Il Matese in lungo e in largo

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Questo massiccio, come del resto la gran parte dei gruppi montuosi che formano l’Appennino, ha misure diverse, molto superiori quelle della lunghezza rispetto a quelle della larghezza e ciò influisce pure sui collegamenti tra gli opposti versanti (che sono 4, due di dimensioni ridotte, due estesi).

Nel Matese, come del resto in qualsiasi montagna, le percorrenze lungo la linea di crinale, seppure teoricamente possibili, sono sfavorite per i frequenti saliscendi dovuti alle varie groppe che si incontrano, nonostante che l’altitudine media sia costante, abbastanza, (la media delle altitudini) non presenti salvo che per alcuni salti, morfologici, per l’intera dorsale, tutto sommato, differenze notevoli.

Il profilo è unitario. Neanche sono fattibili itinerari continui nella fascia ad essa immediatamente inferiore per la presenza di ostacoli insormontabili, le teste delle incisioni vallive, a volte vere e proprie gole, quali quella del Quirino e quella del Pesco Rosso; eppure, se ci si mantenesse ad una quota intorno ai 1400 metri si potrebbe sfruttare, a tratti, la serie dei pianori concatenati fra loro che conferiscono a tale ambito la qualifica di altopiano in cui si cammina, appunto, in piano.

La cresta, che chiamiamo così anche se non aguzza, del nostro monte corre parallela, parliamo del versante molisano, alla strada di fondovalle, la statale 17, ed essendo quest’ultima rettilinea e pianeggiante consente spostamenti, seguendo la medesima direttrice ideale congiungente il Volturno, a Roccaravindola, e il Calore, subito dopo la confluenza del Tammaro, più veloci e meno faticosi, pedonali o no. Nel Matese, come del resto in qualsiasi montagna, le percorrenze privilegiate sono quelle trasversali. Il nostro massiccio pure se da lontano appare una cosa compatta, vedendolo da vicino, si rivela articolato.

È necessario, per quanto si andrà a dire in seguito, evidenziare, forse lo si sarebbe dovuto fare all’inizio, un aspetto fondamentale di questo rilievo montuoso che è che esso ha uno sviluppo essenzialmente longitudinale. In altri termini, esso è più lungo che largo e ciò si addice bene ad un tassello o anello di una catena, quella appenninica, la quale si chiama così proprio per la sua forma se non nastriforme, allungata, molto allungata. Dunque i percorsi da versante a versante sono corti, relativamente, va specificato, perché il Matese ha un certo spessore.

Il Matese perché noi identifichiamo questo complesso montano con un unico nome. Per gli abitanti del suo circondario, addirittura la parola Matese era, lo è ancora, equivalente alla parola montagna stando a significare le zone che sono in altitudine; ciò non è scontato e per rendersene conto basta girare la testa e guardare l’emergenza montana che è di fronte, dal lato opposto della vallata di Boiano, la quale si chiama Montagnola-Colle dell’Orso mancando a quest’ultima una denominazione capace di riconoscerla quale insieme, non mero accostamento di parti distinte, come in effetti è, non essendovi una sensibile discontinuità tra le sue due componenti (esempi ve ne sono numerosi, dal Velino-Sirente al Terminio-Cervialto).

Il Matese si può definire uno e trino in quanto composto di almeno tre episodi montuosi, il gruppo del Miletto, la Gallinola e m. Mutria, ma si potrebbero aggiungere in un’ala il monte Tre Confini e nell’altra la sequenza m. Caruso-m. Gallo. Una visione differente è quella, al posto di leggere il Matese quale sommatoria di parti, i rilievi che si è nominato, di sentirlo quale unità pur se frazionata in singoli momenti distinti. Un termine, Matese, che richiama alla mente nella maggioranza delle persone innanzitutto il distretto che comprende monte Miletto, cima Croce e colle Tamburro, il quale oltre ad essere il punto centrale del massiccio è quello più elevato e quindi più rappresentativo.

Qui si hanno una concentrazione di vette superiori a 2000 metri, le si è elencate poco fa. I Duemila sono una quota, lo stesso dei Quattromila sulle Alpi, da primato e c’è chi ne fa una sorta di collezione scalandole della quale essere orgoglioso; in verità, è incominciata anche la moda dei Millenovecento tra i quali c’è la Gallinola, ma non il monte Mutria, le due altre emergenze significative del comprensorio matesino. È da aggiungere che Miletto e Gallinola hanno in comune il basamento e, invece, il Mutria è a sé stante, da cima a fondo.

