Altro che Abruzzo e Molise!

di Gino Massullo

Non passa tempo ormai senza che periodicamente, a scadenze quasi prevedibili, qualche esponente politico molisano non manchi di pronunciarsi a favore dell’accorpamento del Molise con qualche altra entità amministrativa tra quelle confinanti

A questo irresistibile richiamo non ha saputo sottrarsi l’onorevole Patriciello che di recente, dalle colonne di “Primo Piano Molise.it”, si è voluto spendere, anch’egli, per il ritorno a quella compagine regionale abruzzese-molisana da cui la nostra regione si distaccò circa sessanta anni fa mediante modifica costituzionale, non senza grande mobilitazione politica, culturale, mediatica e popolare allora tutta finalizzata a dimostrare le differenze, le distanze, sociali, culturali, politiche tra le due realtà territoriali e l’inopportunità di quella, per il Molise unanimemente considerata troppo penalizzante, unione.

Certo il tempo è trascorso, la situazione è completamente un’altra, altre soluzioni si possono adottare o riadottare, ma inossidabile resta, a quanto pare, l’idea che l’ingegneria istituzional-amministrativa sia lo strumento principe per la risoluzione di tutti i problemi, attuali e storici, del nostro povero – diremo fra poco soprattutto di cosa – Molise.
Non intendo porre in discussione qui l’opportunità di una revisione dell’attuale assetto amministrativo regionale italiano, nell’ambito del quale anche il territorio molisano potrebbe trovare una nuova collocazione, per non dire delle competenze stesse delle istituzioni regionali.

Né penso, a quest’ultimo proposito, di negare l’assoluta necessità di ricondurre al centro statale la gestione di servizi primari quali quello relativo alla Salute pubblica a cui anche l’onorevole Patriciello faceva riferimento nel suo intervento, seppure con un poco specioso riferimento all’attuale gestione commissariale della Sanità molisana che, senza entrare nel merito della sua conduzione, nulla ha evidentemente a che fare con una gestione statale della stessa.  Così come distinguerei ipotesi di revisione costituzionale in tema di assetti territoriali amministrativi da pratiche di gestione consortile di servizi ed enti, che sono altra, e in alcuni casi auspicabile, cosa.

Vorrei invece soffermarmi sull’inconsistenza della pretesa relazione tra la “Questione regionale” – che riguarda, sia pure con accenti diversi nei vari luoghi, tutto il Paese – e la soluzione degli specifici problemi, drammatici ed ineludibili, che il Molise si trova di fronte, e non da ora.  Sarebbe troppo facile, a questo proposito, limitarsi ad ironizzare sulla relazione positiva che l’on. Patriciello soavemente stabilisce tra accorpamento amministrativo tra Abruzzo e Molise e ripresa demografica dei territori molisani. È fin troppo evidente che la densità demografica della nuova compagine regionale salirebbe un poco in virtù della attuale maggiore densità della popolazione abruzzese (120,6 ab/Kmq) rispetto a quella molisana (67,8), ma questo penoso artificio contabile non invertirebbe certo il vertiginoso crollo demografico in atto nei territori compresi tra Trigno e Fortore, così come non risolverebbe gli altri annosi, storici problemi che ne sono causa: debolezza di un autonomo tessuto produttivo locale e sua sperequata distribuzione geografica, mancanza di una adeguata struttura territoriale con appropriate gerarchie urbane ed equilibrata rete di comunicazione stradale e ferroviaria, digital divide, che provocano emigrazione giovanile, invecchiamento della popolazione, isolamento delle aree interne, solo a citarne le conseguenze più evidenti e macroscopiche.

Aldilà di facili e propagandistiche soluzioni, qualunque futuro destino amministrativo si voglia immaginare per i territori molisani, resta sul tappeto il problema di quale progetto di sviluppo si è capaci di mettere in campo e di realizzare su di essi, di quale relazione insomma si vuole stabilire tra territorializzazione e regionalizzazione, intendendo con il primo termine l’interazione tra la dimensione ambientale e quella antropologica che sta a fondamento della costruzione (o della decostruzione) di territorio e con il secondo la creazione dall’alto del potere politico centrale di unità territoriali amministrative a cui delegare poteri, funzioni, competenze, al fine dare pianificazione e ordinamento al territorio statale e per fornire ad esso servizi pubblici e strutture per il welfare. Soltanto quando il rapporto dialettico tra questi due processi converge in un percorso, dinamico e complesso ma unitario, si ottiene la necessaria coesione territoriale: e questo vale per l’attuale Molise o per qualsivoglia compagine amministrativa in cui esso si dovesse trovare inserito in futuro.

