Lo stress per il dominio del mondo

antropologo norvegese

L’antropologo sociale norvegese Thomas Hylland Eriksen sarà ospite a Pordenonelegge con il suo ultimo libro «Fuori controllo», edito da Einaudi. «Nonostante tutto, fake news, teorie complottiste e ideologie retrogade, le persone ormai sono consapevoli di vivere in un pianeta condiviso»

La sindrome da tapis roulant è descritta da Lewis Carroll in Alice: all’arrivo della regina di cuori Alice è spinta a correre più forte possibile, eppure ha la sensazione di non muoversi per niente. La risposta è che lì si corre a più non posso per restare fermi. Il regime di competizione al quale siamo sottoposti nelle società contemporanee induce le persone a faticare enormemente solo per non retrocedere, e questo produce l’effetto burned-out (bruciato, esaurito), l’esaurimento psichico da stress.
La competizione da tapis roulant è uno dei concetti usati da Thomas Hylland Eriksen – un eminente antropologo sociale norvegese – per articolare l’analisi etnografica del suo ultimo libro Fuori controllo (Einaudi, pp. 217, euro 20). Il lavoro si concentra sulle conseguenze sociali e antropologiche della globalizzazione spaziando dall’industria estrattiva energetica, alla mobilità internazionale, dall’organizzazione delle città, alla gestione complessa dei rifiuti, passando per le trasformazioni delle tecnologie della comunicazione.

Dappertutto assistiamo al surriscaldamento e all’accelerazione dei processi dovuta allo sviluppo energetico e tecnologico. Eppure l’intenso sfruttamento delle risorse naturali che aumenta il benessere e la ricchezza del mondo è uno di quei fenomeni «fuori controllo» che usando un concetto di Gregory Bateson – uno degli ispiratori di Eriksen – si possono spiegare con la schizogenesi di un sistema a feedback positivo che non smette di amplificare i propri effetti, replicandosi. Qualora non incontri un agente esterno capace di contenerlo, esplode producendo conseguenze catastrofiche. Il successo incontrastato del neoliberalismo conduce a esiti potenzialmente distruttivi di lungo periodo, come l’esaurimento delle risorse, il surriscaldamento globale, la riduzione della flessibilità del sistema, la distruzione delle condizioni di possibilità di certi stili di vita e la conseguente espulsione delle persone che li adottavano.

Tuttavia, pur essendo chiaro che ci sono dei limiti allo sfruttamento delle risorse disponibili, nessuno è pronto a rinunciare al proprio benessere o alla prospettiva di miglioramento della propria condizione economica. Si tratta del «doppio legame» introdotto ancora da Bateson: la politica bifronte da una parte favorisce lo sviluppo che consuma risorse ecologiche e, dall’altra, firma gli accordi di Parigi per limitare le emissioni di CO2. L’educazione basata sul doppio legame spinge le persone alla follia. Cosa succederà alle nostre società contraddittorie e iperconnesse?

Per Eriksen non c’è un’unica via d’uscita dal doppio legame che ci governa e non possiamo attribuire la responsabilità del disastro all’avidità delle multinazionali estrattive e di tutte le altre industrie che ne adottano i metodi intensivi anche in ambito tecnologico. Incolpare il sistema neoliberale della tragedia imminente non è giusto né proficuo, significa scaricare il barile di rifiuti tossici da un’altra parte, senza trovare una soluzione sistemica. Bisogna invece progettare delle soluzioni glocali capaci di tenere conto delle specificità dei luoghi e del carattere generale dei processi globali in corso.

Siamo tutti immersi nell’alterità e nella super-diversità e tutti partecipiamo delle responsabilità per l’attivazione di un dialogo e di soluzioni per problemi complessi che non sono stati creati da noi, ma che impattano costantemente sulle nostre vite. Sebbene talvolta la descrizione a volo d’uccello dei fenomeni messi a confronto possa apparire troppo generica, soprattutto nella parte dedicata alle tecnologie, il lavoro dell’antropologo norvegese è stimolante e originale.
Eriksen sarà in questi giorni al festival Pordenonelegge (domenica 17 settembre, alle 10.30 nell’Auditorium dell’Istituto Vendramini) per presentare il suo libro.

Nel suo ultimo volume «Fuori controllo» si discute di alcuni effetti della globalizzazione che vanno dall’eccesso di rifiuti, all’«information overload», fino al traffico nei grandi agglomerati urbani.

Perché ritiene che siano le aree più interessanti per comprendere il surriscaldamento del pianeta?

