Arturo Giovannitti, il poeta del lavoro

RITRATTI. La storia dimenticata e scomoda di un protagonista del Novecento. Il suo nome è legato alla lotta insieme ai lavoratori tessili di Lawrence (1912) nel Massachusetts

«Compagno lettore, vogliamo che tu venga a lavorare con noi. Se vuoi che il tuo ideale di giustizia sociale e fratellanza umana sia onorato e venerato dal mondo, allora, amico mio, questa è la tua voce». Così si esprimeva, in un suo articolo del luglio del 1916, Arturo Giovannitti nel promuovere il carattere engagé del mensile statunitense The Masses (1911-1917), un periodico di critica politico-culturale con cui egli avrebbe alacremente collaborato sino all’anno seguente.

PROPRIO QUEST’ANNO, infatti, ricorre il centenario della chiusura della rivista newyorchese d’ispirazione socialista. Prima di serrare forzatamente i battenti per ordine delle autorità giudiziarie, essa assunse, per quasi sette anni, un ruolo pionieristico nell’ambito dell’editoria nordamericana. «A revolutionary and not a reform magazine, a magazine with a sense of humor and no respect for the respectable»; così recitava il manifesto fondatore della rivista, ponendo in rilievo, non solo il proprio intento dissacratorio e demistificatore nei confronti della classe dirigente dell’epoca, ma altresì il desiderio di sottoporre all’attenzione dei propri lettori le crescenti disuguaglianze insite alla società nordamericana dell’epoca.

Fondata dal giovane immigrato olandese Piet Vlag nel 1911, la rivista, tuttavia, fu presto presa in consegna, dopo la precoce partenza del suo fondatore, da un gruppo di giovani attivisti e scrittori newyorchesi, i quali, proprio in quegli anni, avevano iniziato a dare vita al fecondo cenacolo di artisti e intellettuali che sarebbe in seguito divenuto il rinomato e prolifico circolo bohémienn del Greenwich Village.

UBICATA NEL CUORE artistico di Manhattan, la redazione di The Masses coinvolse presto una miriade di personalità del mondo della cultura e dell’attivismo politico nordamericano ed europeo: dai contributi di Sherwood Anderson e Floyd Dell a quelli dei noti vignettisti Robert Minor e Arthur Henry «Art» Young, passando per le collaborazioni di artisti del calibro di Arthur Davies, Abraham Walkowitz e Pablo Picasso, il mensile newyorchese acquisì rapidamente un indubbio reservoir di collaboratori di prestigio presso la composita e variegata intelligentsia statunitense di inizio Novecento.

Una convergenza culturale, quest’ultima, che permise pertanto alla rivista di divenire un progetto editoriale di primo piano in seno al disorganico movimento sindacale nordamericano del primo ante-guerra. Ed è proprio in tale contesto che s’incunea la straordinaria figura di Arturo Giovannitti (1884-1959). Attivista politico, sindacalista e poeta, Giovannitti, non solo collaborò a scadenza regolare con il periodico newyorkese, ma divenne presto, in virtù del suo tenace e indefesso attivismo politico, un esponente di assoluto rilievo all’interno dei movimenti operai di inizio secolo.

Nato a Campobasso ma trasferitosi oltreoceano all’età di sedici anni, il giovane molisano, dopo un breve soggiorno in Canada, fece della East Coast nordamericana – New York in primis – il suo terreno privilegiato di lotta politica in favore dei diritti dei lavoratori, del suffragio femminile e del pacifismo internazionale. 
Ma fu soprattutto a partire dall’anno 1912, in virtù degli storici scioperi dei lavoratori del settore tessile a Lawrence, in Massachusetts, che il nome di Arturo Giovannitti – già leader dell’Italian Socialist Federation of North American – iniziò a travalicare i confini newyorchesi e a riverberare anche a livello nazionale.

Oltre alla straordinaria efficacia con cui egli co-organizzò le manifestazioni di protesta per le strade della cittadina del nord-est, furono soprattutto le vicende giudiziarie che lo videro coinvolto all’indomani dello sciopero a renderlo noto su vasta scala e a mobilitare l’opinione pubblica nordamericana e internazionale in sua difesa. Accusato ingiustamente di «incitamento alla violenza» e della conseguente morte di una manifestante, Giovannitti, dopo alcuni mesi trascorsi in detenzione, si vide assolto a titolo definitivo e riconsegnato a vita pubblica.

Un tentativo di mistificare i fatti a scopo politico, quello messo in atto dall’accusa, che, per molti versi, fece da preludio alle traversie processuali, dall’esito ben più tragico, che avrebbero visto come protagonisti, quindici anni più tardi, gli anarchici italiani Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.

FU PROPRIO a The Masses che Giovannitti inviò, nel gennaio del 1913, ossia a meno di due mesi dalla sua scarcerazione, un lungo componimento poetico dal titolo di The Bum (Il barbone). Concludendosi con un perentorio «Spit out your life and your protest!», la poesia, composta in carcere nel novembre dell’anno precedente, assunse una veemenza evocativa e un’autenticità espressiva tale da renderla, agli occhi di molti, un vero e proprio manifesto poetico di lotta politica e opposizione culturale.

La rivista, su ordine della magistratura, pubblicò il suo ultimo numero nel dicembre del 1917. Oggi, a cent’anni di distanza, in un’era mediatica di «post-verità» in cui l’approfondimento analitico del dato sociale viene sovente scorporato dal «fare informazione», l’anniversario di uno dei periodici apripista del progressismo nordamericano merita pertanto d’esser rievocato.

CITATA COME ESEMPIO di political radicalism da Hannah Arendt in un suo noto articolo pubblicato dalla The New York Review of Books nel 1968, The Masses, in virtù della sua sfrontatezza nell’affrontare le numerose e drammatiche sfide ad essa coeve, rappresenta ancora oggi, per dirla con Giovannitti, un «emblema di una realtà vera e perciò sconvolgente». L’auspicio è che, in definitiva, a un secolo dalla sua chiusura e a quasi sessant’anni dalla scomparsa del «poeta dei lavoratori», il mondo culturale, sia italiano che statunitense, possa ricordare e rendere omaggio a due illustri istituzioni della lotta sindacale del Novecento.

Fonte il Manifesto

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