Atrocità delle guerre: che fare?

TOPSHOT - Syrian civilians and rescuers gather at site of government forces air strikes in the rebel held neighbourhood of Al-Shaar in Aleppo on September 27, 2016. 
Syria's army took control of a rebel-held district in central Aleppo, after days of heavy air strikes that have killed dozens and sparked allegations of war crimes.

 / AFP / KARAM AL-MASRI        (Photo credit should read KARAM AL-MASRI/AFP/Getty Images)

Alcuni giorni fa abbiamo postato su Facebook questa riflessione telegrafica “Ma … rispetto alle atrocità delle guerre non dovremmo muovere qualcosa?”. Oltre a molti like mi hanno colpito alcuni commenti che sembravano sottolineare la nostra impotenza rispetto al fenomeno guerra, tra l’altro sempre esistito storicamente e mai eliminato. Il mondo culturale non solo ne ha sostenuto l’ineludibilità, come la maggior parte dei filosofi, ma ne ha fatto il tema di grandi poemi, come l’Iliade, che hanno esaltato il coraggio e la forza degli eroi.

Alla domanda di Einstein nel 1932 sulla possibilità di eliminare la guerra dalla storia non ci sono state molte risposte positive, come sappiamo, ma anzi Freud, cui era in particolare indirizzata la lettera, sostanzialmente replicò che era impossibile, essendo essa il frutto della spinta aggressiva e distruttiva dell’uomo che può essere solo in parte controllata indirizzandola verso altri scopi.
Persino le grandi religioni monoteiste ne hanno sostenuto per secoli la necessità interessata e non crediamo di doverci prolungare in esemplificazioni. Si deve attendere solo il cosmopolitismo illuminista perché cominci nella storia a farsi strada l’idea del pacifismo e dell’inutilità della guerra che poi hanno generato la cultura della non violenza di cui ci siamo occupati di recente e che sembra ancora patrimonio di una ristretta minoranza. Una cosa è certa: oggi il mondo è attraversato da una molteplicità di guerre, spesso taciute, che si protraggono da un’infinità di anni e che generano massacri, eccidi di popolazioni civili, esodi spaventosi, miseria e terribili difficoltà umane ed esistenziali.

Parleremo del “che fare”, ma a nostro avviso occorre subito prendere coscienza di quanto ha scritto in merito Gino Strada a nome di Emergency: “Se davvero vogliamo impegnarci per garantire la sopravvivenza del genere umano, l’abolizione della guerra è un presupposto necessario e inevitabile. Essa rientra nell’ambito del mandato delle Nazioni Unite, organizzazione fondata 67 anni fa, anche se, ancora oggi, ben poco è stato fatto per adempiere a tale mandato originario. Noi di Emergency crediamo fermamente che l’abolizione della guerra sia l’unica soluzione realistica ed umana per mettere fine alla sofferenza del genere umano e per promuovere i diritti umani universali.” Stabilito così che la guerra è una finta soluzione irragionevole, inutile, dannosa, egoista e drammatica di risolvere i problemi dell’umanità, è doveroso riflettere su quello che possiamo fare per cancellarla dalla realtà presente e dall’orizzonte storico. Il primo dovere per tutti noi è quello di non estraniarci dai massacri che generano i conflitti e di non sentirli lontani ed avulsi dalla nostra vita quotidiana.

Se la nostra coscienza viene toccata dalle stragi create in Siria con le armi chimiche e poi non ci interroghiamo su chi genera la loro produzione e diffusione in tutto il mondo e chi le usa, se dopo qualche giorno abbiamo dimenticato tutto e siamo tornati senza alcun disagio psicologico alla nostra vita quotidiana, incapaci di lotta popolare non violenta a tali assurdità, allora dobbiamo interrogarci seriamente sulla linearità etica dei nostri comportamenti. Occorre poi prendere coscienza che le guerre sono generate da interessi e visioni del mondo contrapposte, ma soprattutto dalle diseguaglianze create dall’egoismo umano che interrogano allo stesso tempo le nostre coscienze e responsabilità, ma in particolare il nostro stile di vita in relazione alla convivenza pacifica ed alla realizzazione della giustizia sociale in questa nostra collettività.  Sempre restando nel discorso del “che fare” è importante che ciascuno si interroghi se nel sistema educativo familiare ed in quello delle altre agenzie educative come la scuola o i mass-media ci adoperiamo per far prevalere una cultura della non violenza e della pace o tolleriamo che vengano continuamente diffusi, come purtroppo avviene, messaggi ed immagini che divulgano conflittualità, prepotenza ed aggressività.

Occorre ancora opporsi civilmente e politicamente a tutte le concezioni di vita che continuano a seminare odio tra gli esseri umani, a sostenere il commercio delle armi ed a fomentare guerre in nome di sporchi interessi economici o di follie ideologiche prive di senso. C’è chi pensa che l’Italia sia fuori dai giochi di guerra ignorando o fingendo di ignorare che è al secondo posto dopo gli USA per la produzione di armi. Abbiamo ancora in modo concreto la possibilità da consumatori di rifiutare l’acquisto di tutti quei prodotti che sappiamo appartenere a società che finanziano guerre e massacri. In immediato è necessario assolutamente riorganizzare il movimento pacifista che in tante occasioni ha riempito le piazze delle più grandi città per spingere la riflessione comune sull’assurdità della violenza e sulla necessità di percepire con chiarezza tutte le conseguenze generate nel mondo dalle guerre. C’è infine un’azione concretissima che si deve sviluppare sul piano dell’elaborazione di idee e sulla lotta politica per spingere nella direzione della creazione di una razionale governance internazionale che faccia sicuramente capo all’ONU ma che ne preveda una ristrutturazione in senso più democratico, dando parità di responsabilità decisionale a tutti i popoli aderenti, eliminando quel “diritto di veto” generato dal principio obsoleto di egemonia, dando a questa organizzazione internazionale regole chiare e rigorose e garantendo alla stessa autorevolezza e mezzi per dirimere le controversie generate nel mondo.

Se anche di recente le cosiddette grandi potenze ingessano le Nazioni Unite e rispondono alle atrocità dell’uso di armi chimiche con i bombardamenti vuol dire che la follia umana continua a farla da padrone. Purtroppo viviamo giorni in cui l’alta tensione sul piano internazionale si sta facendo pesante a causa di minacce di nuovi interventi militari. Stare in piazza contro tali decisioni dei falchi guerrafondai significa esercitare un’azione di condanna su decisioni politiche inaccettabili; il silenzio altrimenti rischia di essere complice. A noi pare che tali strumenti da mettere in campo per costruire la convivenza pacifica non solo abbiano una loro concretezza operativa, ma possano dare risultati positivi a patto che ci sia costanza attiva di presenza e di azione da parte di quanti hanno a cuore una relazione non conflittuale e dialogante con gli altri.

Fonte Umberto Berardo

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