Un club esclusivo le aree protette molisane

di Francesco Manfredi-Selvaggi

E invece dovrebbe aprire le porte ad ulteriori parchi, in particolare a quelli regionali. Nel Molise vi è l’assenza di simile tipologia di parco così come in associazione con Regioni contermini, di parchi interregionali, uno dei quali potrebbe essere il Parco dei Tratturi.

Ormai anche nel Molise si può cominciare a parlare di sistema delle aree protette, cosa di cui parla la legge 394 del ’91, normativa che richiameremo nel finale. Prima di procedere all’elencazione di tali aree è bene precisare che il disegno di questo sistema va fatto a scala regionale, non potendosi aspettare l’intervento dello Stato; ciò non per una forma di sussidiarietà  a rovescio, (lì dove non arriva il potere centrale subentra quello locale come sarebbe stato peraltro auspicabile per dar vita subito al Parco del Matese, ma lo vedremo dopo) bensì perché è una competenza propria della Regione la quale ha gli strumenti per completare il quadro delle aree protette, istituendo qui un parco regionale, là una riserva al fine di colmare vuoti presenti e definendo i corridoi ecologici che le connettono.

Sui “buchi” di cui si è appena detto vale la pena soffermarsi un attimo evidenziando che le principali carenze stanno lungo le aste fluviali, il parco del Biferno è rimasto sulla carta, e nella costa, al di qua e al di là della battigia, cioè nella striscia dunale, quella di Petacciato, e in mare, a largo vi è l’area protetta marina delle Tremiti cui si dovrebbe ricollegare, costa che seppur la nostra marina, con le sue praterie di Poseidonia, solo 36 chilometri, è corta, perlomeno rispetto all’estensione complessiva della linea costiera italiana, è ricca di valori ambientali. Invece in questo campo non si muove molto.

Le scarse proposte che si affacciano di tanto in tanto, dal parco rurale storico tra Castellino del Biferno e Ripabottoni all’ultimo arrivato, il parco della pietra a Filignano, è peraltro indispensabile che vengano riformulate facendo riferimento alla legge quadro sui parchi e, quindi, siano coordinate con il resto delle aree protette. Si è annunciato sopra, subito dopo l’incipit, che faremo l’elenco delle aree protette molisane e adesso, terminata l’esplicitazione di che consiste il relativo sistema, un passaggio obbligato, è il momento di farlo.

Qui da noi vi sono ben due Parchi Nazionali, quello d’Abruzzo, Lazio e Molise e il Parco del Matese, tre Riserve Regionali che in precedenza erano le tre oasi naturalistiche gestite da tre primarie associazioni ambientaliste, una per ciascuna di esse, la Lipu, il WWF e Italia Nostra, le due Riserve della Biosfera (BR),  Collemeluccio e  Monte di Mezzo,  una Riserva Naturale        Orientata statale, quella di Pesche, ottantotto Siti di Importanza Comunitaria (SIC), per un totale di oltre il 30% di territorio regionale soggetto a tutela; gli attori i quali sono tutti attori protagonisti, non vi sono prim’attori e comprimari, sono molteplici e comprendono l’Unesco, con le BR, l’Unione Europea, con i SIC, lo Stato, con i parchi, la Regione, con le riserve e le organizzazioni protezionistiche che hanno fatto da stimolo.

Allo stato attuale tutto ciò appare come un frammentato puzzle di ambiti vincolati piuttosto che un insieme organico. Per realizzare una struttura unitaria di ambiti tutelati, i quali nel Molise, sono, lo abbiamo visto, elementi di tipo areale, i parchi, e puntuale, i SIC, occorre che vi siano anche quelli in cui una dimensione predomina sulle altre, dunque lineare, solo così si potrà costruire una rete delle emergenze naturalistiche. Abbiamo la fortuna di essere interessati, unici nella Penisola, dal passaggio in ogni angolo della regione dei percorsi tratturali, i quali sono segni del paesaggio di forma, evidentemente, lineare, proprio ciò che ci serve per arrivare ad una configurazione a maglia dei fatti naturali.

I tratturi sono canali di migrazione faunistica, sia di specie addomesticate sia selvatiche e tra questi vi è il Pescasseroli-Candela che unisce il Parco Nazionale d’Abruzzo, Pescasseroli ne è il cuore, e il Parco Nazionale del Matese lambendolo alla sua terminazione inferiore. Tali larghe piste erbose erano considerate inviolabili già all’epoca dei Sanniti i quali avevano stipulato patti, il “patto della transumanza”, con le altre tribù italiche insediate lungo questi tracciati (i Caraceni, i Sabini, ecc. in Abruzzo, i Dauni in Puglia) per garantire il transito delle pecore; il Parco dei Tratturi, previsto da una legge della Regione Molise e, dunque, di carattere regionale è indispensabile che assuma connotati di parco interregionale con il suo riconoscimento in sede legislativa da parte delle Regioni contermini, l’abruzzese e la pugliese, in modo che tale “area protetta” (più propriamente si dovrebbe chiamare “fascia protetta”) ricomprenda il demanio tratturale nella sua interezza.

Non si tratterebbe di un atto innovativo, per quanto detto, bensì di un ritorno all’antico. Il passato, il presente e il futuro sono, non solo per il caso dei tratturi, chiavi di lettura illuminanti delle politiche di conservazione del patrimonio ambientale. Si pensa generalmente che l’istituzione di un parco porti il comprensorio che ne entra a far parte ad una situazione pre-moderna dal punto di vista insediativo, non sono ammesse nuove costruzioni, economico, si punta sulle attività tradizionali, sociale, cioè degli stili di vita, proponendo per il tempo libero l’effettuazione di escursioni o la visita ai beni storici; in un’ottica completamente opposta il parco può essere inteso quale figlio della società attuale perché le aree protette vengono viste come un bilanciamento di altre aree, quelle industriali e quelle metropolitane, una compensazione alle alterazioni prodotte all’ambiente dallo sviluppo produttivo e urbano contemporaneo.

Sono semplicemente delle teorie e in quanto tali distanti dalla realtà concreta. Il Parco Nazionale d’Abruzzo, a smentire la tesi che le aree protette siano nate per controbilanciare il degrado dell’ecosistema conseguente alla crescita delle città e del settore secondario, è stato creato all’inizio del ‘900 quando le minacce all’integrità della biosfera erano limitate, mentre, al contrario, il suo ampliamento deciso alla fine del ‘900 con il PNdA che ora ricomprende non più un solo Comune molisano bensì cinque appare coerente con un simile ragionamento. In definitiva, esiste un ieri, un oggi e un domani dei parchi il che ci deve far riflettere sull’opportunità di cristallizzare l’assetto delle aree protette il quale è costantemente in divenire per cui anche il relativo sistema di cui alla legge quadro citata all’inizio, pur auspicabile fortemente, non va inteso alla stregua di un punto e basta (identico a quello che si inserisce in quest’istante per chiudere il discorso).

Francesco Manfredi Selvaggi578 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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