Unione Europea tra elementi di crisi e voglia di espansione

umberto berardo

Il sogno di un’Europa unita, risalente già alle elaborazioni concettuali di ideologi dell’Ottocento, sembrò farsi strada con la proposta di Winston Churchill di una unificazione degli Stati del Vecchio Continente negli Stati Uniti d’Europa e successivamente con i Trattati di Roma del 25 marzo 1957. Un’Europa uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale cercava di liberarsi dalla tutela dei vincitori e di creare, con l’appoggio degli Stati Uniti d’America, una diga all’espansione dell’Unione Sovietica. Dunque inizialmente il progetto da molti era inserito nell’asse strategico dei blocchi di potere mondiale, anche se in tanti pensavano alla realizzazione di un’Europa dei popoli capace di concretizzare una convivenza democratica, pacifica ed egalitaria.

L’Unione Europea, che oggi è costituita da 28 Stati, non è stata capace o non ha voluto darsi istituzioni realmente democratiche; con il Trattato di Maastricht poi ha finito per aderire pienamente al sistema socio-economico neoliberista diventando una struttura in cui il potere decisionale è finito alle grandi oligarchie finanziarie che hanno fatto chiaramente prevalere il principio di un profitto incondizionato e spesso selvaggio su quello dell’eguaglianza e di un benessere accettabile per tutte le popolazioni. La crisi economica iniziata nel 2008 ed i conflitti sociali soprattutto in Grecia hanno segnato i primi punti di crisi che poi si sono accentuati con il riemergere dei nazionalismi sfociato nel Brexit inglese ed oggi nel nuovo asse franco-tedesco che sembra voglia guardare ad una forte collaborazione con la Cina.

A noi francamente preoccupa anche un parafascismo strisciante ed escludente che va diffondendosi in taluni Paesi e verso il quale le voci che si alzano sono davvero poche. Se per anni è parso che almeno si riuscisse a tenere una convivenza pacifica all’interno del continente, oggi l’Unione Europea non riesce ad avere più neppure questo ruolo perché gli egoismi nazionali hanno trasformato l’Euro in una moneta a forte rigidità per i Paesi più poveri, creando così movimenti populisti euroscettici; tra l’altro sembra si sia rinunciato a debellare la corruzione ed il potere mafioso, privi come si è perfino di normative adeguate in merito; non c’è alcuna capacità a gestire con responsabilità e rispetto dei diritti i flussi migratori provenienti dall’Africa e dall’Asia scaricandoli sugli Stati del Mediterraneo e prevalentemente sull’Italia e la Grecia e spesso lasciando il fenomeno in balia del business o di avventurieri dell’ultima ora; non si riesce infine a garantire alcuna sicurezza alle popolazioni rispetto ai continui e sempre più diffusi attacchi terroristici.

In poche parole l’Europa pare incapace di avere un suo ruolo nella governance globale né prova a definire un peso nell’economia mondiale visto che i suoi tassi di crescita sono purtroppo in taluni casi di poco superiori allo zero. Gli stessi tentativi di allargarsi verso sei Paesi della penisola balcanica e la Turchia si scontrano con i problemi di ordine politico e di carenza di taluni diritti umani per i quali tale integrazione al momento sembra ancora molto difficile. Se all’interno delle istituzioni dell’U.E. non si acquista parità decisionale degli Stati aderenti e non si esce dallo strangolamento dei parametri di Maastricht, non è difficile prevedere una disarticolazione di quanto finora si è riusciti a mettere insieme.

Pensare che l’Europa con i suoi 443 milioni di abitanti possa essere il centro delle decisioni in ambito mondiale è davvero fuori da ogni logica di carattere politico o economico, ma è invece pensabile che essa sia in grado di far valere un nuovo ruolo nella governance del Pianeta riuscendo a ricostruire un’economia innovativa e stabilendo rapporti amichevoli e pacifici con i Paesi degli altri continenti. Per raggiungere tali obiettivi è necessario avere al vertice delle istituzioni europee, profondamente rinnovate, una classe dirigente che lavori per realizzare il concetto di condivisione dei beni che purtroppo il neoliberismo ha eliminato dall’orizzonte della vita dei popoli.

Intanto due questioni urgenti premono per una soluzione e sono un negoziato non conflittuale con la Gran Bretagna per la sua uscita dalla Comunità ed un confronto sul superamento del Decreto di Dublino per un’accoglienza dei tanti esseri umani che ci chiedono di rinunciare a parte del nostro benessere e spesso del nostro egoismo per dare spazio ad un processo di convivenza certo regolamentata, ma capace di dare speranze di vita a chi nella sua terra non le ha. In questa direzione crediamo non possano essere tollerate le chiusure di tanti Stati che rischiano di acuire i conflitti e l’orrore seminati a larghe mani da un terrorismo che pure va fermato con i mezzi più razionali ed efficaci che dobbiamo essere in grado di mettere in atto per garantire pace e sicurezza a tutti.

Nel 2012 L’Unione Europea venne insignita del premio nobel per la pace con la seguente motivazione: “per oltre sei decenni ha contribuito all’avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”. L’aumento della povertà in modo inaccettabile, soprattutto nei Paesi dell’area mediterranea, la chiusura delle frontiere anche con blocchi di filo spinati e perfino nei confronti dei richiedenti asilo, i luoghi disumani di prima accoglienza ed i recenti provvedimenti di sgombero di edifici occupati senza un piano di sistemazione alternativo fotografano chiaramente un’Europa diversa da quella del riconoscimento sopra menzionato.

Certo i problemi all’orizzonte sono complessi, ma non possiamo permetterci, come sta avvenendo, di ignorarli, di risolverli in modo approssimativo o, peggio ancora, scaricando le responsabilità sugli altri.

Fonte Umberto Berardo

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