Isernia: Teatro e gladiatori…se si sente il profumo, è inevitabile che ci sia anche un fiore

museo

L’Associazione Me.MO Cantieri Culturali a.p.s., concessionaria di spazi e servizi all’interno dei Luoghi della Cultura statali del Molise, in collaborazione con il Polo Museale del Molise e nell’ambito del “Progetto di Valorizzazione – Aperture straordinarie 2017”, proporrà nel periodo luglio-settembre una serie di attività ed eventi presso i Musei del Molise.

Uno di questi eventi si è tenuto ieri pomeriggio dalle 15 alle 19, ad Isernia, presso il Museo Nazionale di Santa Maria delle Monache, museo che è rimasto chiuso per tanti anni, forse troppi, ma che da pochissimi giorni ha di nuovo aperto le sue porte ai visitatori. Una delle affascinanti curiosità riguardanti il museo in questione, è quella che riguarda proprio l’edificio, in principio un monastero abitato da suore di clausura.

In questo viaggio tra le mura del museo ci hanno accompagnato due socie dell’associazione, le due giovani archeologhe Federica Fasano e Serena Franceschelli. I reperti che riempiono le diverse sale sono venuti alla luce grazie agli scavi effettuati intorno agli anni ’70-’80, scavi detti sistematici, su un territorio particolarmente ricco se si fa riferimento all’archeologia. Una delle diverse stanze del complesso museale ospita il monumento gladiatorio che raffigura una delle fasi della vita della Aesernia del  263 A.C., con i combattimenti gladiatorici. Spostandoci nella stanza successiva noto che sulla pietra c’è la presenza di vere e proprie rifiniture ornamentali, di accorgimenti di natura estetica. In una ulteriore sala del museo ci sono una serie di urne, dette a cofanetto, che ricordano in qualche maniera i vecchi bauli degli anni ’30, ma che ne anticipano le forme.

Una delle cose che mi ha molto colpito, durante la visita di ieri, si chiama spolia, ovvero un materiale di riutilizzo per la costruzione di nuovi edifici, fatto con il reimpiego di materiali più vecchi, un’antesignana pratica di riciclo che ha contribuito a custodire parte dei reperti legati ai secoli passati. E’ molto probabile che all’inizio non ci fosse consapevolezza riguardante l’estremo valore di quelle lastre di pietra, ma non si può dire lo stesso per quanto riguarda la costruzione di alcuni castelli: nell’età federiciana (Federico II) queste enormi pietre antiche venivano utilizzate proprio allo scopo di impreziosire le costruzioni.

In una delle ultime stanze espositive è possibile osservare un possente blocco con su inciso “colleggium fabbrum” cioè collegio di fabbri, quindi di artigiani, un piccolo tassello scritto che ci aiuta, in maniera affascinante, a ricostruire piccoli stralci di vita di un tempo lontanissimo. Altro particolare è quello che riguarda l’incisione delle lettere su questi grandi corpi di pietra: alcune di esse riportano dei veri e propri errori di “impaginazione”, per dirla con un linguaggio più contemporaneo. Ho provato quasi un senso di tenerezza nell’immaginare la fatica dell’artigiano alle prese con quell’unico blocco di pietra a disposizione. Forse, per assurdo, un’epigrafe con un errore è anche più bella, poiché rende più vivo in un certo senso ciò che morto.

La vita d’altronde è fatta anche da imperfezioni.

Maria Elena Francalancia10 Posts

Nata a Cortona nel 1981, si diploma presso l'istituto tecnico commerciale L.Pilla di Campobasso. Successivamente si trasferisce a Roma per intraprendere la carriera universitaria dove studia tre anni presso l'Accademia di belle arti. Ad oggi sono tre le esposizioni che ha tenuto: Reasia, Reasia #2 e Gessetti. Nel dicembre 2013 consegue la laurea in Scienze della comunicazione presso l'università degli studi del Molise, discutendo la tesi in storia dell'arte contemporanea, intitolata: "La pittura dell'immaginario: visionari e Metafisici, da Bocklin al Surrealismo".

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