Tutte le esperienze amministrative storicamente messe in atto sul territorio molisano, da quella della creazione della provincia napoleonica di oltre duecento anni fa a quella regionale degli anni Sessanta del Novecento hanno ruotato intorno a specifiche idee di sviluppo: la prima incernierata intorno al “Molise granaio di Napoli”; la seconda fondata sull’opportunità di meglio utilizzare trasferimenti dal centro nazionale e sulla loro gestione clientelare. Un progetto quest’ultimo certo discutibile e che, seppure ha portato i molisani fuori dalla miseria, ha lasciato strascichi pesanti di ogni ordine ed oggi ormai impraticabile come lo stesso Patriciello sembra riconoscere quado parla di trasferimenti dal centro, ma comunque un progetto.

Pensare ad una nuova definizione amministrativa del Paese tutto e del Molise non è dunque privo di fondamento, ma va coniugata con l’avvio di un nuovo modello di sviluppo.
Le domande di fondo restano le stesse. Quali le vocazioni produttive delle varie subaree che dovrebbero comporre la nuova ipotetica regione che vanno valorizzate e integrate? Quale la rete infrastrutturale, la gerarchizzazione di poli produttivi, di aree urbane e centri minori che bisogna realizzare? Quale il rapporto tra aree litoranee e aree interne? Quale il modello di sviluppo locale integrato? Quale insomma la territorializzazione in atto che una nuova ipotetica regione dovrebbe contribuire ad affermare? E, fuori dalla mera contiguità geografica, a quali reti e poli commerciali e della comunicazione a livello globale dovrebbe essere connessa questa nuova realtà amministrativa? Il compito politico dell’oggi per la classe dirigente molisana resta insomma ancora quello di realizzare tra Trigno e Fortore finalmente una compagine territoriale integrata e capace di autogoverno dei processi economici, politici, sociali e culturali in atto nel proprio territorio.

Una compagine che potrebbe mantenere l’attuale assetto regionale o al contrario entrare a far parte di un altro più ampio contesto amministrativo. In ogni caso però, come un’area territoriale dotata di piena identità e dignità e non come sparsi lacerti di territorio residuo del fallimento di un bicentenario processo di costruzione politico-amministrativa.  Affidare invece all’ingegneria istituzionale, alla pura e semplice definizione di nuovi confini, l’ipotesi di una più efficace azione di governo dei territori risulta essere, a mio avviso, unicamente testimonianza dei limiti di un ceto politico – quello stesso di cui l’on. Patriciello è da ben lungo tempo esponente in posizioni apicali – che, inadeguato al proprio compito di prefigurare e realizzare un integrato processo di sviluppo territoriale, troppo facilmente si rifugia dietro il paravento della riforma regionale, peraltro ridotta nelle sue finalità al semplice, e di fatto modestissimo, contenimento della spesa pubblica che ne deriverebbe o magari ispirata da ancora più angusti calcoli elettoralistici, in assenza di qualunque visione prospettica.

Per un nuovo modello di sviluppo regionale sostenibile – capace di andare oltre lo spartiacque costituito dalla pandemia ancora in corso – c’è dunque proprio bisogno di quello di cui siamo, ahimé, più poveri: di una classe dirigente e di un ceto politico all’altezza del compito.  Per dotarcene va costruita, a livello locale, una nuova alleanza sociale, un nuovo blocco storico davvero consapevole del valore del proprio capitale territoriale e dunque in grado di esprimere un rinnovato ceto politico a sua volta capace di mettere in campo la forza morale e le competenze necessarie per completare il processo di integrazione territoriale tra Trigno e Fortore avviato oltre duecento anni fa ed ancora lungi dall’essere compiutamente realizzato e lanciarlo verso il futuro. Un futuro costituito da agricoltura multifunzionale e integrazione agro-industriale, da originali forme di pianificazione territoriale, da nuove politiche di governo a livello locale capaci di coniugare sostenibilità economica e valorizzazione ambientale. Un futuro nel quale lo spopolamento si combatta non con artifici contabili ma incentivando la presenza nei territori di nuove figure professionali, soprattutto nelle aree più interne, anche grazie alla valorizzazione del lavoro immigrato.

Un futuro, ma molto prossimo, fatto di integrazione territoriale reticolare fondata su biodiversità e qualità ambientale e, sul piano più strettamente amministrativo, da un approccio multi level capace di tenere insieme la dimensione politico amministrativa europea, nazionale, regionale e fino ai territori locali, rendendone protagonisti gli abitanti con percorsi di sviluppo condiviso capaci di integrare competenze delle comunità locali e inputs e conoscenze specifiche esterne, in una dimensione glocale. Altro che Abruzzo e Molise!

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