Altilia quale new town ante litteram

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Lo schema ad assi viari ortogonali si è ampiamente diffuso in Nord America al momento della colonizzazione di queste terre da parte degli Inglesi. Saepinum è anch’esso una colonia, adesso, in verità allora, dei Romani. È un impianto urbanistico utilizzato pure nei nuovi quartieri urbani a cominciare dal Borgo Murattiano di Campobasso (Ph. F. Morgillo)

Può sembrare strano che il foro di Altilia si trovi decentrato rispetto al baricentro geometrico dell’insediamento. Una ragione di tale anomalia potrebbe essere il fatto che l’ambito delimitato dalle mura comprende anche un settore urbano, un vasto appezzamento di terreno, vuoto che è numerato dagli archeologi nella mappa topografica della città con il numero 4, il settore IV, destinato a futuri ampliamenti dell’abitato; la pianta urbica perciò si presenta di forma rettangolare e non quadrata.

La cosiddetta agorà se non è centrale in senso longitudinale lo è in quello trasversale ponendosi nel punto mediano tra le porte Boiano e Benevento collocate rispettivamente a est e a ovest. Essa costituisce il punto, e da ciò ne deriva il suo carattere di centralità, in cui si incrociano i percorsi viari fondamentali del municipium, il cardo e il decumano. Visto che stiamo parlando della centralizzazione dello spazio, discorso in cui abbiamo appena inserito le arterie cittadine, bisogna aggiungere che l’area forense se non è nella mezzeria del cardo lo è in quella del decumano il quale è l’asse stradale maggiore circostanza che assicura la polarità di questa piazza.

Conta meno perché conta meno il cardo o cardine che dir si voglia il fatto che tale piazza sia molto più vicina a porta Terravecchia rispetto a porta Tammaro; al limite, a ben pensarci non cambierebbe un granché se il foro fosse stato localizzato al termine del cardo, per capirci nel sito dove nel XVIII secolo si formò il raggruppamento di case chiamato il Malborghetto, anche se è inusuale nell’urbanistica romana la posizione marginale del foro, ciò sarebbe una diminutio. Del resto fin quando non si fosse verificato il riempimento con abitazioni di quel comparto urbanistico al momento, non lo sarà mai, non occupato il foro sarebbe stato perfettamente, o quasi, centrato sull’agglomerato insediativo in essere.

Riprendiamo l’osservazione fatta sopra che il foro è il crocevia tra il cardo e il decumano per dire che così come queste due strade non sono ortogonali fra loro, vi è un lieve scostamento dalla condizione di perpendicolarità, così i lati della superficie forense non formano tutti un angolo retto quando si congiungono, solo 2 sono a 90 gradi, il che determina che essa sia planimetricamente trapezoidale. Di annotazione in annotazione, il lato del foro che fiancheggia il cardo è di lunghezza inferiore al lato adiacente al decumano e così pure per tale via (via non nel senso di strada) viene confermata la superiorità di quest’ultimo nello schema vicino.

Il decumano non è solo un “fiancheggiatore” del foro, fa ad esso da spalla, poiché conserva una sua autonoma leggibilità all’interno dello stesso, vedi la differente pavimentazione. La gerarchia tra le vie urbane, va evidenziato, segue quella fra le direttrici extraurbane delle quali esse sono il segmento durante il passaggio dentro il perimetro murato, il decumano è un pezzo del Pescasseroli-Candela, il cardo del tratturello che porta dal fiume Tammaro all’acropoli antica di Terravecchia, destinazioni rivelate dal nome delle porte che attraversa; il fenomeno della transumanza è ben più rilevante di quello dell’alpeggio da cui la prevalenza del tratturo che ne è il “canale di trasmissione” nelle percorrenze pure intramoenia.

All’obliquità nel rapporto tra i due tracciati, comunque, si fa poco caso perché è lieve. Ambedue sono percorsi rettilinei e ciò fa sì che l’impronta generale di Saepinum sia dominata da linee rette, una caratteristica geometrica che è confermata pure dalle murazioni, un poligono regolare (un rettangolo e non un quadrato come nei castrum classici). Qualora non si ritengano sufficienti le argomentazioni addotte a sostegno della tesi sulla primazia del decumano se ne fornisce una ulteriore che appare decisiva, quella che il decumano è lastricato e il cardo è in battuto nonostante si ammetta che lascia un po’ perplessi il fatto che il secondo sia assai più lungo.

Infatti ad uno sviluppo superiore corrisponde una quantità superiore di persone che vi transitano, raccolte durante il suo svolgimento, solo è che, puntualizzazione già fatta, un pezzo dell’aggregato urbano che esso costeggia è un quartiere che non è mai stato popolato (e, peraltro, mai infrastrutturato). L’urbanistica delle colonie di Roma segue, in verità precede di molto, il modello delle città coloniali sorte tra il XVIII e il XIX secolo, tra cui vi è il Borgo Murattiano di Campobasso, e nello stesso tempo se ne discosta avendo in comune, sì l’ortogonalità delle strade, ma avendo la peculiarità dell’assetto cruciforme.

Nel reticolo stradale delle realtà urbane coloniali, inoltre, non vi sono percorsi prevalenti, si tratta di scacchiere con vie di livello paritario funzionali a delimitare lotti edificatori tutti uguali. Dei lotti e degli isolati in cui essi si accorpano, le unità minime dell’insediamento, è ciò di cui ora vogliamo ragionare. Seppure non vi siano evidenze archeologiche poiché gli scavi finora effettuati hanno interessato una piccola parte della superficie di Altilia è da presupporre che essa fosse suddivisa in isolati, e a cascata in singoli lotti, le unità minime della città, deducendolo dalla comparazione con altre entità insediative dell’antichità di nuova fondazione.

In questa maglia di isolati si inserisce il foro senza determinare perturbazioni a tale organizzazione dello spazio urbano. Il foro è ottenuto sottraendo alcune tessere a tale maglia. Si è usato il verbo sottrarre ovviamente in modo improprio, la presenza del foro viene concepita fin dal momento della creazione della città, non successivamente con una operazione di sottrazione, quindi non si è trattato, per fare posto ad esso, di cancellare tre o quattro isolati previsti dal programma di fabbricazione, asportare dei tasselli dal cuore dell’abitato, modificare il, per così dire, piano regolatore.

Che sia così, che i fatti si siano svolti nel modo descritto, è provato dalla circostanza che questo luogo è rispettoso degli allineamenti viari, ha, per quanto consentito vista la mancanza di una esatta perpendicolarità tra cardo e decumano, una conformazione regolare così come si conviene agli isolati, tanto presi individualmente quanto in aggregazione, regolarità che deriva dalla loro natura di essere multipli delle particelle edificatorie; i fabbricati è meglio che non siano sghembi, funzionerebbero male, per cui neanche il loro insieme che costituisce un’insula lo è. C’è qualcosa che rimanda alla memoria le lottizzazioni edilizie contemporanee, in particolare quelle regolari ovvero in regola con le norme.

Francesco Manfredi Selvaggi578 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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