C’è il vernacolo anche in architettura

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di Francesco Manfredi-Selvaggi

L’edilizia popolare in architettura è qualcosa che assomiglia al dialetto nella lingua. Ne vediamo i caratteri salienti.

È difficile stabilire quale sia, o sia stata nel caso di edificio parzialmente diruto o alterato da interventi trasformativi, la forma architettonica originaria. Non si può, di certo, parlare di un tipo ideale per la dimora rurale, vanamente inseguito nel tempo, a cominciare da Mario Catandella che nel 1964 pubblicò per conto del CNR la ricerca «Casa rurale nel Molise», da antropologi, geografi e architetti. Ha scarso significato parlare di un’abitazione modello che possa rappresentare l’insieme delle strutture edilizie storiche tante sono le differenze che intercorrono tra i vari esemplari di casa contadina presenti qui da noi.

Si riscontrano, ovunque, dei caratteri comuni, almeno per area territoriale, che sono relativi ad alcuni elementi particolari delle costruzioni i quali sono le tipologie delle finestre, delle porte e dei tetti. Essi non sono fatti da poco, si prenda le coperture, perché l’immagine del fabbricato cambia totalmente quando il tetto è piano e non a falde (ovunque qui da noi, pure sulla costa l’edificio è chiuso da spioventi); se la copertura è a capanna, come spesso avviene, salvo nel caso che non sia la quinta di un edificio aggregato in una schiera, il timpano rappresenta un motivo caratteristico con il suo occhiello aeroilluminante centrale.

Sono interessanti, inoltre, le linee di gronda le quali delimitano il tetto costituendo a volte, delle linee orizzontali mentre, a volte, degli autentici ricami che sottolineano in alto il termine delle pareti con le elaborate romanelle. Passando alle aperture il primo aspetto da rilevare è la posizione degli infissi che se arretrata rispetto alla facciata fa percepire lo spessore delle murature e, dunque, sottolinea la robustezza del corpo di fabbrica. Quando il numero delle bucature è ridotto, e anche ciò è molto frequente specie nelle zone fredde come l’Alto Molise, i fronti del manufatto edilizio emanano un senso di chiusura, di protezione dello spazio interno. Ricorrenti sono le dimensioni delle superfici finestrate così come i dettagli, dal davanzale agli stipiti laterali in materiale lapideo.

È da evidenziare che le finestre che vediamo oggi è poco probabile che siano quelle del passato, neanche gli squarci di muro in cui sono inserite, necessitando per montare i serramenti con i vetri, non presenti in precedenza, il loro allargamento con la sostituzione delle piattabande di pietra con architravi di legno, le cosiddette opere morte. Tra le aperture un posto privilegiato lo ha la porta la quale rappresenta l’ingresso all’alloggio e che è sormontata nella chiave di volta da un richiamo alla famiglia; il portale non c’è, però, se l’entrata va raggiunta con una scala esterna la quale va intesa, per certi versi, quale prolungamento della “soglia”, soglia che è metaforicamente il luogo di passaggio.

A connotare una struttura architettonica sono i cantonali dove vengono collocati i blocchi lapidei più grandi i quali appaiono contenere orizzontalmente le facciate. Il basamento massiccio, con zoccolatura in pietra o meno, salda figurativamente il fabbricato al terreno, effetto che si perde se vi è la scala esterna. Più che gli elementi elencati tanti studiosi affermano che la qualità distintiva dell’architettura rurale molisana è la pietra in vista. Non è così non fosse altro che vi è l’utilizzo, a seconda degli ambiti geografici, di materiali costruttivi diversi, si prenda il laterizio nella piana di Boiano e l’argilla impasta con paglia per i ricoveri nel larinate.

È pur vero, però, che a caratterizzare in maniera decisiva i manufatti tradizionali è la materia di cui sono fatti, la pietra e il laterizio, la quale, peraltro, conferisce loro una specifica colorazione, un sapore differente. Una dimora contadina è ben riconoscibile pur in assenza di un parametro lapideo, e quindi se del tutto intonacata, essendo sufficienti la presenza di quelle connotazioni indicate e cioè la conformazione delle aperture, il tipo di tetto, ecc. La pietra, specie se di estrazione locale, e il laterizio prodotto da fornaci del posto consentono una immedesimazione dell’opera antropica con l’ambiente e ciò costituisce un fattore qualitativo importante.

L’intonaco nasconde l’organizzazione strutturale per cui un edificio realizzato con tecniche antiche potrebbe essere scambiato con uno fatto con tecnologie moderne, mentre invece nelle case in pietra a vista è ben leggibile il sistema costruttivo impiegato e ciò permette di apprezzarne la vetustà. Fino ad ora non si è parlato, ragionando su cosa identifica una costruzione tradizionale, della sua forma e ci proviamo adesso soffermandoci su una componente determinante di quest’ultima, la dimensione. L’aspetto dimensionale nel panorama architettonico tradizionale di cui ci stiamo occupando è talmente variabile che è complicato fissare dei parametri quantitativi capaci di caratterizzare la dimora rurale.

Gli edifici sono composti da multipli di un modulo base che dall’aggregazione con altri moduli può dar vita a strutture differenti, tanto tipologicamente quanto dimensionalmente. Un’osservazione opportuna è che l’impianto è necessariamente su base ortogonale per cui gli edifici sono, di norma, rettangolari. Il rettangolo può scomporsi in quadrati, i vani della casa che poi sono le cellule minime dalle quali si è sviluppato l’organismo architettonico; la sommatoria dei moduli può avvenire sia in orizzontale sia in verticale, in entrambe le dimensioni o in una sola di queste come si vede nelle case-torri lungo la vallata del Biferno e la verticalità che in tali fabbricati difensivi e insieme abitativi si ottiene porta a sentire il manufatto proteso verso l’alto, in contrasto con il radicamento al suolo degli ordinari edifici del passato.

È uno sforzo inutile quello di trovare costanti dimensionali e tipologiche nel patrimonio costruttivo tradizionale se si guarda alla congerie di unità abitative presenti nei borghi storici, frutto di un processo millenario di fusione e scomposizione di alloggi, di sovrapposizione e sottrazione di corpi di fabbrica. Si tratta di insediamenti per così dire spontanei dove l’edificazione avviene seguendo la morfologia territoriale senza tracciati ordinatori, allineamenti prestabiliti delle cortine edilizie, distanze da rispettare tra i fronti edificati come avviene nei centri urbani veri e propri nei quali le singole costruzioni sono ben distinguibili, non dando luogo ad un coacervo di masse edilizie.

L’unica parte del territorio che permette l’affermarsi di qualcosa di simile alla tipologia edilizia è la campagna, sempre che l’installazione della casa sia effettuata in uno spazio piano, di adeguata estensione, cosa rara data l’accidentalità del terreno nel nostro agro; altra condizione è che l’edificio sia isolato e questo può accadere, ma solo per qualche tempo in quanto storicamente vi è la tendenza all’affiancamento di successive porzioni edilizie per via dell’ampliamento del nucleo familiare iniziale secondo la regola della famiglia patriarcale. Al di là di questo vi è il fatto che nella cultura popolare non vi è interesse al tema tipologico, il costruire riducendosi (?) all’adattamento della casa al contesto spaziale naturale senza voler imporre segni forti al paesaggio.

Francesco Manfredi Selvaggi83 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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