Avrei potuto scegliere altri esempi per spiegare il surriscaldamento, letteralmente un insieme di processi di crescita interconnessi e accelerati che sono, in ultima analisi, largamente distruttivi per il pianeta e la società umana. Per esempio, la crescita nei commerci mondiali stimolata dal completo dominio delle navi da container è cruciale, come lo sono le bolle finanziarie. Ho scelto queste aree in parte per la loro importanza intrinseca per comprendere il mondo – il consumo di energia e la rivoluzione informatica sono tra le caratteristiche principali del mondo surriscaldato – ma anche perché i lettori dentro e fuori dall’antropologia potranno facilmente collegare questi temi al proprio quotidiano.

Nel libro si parla di differenze di scala nei processi e di come questi diversi livelli di impatto dei fenomeni producano costantemente contraddizioni. Nella sua visione, il conflitto vero non è tanto tra locale e globale in sé, ma piuttosto nell’opposizione tra astratto, universale e particolare… È così?

Sono convinto che una corretta comprensione di queste differenze di scala in conflitto siano essenziali per venire a patti con il mondo contemporaneo. La logica del pianeta surriscaldato e del capitalismo contemporaneo implica che più grande è meglio, e in economia come in politica, più grande significa più astratto e distante.
Le decisioni che hanno conseguenze sulla nostra vita sono prese molto lontano, e sebbene possiamo avere una completa libertà di espressione a disposizione, possiamo fare poco per influenzarne l’esito. Questi salti di livello producono risentimento, disperazione e controreazioni in tutto il mondo, dalla politica dell’identità militante, fino alla ritirata nel nazionalismo. Le persone continuamente si chiedono «di chi è la colpa, e cosa posso fare?» e quando le cause dei loro problemi locali come l’inquinamento o la disoccupazione sono – diciamo – cambiamenti nel prezzo del carbone o trasformazioni climatiche, diventa molto difficile rispondere a queste domande.

Sebbene nei processi di globalizzazione ci sia una forte asimmetria di poteri in azione tra i vari protagonisti dei cambiamenti, nel libro si critica l’idea che le aziende multinazionali e le politiche neoliberali siano responsabili dei fenomeni di surriscaldamento e accelerazione. Può spiegarci perché?


Possono sembrare come i grandi colpevoli, ma le multinazionali sono solo sintomi, possibili grazie ai mercati deregolamentati, che a loro volta sono resi possibili dai cambiamenti tecnologici come la comunicazione in tempo reale via Internet, la riduzione dei costi dei trasporti per la standardizzazione dei container e per altre forme di razionalizzazione. Dobbiamo guardare alla tecnologia, e al modo in cui viene applicata, per trovare le cause. Ma c’è anche una logica inerente alla modernità, che favorisce il cambiamento e la crescita in molti campi, perché li considera segnali di sviluppo e di miglioramento in se stessi. Tale tendenza funziona a un livello anche più profondo del semplice capitalismo.

Il suo suggerimento per l’uscita dai fenomeni contraddittori dello sviluppo accompagnati da accelerazione e sovraccarico con conseguente surriscaldamento dei sistemi è quindi costruire una dimensione culturale creola, basata sul dialogo possibile grazie alle tecnologie della comunicazione…


Una cultura creola suona bene – un sistema di vita misto, bastardo dove molti mondi di origini diverse si incontrano e si integrano per trovare un linguaggio condiviso attraverso cui parlare delle sfide comuni. Forse questa è la possibilità più promettente e l’aspetto più positivo del nostro mondo strettamente integrato, frenetico e autodistruttivo: siamo finalmente capaci di parlarci e di sviluppare una conversazione globale. Nonostante l’avvento del presidente di Twitter, la diffusione delle fake news, la popolarità delle teorie cospiratorie, il fanatismo religioso e le ideologie retrograde, anno dopo anno le persone cominciano a realizzare di vivere in un pianeta condiviso. Ci sono 7.5 miliardi di persone nel mondo e dobbiamo trovare urgentemente modi per vivere, non solo insieme, ma anche facendo pace con il resto dei viventi.

Non si vede all’orizzonte un’unica proposta no global contro gli effetti di surriscaldamento della globalizzazione, tuttavia lei crede nella possibilità di soluzioni diverse, flessibili, mutevoli e locali per contrastare il problema dei limiti dello sviluppo. Può aiutarci a capire meglio?


In effetti non c’è nessuna soluzione universale al casino nel quale ci troviamo. Continuiamo ad aver necessità di istituzioni su larga scala. Qualcuno deve negoziare gli accordi sul clima, qualcuno deve costruire ospedali. Dobbiamo rafforzare la nostra consapevolezza globale e non ritirarci in mondi ristretti.
Ma tutte le soluzioni hanno bisogno di essere ancorate localmente perché le persone riguadagnino il controllo delle loro vite e si liberino del potere distruttivo delle corporazioni guidate dal profitto. Raffreddamento, rallentamento e resistenza contro le forze che ci invadono dovrebbero essere ora le nostre prime priorità.

Fonte: il Manifesto

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