L’uscita di “Terra”, opera seconda di una Quadrilogia di Giovanni Petta, lo scrittore che ha inventato il “molitaliano”

Da anni sulla rivista (cartacea) “Il Bene Comune” seguo le godibilissime vicende nostrane raccontate da Rossano Turzo col compagno di bisboccia Cosimo Ruzzone dalla mitica Cantina Iannacone, sacrario del senso comune dove si fa l’anti-biografia del Molise e si spettegola sulla molisanità con mordace e disincantata diffidenza.

Dietro Rossano Turzo c’è, com’è noto, Giovanni Petta che ha fatto della contaminazione un genere letterario basato su un codice “bilinguistico” nazional-regionale che non è regolato sul puro innesto di espressioni gergali e dialettali ma su una originale ibridazione tra parlata orale e scritta. Insomma: Turzo/Petta è l’inesauribile, geniale inventore del “molitaliano”.

Poi c’è Giovanni Petta, scrittore di razza (se ancora è lecito spendere tale definizione), autore di opere letterarie e di un impegnativo work in progress, vale a dire di una Quadrilogia iniziata nel 2017 con “Acqua” e ora, fresco di stampa, con “Terra” (€ 15, Scatole parlanti, 2021), cui seguirà “Fuoco” e infine “Aria”. Cioè gli elementi che sono la matrice di tutte le cose. (Guarda caso, proprio su di essi il grande maestro americano d’arte contemporanea, Bill Viola, presenta a Palermo una spettacolare mostra che durerà fino al febbraio 2022.)

Non appartengo alla categoria dei critici letterari, ma da semplice amante della lettura, non esito ad affermare che l’Autore di “Terra” è ormai da annoverare tra gli scrittori tout court ai quali il Molise ha dato natali e pulsioni letterarie forti.

“Terra” ha un impianto scenografico che si svolge in una piccola provincia italiana ed è regolato da un riflettore che di volta in volta si accende e spegne su un quadrilatero di personaggi in cerca di se stessi. C’è una coppia, Sara e Marco, gestori di una fattoria e genitori di Tommaso, adolescente alle prese con una difficile guarigione. E poi al centro, ma quanto mai discreta, c’è Carola, ospite coadiuvante, altruista, discreta, impenetrabile, una che “non sa cosa farsene del passato”, spettatrice di un tran tran oltre il quale tutto può esistere e tutto può accadere. E quando accade, arriva il dolore, il fallimento, la perdita, lo strazio, e, infine, la pandemia, la mattanza di vite, i legami spezzati.

Nel trattare le vicissitudini e il carattere dei suoi personaggi, Petta non ricorre a psicologismi. Li fa spesso emergere dalla descrizione di piccole incombenze o dal loro rapporto con i fiori, con le piante, con la terra, appunto. Il tutto con gran gusto del dettaglio. E si sa che l’anima della letteratura sta, appunto, nei dettagli.

Giuseppe Tabasso223 Posts

(Campobasso 1926) ha un nipotino, due figli e una moglie bojanese, sempre la stessa dal 1955. Da pianista dilettante formò una band con Fred Bongusto. A suo padre Lino, musicista, è dedicata una strada di Campobasso. Laureato in lingua e letteratura inglese, è giornalista professionista dal 1954. Nel 2018 è passato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio a quello del Molise per terminare la carriera dove l’ha iniziata. Ha lavorato in vari quotidiani e periodici (Paese sera, Corriere lombardo, Ore 12, L’Europeo, Annabella, Gente, Radiocorriere). Inviato di politica estera per il GR3 della RAI, ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, nelle sezioni italiane della BBC a Londra e della Deutschland Funk a Colonia. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); Post Scriptum, Prediche di un molisano inutile (Bene Comune Edizioni 2006), Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Moliseskine (Bene Comune Edizioni, 2016). Per le stesse Edizioni è in corso di pubblicazione Fare un giornale, diventare giornalisti, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori.

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