La bicicletta del bambino anarchico

di William Mussini

Correva l’anno dei mondiali, quelli dell’82, Pelé era già in “pensione” da cinque anni e Paolo Rossi segnava inaspettatamente reti a ripetizione. L’Italia di quegli anni era proprio come la dipingeva Paolo Villaggio nella sua geniale serie di pellicole che vedeva protagonisti, a turno, il ragionier Fantozzi ed il suo gemello televisivo Fracchia. Ricordo che tutti i personaggi dei film di Fantozzi vivevano effettivamente in città, ad esempio, negli uffici dell’Anas dove lavorava mio zio, durante le feste aziendali e le ricorrenze natalizie, e si manifestavano, appunto, in tutte quelle occasioni in cui i padroni ed i subalterni interagivano in maniera non convenzionale, mostrando sorrisi a profusione e scambiandosi energiche, quanto sudaticce, strette di mano.

Le frasi che più andavano di moda in quegli anni, cioè, quelle che si potevano udire in uffici pubblici, in aziende private, in famiglia e nelle scuole, in strada e in chiesa, erano, ad esempio: “ossequi alla famiglia”, “i miei rispetti commendatore”, “Don Antonio buongiorno, posso offrirle un caffè?”, “che il Signore ci aiuti”, “quest’anno farà tanta neve a Natale”, “le vacanze le faremo in agosto”, “meglio trovare il posto fisso”, “le sarò eternamente grato” .

Gli italiani, in quegli anni, miglioravano progressivamente il loro tenore di vita, molti avevano già case di proprietà, riuscivano in tanti a risparmiare e a far studiare i propri figli pur con qualche sacrificio. Insomma, l’apparato sociale costituito dalle classi borghesi, dirigenziali e operaie, pur con tutte le piccolezze e le contraddizioni derivanti dal progressivo svecchiamento forzato dei precetti morali originari, riusciva comunque ad elargire piccole e grandi speranze.

Fu nell’82 dunque, che mi fu regalata la prima bicicletta da cross (erede della gloriosa Saltafoss degli anni Sessanta), quella che mi avrebbe consentito di esplorare strade nuove con l’ausilio di quattro marce, di pedalare comodamente sul sellino lungo e con il poggia-schiena, di affrontare senza timore anche le buche più insidiose grazie agli ammortizzatori a molla e alla gomma posteriore più grande. Quella Bianchi tutta cromata, con qualche piccola decorazione di nastri adesivi colorati e rifrangenti, era davvero un autentico gioiellino.

Non passò molto tempo da quel giorno che capii quanto fosse importante ricevere un dono di quel genere, cioè, quanta responsabilità, riconoscenza e sensibilità occorreva per ringraziare adeguatamente chi mi aveva regalato quella bicicletta.

Per prima cosa apprezzai il valore potenziale di quell’oggetto: con la bicicletta avrei potuto raggiungere luoghi lontani e sconosciuti, avrei potuto arricchire la mia esperienza di vita percorrendo strade nuove, condividendo con gli amici momenti di felicità. Poi avvertii il bisogno di mostrare gratitudine e rispetto per i miei genitori, comportandomi in maniera disciplinata, cercando di non farli stare in pensiero e di usare la bicicletta in modo corretto, senza strafare, evitando di mettere a rischio la mia incolumità.

Fu così che col passare del tempo, quella Bianchi da cross, divenne un oggetto dotato di una personalità distinta: con essa condividevo ricordi di gite fuoriporta, momenti di svago durante le vacanze estive, odori come quello delle camere d’aria bucate e del mastice per ripararle, suoni come quello della catena e dei freni a tamburo o di mollette scoppiettanti attaccate alla forcella, di una radiolina fissata sotto il cambio e poi piccoli interventi di abbellimento estetico come l’aggiunta di fari e specchietti retrovisori, persino di cerbottane pronte all’uso. La bicicletta era divenuta anche protagonista dei miei sogni, furono infatti numerose le notti in cui sognavo di pedalare all’infinito, su strade esotiche verso mete improbabili, fantastiche, incredibili.

Addirittura, anche lo scorrere del tempo in sella a quella bici sembrava cambiare, rallentare o accelerare, a seconda di quanto ancora mancava al raggiungimento della meta. Avvertivo fortemente la necessità di preservarla, di proteggerla da malintenzionati, di custodirla per bene ed attaccarla ad ogni fermata con la catena al palo, evitando così di farmela rubare.

Imparai insomma che quel veicolo al quale affidavo quasi quotidianamente la mia integrità fisica, la mia felicità ed il mio senso d’avventura, assumeva sempre più un ruolo complementare alla mia dimensione vitale, esso esisteva grazie a me ed io vivevo nuove esperienze grazie ad esso.

Ci furono poi anche momenti in cui, quella fiducia, quella responsabilità e quel giudizio vennero meno. Capitò che, in uno dei tanti pomeriggi di svago giù in cortile, approfittai oltre misura di quel dono, lasciandomi andare ad una corsa sfrenata, rischiando il collo e danneggiando seriamente la bicicletta. A pericolo scampato e con forcella e ruota anteriore da cambiare, chiesi perdono al mio angelo custode per aver impunemente sfidato la sorte, chiesi scusa e perdono alla mia bicicletta per averla usata malamente, per averla tradita ed umiliata.

Quel giorno, quando ripresi la Bianchi da cross, nuovamente in tiro, riparata alla perfezione, capii quanto fosse importante proteggere quell’oggetto, la sua personalità, il legame esclusivo che ci legava; capii che, come tutte le cose che si ricevono in dono o che si conquistano col sudore, anche quella bicicletta avrei dovuto per sempre rispettarla, accudirla, mai lasciarla in balia del caos, né barattarla in cambio di promesse illusorie. La Bianchi da cross era la mia compagna di avventura, mai più avrei potuta tradirla.

Avevo dato un nome alla mia bicicletta, e così si chiama ancora oggi: “Libertà”!

William Mussini27 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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