Il Miletto è oggetto di uno speciale rispetto per i suoi 2.050 metri, che sono tanti e però meno dei 2.056 misurati dal Del Re, peraltro originario di Cantalupo, nel 1824 su incarico della Specola di Capodimonte, ironicamente un ridimensionamento non in grado, comunque, di far perdere ad esso il titolo di monte più alto dell’Italia centro-meridionale, ad esclusione del Dolcedorme sul Pollino. Il progetto di allungamento della seggiovia a Campitello ne comprometterebbe la sacralità.

Di certo siamo usciti fuori traccia, che è quella dei cammini (non ne è proponibile uno per cui si salga sul Miletto da una parte e si scende dall’altra), ma valeva la pena farlo in quanto le vette sono fortemente, si stava per dire altamente, evocative nell’immaginario popolare e lo dimostra il fatto che il fenomeno dell’alpinismo ha preso avvio dalla conquista nella seconda metà del XIX secolo del monte Bianco, il “tetto” d’Europa. Il Miletto c’entra sempre quando si parla del Matese, merita una menzione speciale.

Non per tutti, ad ogni modo, è vero, inciso nell’inciso, se il Camminaitalia del Club Alpino Italiano che dalla sua prima edizione era passato per il Matese non sentì il desiderio di toccare il suo vertice. Proprio per la suddivisione descritta il Matese non costituisce una barriera compatta. Alcuni valichi consentono di andare dalla Campania al Molise ed evitare così di circumnavigare questo complesso montano il quale è, in fin dei conti, un gigantesco masso posto tra le due regioni attorno al quale girare; bypassare in tale modo questo megablocco è conveniente nell’era attuale, quella della motorizzazione, non lo era, di sicuro, nel passato quando per muoversi si faceva conto delle proprie gambe o, al più, delle zampe del mulo.

C’è sia una sella, del Perrone, sia un passo, Crocella, per valicare il Matese e da qui transitavano uomini, merci, animali che potevano essere oggetto di agguati da parte di banditi, tanto che si ritenne di farli presidiare da una comunità monastica la seconda e dalla Guardia Nazionale, creata appositamente per contrastare il brigantaggio, la prima.

Al di là della viabilità ufficiale, sfruttata per i traffici e per i viaggi, vi era una fitta rete sentieristica, quella che oggi frequentano gli escursionisti, utilizzata per condurre le greggi al pascolo, ma anche, in alternativa alle strade che erano pochissime, per raggiungere località situate alle spalle del massiccio, magari nei pellegrinaggi i quali rigorosamente si fanno a piedi, ad esempio il Vallone di S. Massimo percorso dai fedeli in occasione della festa di S. Sisto ad Alife, o in altre eventualità. Il Matese, dappertutto, ad eccezione di ridotti lembi di suolo in cui vi sono affioramenti calcarei, i quali rappresentano ostacoli al camminamento, oppure di terreni con pendenze eccessive, è agevolmente scavalcabile e ciò ha favorito contatti costanti tra le popolazioni insediate ai suoi margini.

Il Matese a lungo non è stato un confine né fisico, lo abbiamo visto, né politico bensì una patria comune all’epoca dell’antico Sannio ed esso, spesso e volentieri, veniva scavalcato dagli eserciti di questo popolo il quale mirava ad occupare e depredare le città della Magnagrecia. Più in generale, questa montagna, con le sue immense distese prative d’altura, è stata sentita alla stregua di un territorio communis (non nullius) dalla millenaria civiltà pastorale. Non sono mancate le occasioni in cui essa è stata attraversata nel senso della sua estensione maggiore ed è stato con la Spedizione del Matese guidata dagli anarchici Malatesta e Cafiero a fine ‘800 che partì da Pontelandolfo e terminò a Letino. Altre specie, diverse dall’umana, seguono nei loro movimenti traiettorie di tipo longitudinale, mantenendosi prevalentemente in elevazione e sono i grandi mammiferi tra cui l’orso di cui si auspica il ritorno su questi monti, obiettivo prioritario del Parco Nazionale del Matese.

Francesco Manfredi Selvaggi334 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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