Franco Cerino, la luce come missione

Franco Cerino, è stato grande artista molisano, precisamente Campobassano e ancora più precisamente del quartiere di Sant’Antonio Abate.

Nel film “Hugo Cabret”, del regista Martin Scorsese, c’è una scena in cui il protagonista principale spiega che così come nel meccanismo di un orologio ogni singolo elemento ha la sua funzione, così anche nel grande meccanismo della nostra esistenza ogni essere umano, ogni individuo, ha una missione da compiere. Non soltanto sono pienamente d’accordo con quanto viene affermato nel film, ma, aggiungerei che alcuni di noi in qualche maniera, hanno custodito la missione nel proprio nome: Franco Cerino è certamente una di queste persone speciali.

Tra i soggetti preferiti che il maestro Cerino prediligeva c’erano gli umili, i vecchi borghi dove venivano praticati gli antichi mestieri, i luoghi bui e dimenticati a cui donava luce attraverso la sua arte. Franco Cerino ha portato un po’ di luce, della concreta luce. In che modo? Dando spazio a quelle persone, a quei luoghi, facendoli diventare protagonisti delle sue tele.

Il poeta Fabrizio De Andrè è noto anche per la sua attenzione all’interno dei testi delle sue canzoni verso gli ultimi, i poveri, verso quella parte di mondo più umile. Franco Cerino in qualche maniera me lo ricorda. Utilizzando le parole e i colori, entrambi hanno optato per la semplicità, quella semplicità che se la incontri ti arricchisce.  La semplicità è un tema che caratterizza la vita del maestro.

Prima ancora di essere un grande artista, molto amato dalla sua città e non solo, è stato anche un insegnante molto amato dai suoi alunni. E non è un caso che anche nell’ambito scolastico la sua attenzione venisse catturata soprattutto dalle storie di vita difficili, sia a livello familiare o di altro genere. La sua figura di artista spesso lo portava ad accostarsi agli ultimi nella strada, alle persone “semplici”, la sua figura di insegnante spesso lo portava a diventare un punto di riferimento per gli ultimi tra i banchi.

E poi c’era la sua figura di uomo, che prendeva il sopravvento su tutte le altre nel momento in cui, ad esempio, in aperta campagna mentre era alle prese con la realizzazione di una sua nuova opera, c’era una donnina, una contadina e la sua pecorella a cui dover dare un passaggio poiché pioveva, pioveva davvero tanto. Facendole salire entrambe sul suo maggiolone non preoccupandosi minimamente del fatto che fradice di pioggia gli avrebbero inzuppato l’automobile.  Semplice e generoso, così l’uomo e così la sua arte.

Maria Elena Francalancia20 Posts

Nata a Cortona nel 1981, si diploma presso l'istituto tecnico commerciale L.Pilla di Campobasso. Successivamente si trasferisce a Roma per intraprendere la carriera universitaria dove studia tre anni presso l'Accademia di belle arti. Ad oggi sono tre le esposizioni che ha tenuto: Reasia, Reasia #2 e Gessetti. Nel dicembre 2013 consegue la laurea in Scienze della comunicazione presso l'università degli studi del Molise, discutendo la tesi in storia dell'arte contemporanea, intitolata: "La pittura dell'immaginario: visionari e Metafisici, da Bocklin al Surrealismo".

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