«Il grido della fata». Il nuovo disco di Max Manfredi

di Giovanni Petta

Che coincidenza l’uscita di questo disco e la pubblicazione di “Annientare”, il nuovo romanzo di Michel Houellebecq. Il libro dello scrittore francese è ambientato nella Francia del 2026-2027, il disco del cantautore genovese nella contemporaneità. Ma, ascoltando il nuovo album di Max Manfredi, è facile immaginare una Genova spostata in avanti di cinque o sei anni, come la Parigi di Houellebecq.

La città ligure non è più la stessa di qualche disco fa: “virtù e degrado” non convivono più, accanto ma definiti, ma sono ormai la stessa cosa. Negli armadi non ci sono più “lini e vecchie lavande” ma “tarli”; non c’è più niente da scoprire, tutto è già stato scoperto e, anzi, si può vaticinare con facilità anche il decennio futuro. E se l’umanità è così demoniaca e poco umana, persino l’Inferno può essere disposto e organizzato sulla Terra. Ma è

“un inferno ospitale,
con appesi i prosciutti
dove trincano tutti
e c’è la gara di rutti
e i diavoli versan da bere.”

La città raccontata da “Il grido della fata” non è Genova o, almeno, non è soltanto Genova. È una città algida, di un Nord digitale piuttosto che geografico. La voce calda di Max Manfredi si muove in luoghi che sanno di Bergman e di “settimi sigilli”; rispetto agli spazi narrati nelle opere precedenti, gli ambienti di questo disco sono desolati invece che degradati. C’è il porto, certo, ma non è solo Genova: è anche Amburgo e Rotterdam, Hong Kong o Jebel Ali. E in questo spazio sembra muoversi un marinaio di terra, che preferisce camminare ma che, nello stesso tempo, vive – e non potrebbe fare altrimenti – della certezza di avere sempre la possibilità di imbarcarsi e andare via.

“Tutto si sporge in punta di piedi per vedere più in alto,
come fossero i bambini, come le cattedrali”

La voce di Max Manfredi si muove in questa dimensione psichedelica – ma di uno psichedelico mai visto prima, un qualcosa che attiene al futuro -, una dimensione così tanto fredda che l’autore è costretto a cercare un po’ di umanità nei luoghi e negli oggetti più desueti. Ma è tutto inutile: il mondo che ci viene addosso è una Babele contemporanea in cui si parla un’unica lingua ma non si riesce più a capire la differenza tra gli invitati e i mendicanti, tra i musicisti-professionisti e musicisti-dilettanti, tra ospiti un po’ fatti e la proprietaria, tra ville in costruzione e ville in rovina, tra vita e vita immaginata, tra fantasmi e vivi. Si abita e si cammina come in certe città orientali – ma volte persino a Londra e Parigi – che fuori è tutta tecnologia avanzata e negli appartamenti moquette puzzolenti e polverose.

“Le cicche buttate anzitempo per prendere un autobus al volo
hanno il rimpianto di un fuoco già spento come gli astri che vedi giù in cielo”

È un disco pieno di magia. E non solo per il titolo. Persino negli arrangiamenti c’è una modalità di procedere – per suoni e ritmi, per timbri e cadenze – che evoca erinni e valchirie, che allude a elfi e alibabà… e persino spettri contemporanei. Le melodie sono sempre in bilico tra maggiore e minore. Ciò sorprende e affascina: sembra essere, questa, l’accortezza stilistica migliore per raccontare musicalmente una realtà contemporanea che cambia continuamente, sempre indecisa, in cui tutto è provvisorio, persino “le costellazioni e il pane”. E ciò senza riferimenti specifici alla cronaca, con quella universalità atemporale di cui Max Manfredi è maestro.

Ogni frase musicale ha un suo progetto di arrangiamento e, dunque, l’arrangiamento diventa composizione (che belle le linee e il suono delle chitarre elettriche!). E certe frasi, da sole, senza bisogno di parole, segnano poeticamente i ritorni a casa, notturni e solitari, di un uomo qualunque scelto a caso tra i sette miliardi di abitanti del pianeta. Un uomo qualunque che torna a casa consapevole di ciò che l’esistenza è: tarli e asfodeli, polli allo spiedo ed elicrisi, “un embutido de angel y bestia” per dirla alla Parra. È un uomo consapevole di se stesso e della sua resa. Un uomo “che non può essere rimasto uguale dopo aver attraversato il niente”.

“Nel borgo che dorme c’è chi passa scontento
come un margine d’ombra nel sonno dei cani.”

Il mondo descritto dalle canzoni de “Il grido” – così diverse una dall’altra ma così essenziali e necessarie, una all’altra, per comporre il mosaico di tragedia ossimorica, perché, allo stesso tempo, apocalittica e serena, che Manfredi vuole indicarci ed evidenziarci – è un mondo osservato da lontano, da un astronauta o da un alieno che scende a Terra solo se costretto da una crisi di astinenza da umanità e che, ogni volta deluso, se ne torna a osservare, distratto e distante, dalla sua poltrona che galleggia in una siderale assenza di gravità.

È un grido, quello della fata, tragico e finale. Un capolavoro.

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Max Mandredi
Il grido della fata
Produzione artistica: Max Manfredi, Marcello Stefanelli, Gabriele Santucci e Fabrizio Ugas
Anno: 2021 – Durata: 46:09 – Maremmano Records
Musicisti:
Bob Callero: basso – Federico Bagnasco: basso elettrico – Ezio Zaccagnini: batteria – Gianluca Pitzalis: chitarre elettriche – Marcello Stefanelli: chitarre elettriche – Ricky Farinelli: chitarre elettriche – Elisa Montaldo: percussioni, flauto cinese e tastiere – Fabrizio Ugas: chitarre – Edmondo Romano: flauto dritto – Darka Noe: violoncello – Kaled Ismail: percussioni – Shlomo Wacowitz: batteria – Igor Faccioli: batteria elettronica – Jennifer Ibuki: cori – Alice Nappi: violino – Nicola Bruno: basso – Fabio Travaini: clarinetto – Luca Falomi: ukulele – Marvin Qerimaj: violino

Giovanni Petta76 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017), «Cinque» (2017) e «Terra» (2021) ; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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