell’universo ripelliniano.
Si viene così guidati, passo dopo passo, all’interno di un mondo strepitoso per magia e maraviglia. A cominciare dal titolo: «Simbolo della poesia, il violino suonato dal poeta è verde perché rappresenta uno strumento magico contro il “salire implacabile della vecchiezza”, l’ultimo appiglio alla vita quando la morte incombe minacciosa dietro le continue vessazioni della malattia; è un violino verde perché, come Ripellino scrive citando il poeta cecoslovacco Jiří Kolář, “il sangue dei sogni è verde”».

Si comprende, grazie al lavoro di Brunetti, quanto Ripellino fosse impegnato a evidenziare “l’inclemenza dell’epoca” insieme ai suoi “crucci privati”. Un’epoca caratterizzata dalla guerra del Kippur, dalla politica di austerity, dagli attentati di piazza della Loggia e del treno Italicus. E se ciò caratterizzò l’epoca che vide la pubblicazione de “Lo splendido violino”, fenomeni non molto diversi da quelli che caratterizzano la nostra, i “crucci privati” sono invece ancora più universali: malattia e vecchiaia.

L’esorcismo che mette in atto Ripellino – poiché il silenzio è «identità della morte» -, per contrastare il male, è la poesia. Paranomasie, omoteleuti, anafore, neologismi e arcaismi, dialettalismi e parole rare o desuete, varietà ritmica, musica… sono gli strumenti più efficaci per «mettere a fuoco l’assurdità del reale» e per «esprimere un moto di resistenza, quella sterzata che riaccende l’entusiasmo, per affermare, anche se sottovoce, che nonostante tutto la vita “è bella, è impagabile, e il male non conta”»

Per far questo, Ripellino si mette in dialogo con la tradizione, da Jacopone da Todi e Cavalcanti a Palazzeschi e Montale, da Dante e Boccaccio a Pascoli e D’Annunzio, da Petrarca a Gozzano.
«La tragedia si può contrastare solo con la commedia – scrive Corrado Bologna nell’introduzione -, cercando come Pulcinella un’illusoria ma necessaria via d’uscita (…) Pulcinella, se non ho trascurato qualcosa, non mi sembra affacciarsi mai sul palcoscenico poetico di Ripellino (…) E tuttavia egli appartiene alla stessa masnada degli Arlecchini, dei Vanellini, dei Ripellini».
Per mezzo di questo teatro straordinario, meraviglioso e barocco, «programmaticamente strampalato – scrive ancora Fo -, per il quale mi sembrava di tornare a sentire lo slogan pubblicitario che, fra aromi di krapfen, riecheggiava in quegli anni al Luna Park romano dell’EUR: “Un mondo strano, bizzarro, fantastico!”, per mezzo di questa sfilata di «pappalasagne» e «divoragalline», proprio perché – scrive Brunetti – «il teatro è il luogo in cui arte e vita confluiscono e si confondono», riusciamo ad avvicinare maggiormente quelle verità presentite e sfuggenti che ci spingono in avanti sulla linea del tempo.

Ecco perché la poesia del Novecento, proprio nella sua capacità di cogliere il presente nella sublimazione di quanto di bello ci ha preceduto, utilizzando il distillato della tradizione letteraria, è lente necessaria per vedere le cose, nella loro essenza più cruda.

«Quando il violino smette di suonare – scrive Brunetti -, ogni speranza si spegne in un amaro pessimismo. Ma prima, per tutte le ottantasei liriche della silloge, il poeta non ha rinunciato a esibirsi nei molteplici numeri del suo Varieté e la poesia ha compiuto, ancora una volta, il prodigio di “tener desta la fiacca fiammella” della vita».

Giovanni Petta46 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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