A Sud è il posto dell’anima

(in foto Letizia Papi, autrice del volume “Suditudine”)

Suditudine, neologismo scelto da Letizia Papi come titolo per la sua silloge, pubblicata da IBC Edizioni, è una sorta di saudade per i luoghi caratterizzati da particolari tratti, un po’ periferici e al margine, su cui si posano gli occhi di pochi, e che l’autrice colloca a sud, ma non come posizione geografica; si tratta di un sud quasi dell’anima, che regala sensazioni e percezioni uniche, irripetibili. Pagina dopo pagina, il lettore verrà accompagnato in un viaggio sensoriale: percepirà colori, sapori, profumi, gioie e dolori, descritti in maniera spontanea attraverso versi che sono dettati da afflati improvvisi, dove non c’è spazio per il pensiero artefatto. Una poesia onesta, senza filtri, dove lo sguardo “bambino” diventa la lente per guardare il mondo con altri occhi, cogliendo le piccole cose, gli sprazzi di felicità, coltivando anche quell’illusione consapevole che aiuta a vivere. In questo caleidoscopio di emozioni e ricordi, dove la Natura è cornice predominante, e con cui la scrittrice si fonde, si schiudono ideali, temi importanti, quali l’Amore e la morte, ma anche l’abbandono delle aree interne e il concetto di maternità. Così, i versi lasciano spazio alla riflessione: forse, bisognerebbe, ogni tanto, fermarsi a respirare per godersi l’attimo, le cose umili e tornare a parlare con i luoghi e le persone che li abitano, per parlare, in fondo, con se stessi e ritrovarsi, in un mondo che guarda tutto, ma non vede niente. Per conoscere più a fondo il senso dell’opera, abbiamo sentito l’autrice.

La Suditudine non è un concetto ma uno stato d’animo che ho paragonato alla saudade brasiliana, una sorta di benevola melanconia che ti riporta ai luoghi del cuore, quelli di un sud che ha particolari caratteristiche e che non ha a che fare con la posizione geografica, percependone ancora gli odori, i sapori, il vento, l’essenza della loro bellezza selvaggia e solitaria o prorompente e disarmante, attraverso il ricordo immutato e immutabile, sapendo che quelle percezioni sono uniche e mai più ripetibili, perché cambiamo noi e cambiano i nostri occhi. Sei d’accordo?
Direi che sono d’accordo! Suditudine è la presenza dell’assenza, è la relazione tra luoghi e persone che lascia traccia nell’archivio del sensibile. È il ricordo dell’odore di pesce fresco al mercato della Vucciria di Palermo, della luce dei muri bianchi di calce di Ostuni, è risentire la sensazione della propria mano appoggiata sulla morgia di Pietrabbondante. Ovviamente la suditudine riguarda il sud. Per me che sono toscana, il sud non è solo una questione di latitudine ma una condizione, un modo di essere, un’esperienza, che a volte ritrovo anche nella mia Maremma, anch’essa un sud.

Luoghi che diventano, però, anche rifugi dell’anima, dove potersi ritrovare, riscoprire valori quasi ancestrali, magici; luoghi che ammaliano, ti richiamano e invitano a ritrovarti ritrovandoli…
Purché un luogo non sia solo un punto d’arrivo ma anche di partenza e soprattutto di ripartenza. A volte possono risultare familiari e accoglienti dei luoghi sconosciuti, mentre dei luoghi noti possono sembrarci estranei. Quando sono stata a Palermo, per esempio, camminavo per le strade della città come se le avessi già percorse, a volte, invece, vado a trovare i miei boschi e mi smarrisco. La relazione coi luoghi è mutevole e fatta di imprevisti.

E in questi posti periferici, perché dimenticati o fuori dalle mappe turistiche come per esempio le aree interne del Molise, il poeta vede tesori e partorisce la sua visione, che diventa, però, utopia o follia per gli altri. Qual è la tua personale visione?
La poesia è una lente d’ingrandimento che riesce a scrutare l’essenza ignorata dei luoghi, a volte riesce a immaginare anche depositi di futuro. I luoghi interni del Molise sono carichi di dignità; sembra che siano lì ad attendere di essere capiti, amati; come le persone, attendono sguardi, cura, comprensione. La mia visione personale è che a un certo punto il Molise esisterà per molti e allora andrà difeso dal turismo massificato.

Ho avuto l’impressione che la tua poesia nasca di getto, in maniera prepotente in un dettato di parole quasi non pensate, scaturite dalla meravigliosa fanciullina che è in te, e in momenti difficili, dove lo scritto, puro e non artefatto, diventa anche cura.
Per me scrivere è uscire dalla volatilità del pensiero. Arriva uno stormo di parole e io le accolgo, poi le addomestico un po’, diciamo così. Ho scritto per tanti anni, senza mai dargli troppo peso, poi una svolta: la frequenza della Libera Università dell’autobiografia di Anghiari, dove ho imparato a dare valore alle parole. In questo ambito è nata l’idea della raccolta poetica Suditudine, in cui ho inserito poesie vecchie e nuove, ispirate da luoghi interiori e reali, molti dei quali meridiani.

– L’intervista integrale sarà pubblicata sul prossimo numero in uscita de Il Bene Comune –

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