Dal teatro di Pietrabbondante all’Auditorium di Isernia

di Francesco Manfredi-Selvaggi

In verità qui si parla di teatri dei Municipi romani, ma il senso è lo stesso ed è quello dell’importanza attribuita dagli antichi agli spettacoli teatrali. Le città fondate da Roma, per essere tali ne dovevano avere uno. Poi nel Molise si è persa quest’attitudine ad assistere alla rappresentazione di commedie, tragedie, drammi e così via. Perciò la realizzazione di questa grande opera architettonica nel capoluogo pentro che ha nel suo cuore la sala in cui si esibiscono attori, cantanti, ecc. è una vera e propria scommessa.

Nel Sannio, lungo la direttrice che segue, accostata ad esso, il massiccio montuoso matesino, vi è un gran numero di Municipi, probabilmente superiore a quello di altre zone soggette alla dominazione dell’Urbe, i quali si trovano molto vicini fra loro, ciascuno dei quali centri era obbligato ad avere una dotazione completa delle attrezzature urbane capaci di conferire loro la dignità di città, nonostante, magari, le dimensioni demografiche poiché tanti in un territorio ristretto fossero sempre ridotte.

Per i Romani non esisteva l’idea di comprensorio simile a quella odierna per cui alcuni di questi servizi sarebbero stati di scala intercomunale (i Sanniti fecero il teatro a mezza strada, a Pietrabbondante, ma non conoscevano la polis), vista la distanza non eccessiva che intercorreva tra di essi. Venafro, Isernia, Boiano e Altilia avevano ognuno la basilica, il tribunale, il foro, le terme, il teatro; di alcune di queste opere vi sono evidenze archeologiche (il teatro, oltre che a Venafrum e Saepinum dove è in superficie è individuabile pure ad Aesernia per l’andamento semicircolare di un vicolo del centro storico, mentre a Bovianum non ve ne sono tracce) di altre se ne presuppone l’esistenza.

L’antica Venafro possedeva inoltre un anfiteatro, il Verlasce, il quale stava pure a Larinum che insieme a Terventum sono gli altri due Municipi presenti nell’area sannitica, molto lontani fra di loro e molto lontani dalla serie che si sviluppa nelle piane che bordeggiano il Matese. Quest’ultimo punto, lo si evidenzia per inciso, ci riporta a quanto detto all’inizio circa la forte densità di unità municipali in prossimità dell’Appennino, la quale la si comprende a pieno se messa in confronto con quanto succede nella restante parte dell’Impero. In conclusione di questo che va inteso come preambolo, il teatro era all’epoca una necessità per un’entità cittadina, non se ne poteva proprio fare a meno.

Qualcosa del genere deve aver pensato l’Amministrazione comunale isernina quando si è trovata, scelta tra i Comuni molisani, ad optare per una struttura da realizzarsi nell’ambito delle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia (con i fondi stanziati per tale evento). Sarebbe potuta essere una biblioteca perché quella esistente, la Romano, è abbastanza piccola, sarebbe potuto essere un museo perché quello esistente è assai specialistico incentrato com’è sulla paleontologia, entrambe, alla stessa stregua del teatro, istituzioni culturali.

È stato scelto il teatro per la ragione, evidentemente, che esso soddisfacesse le esigenze di ogni categoria sociale, di ogni classe d’età, di ogni passione artistica, ospitando manifestazioni di vario tipo, dagli spettacoli teatrali al cinema alla musica, sia classica sia pop e così via. Si è creduto, in definitiva, che esso sarebbe stato gradito a, per così dire, grandi e piccini, mentre la biblioteca e il museo sono stati giudicati, così sembra, apprezzabili principalmente per gli intellettuali.

Per quanto riguarda il museo non si è riflettuto, nell’esprimere la preferenza sopraddetta, sull’esperienza di Bilbao che per rilanciare la sua economia ha puntato, con successo, sul famoso museo progettato da Frank Gerhy. A proposito della biblioteca, invece, l’aver scartato l’idea non è stata poi una decisione troppo miope, lo si dice con rammarico, vista la perdurante fase di chiusura della Albino di Campobasso che avendo più di 100 anni di vita conserva volumi d’epoca e giornali d’annata preziosi per la conoscenza della storia del Molise.

Dunque si è voluto il teatro il quale è il core bussines dell’auditorium che, però, non si esaurisce nella sala teatrale essendo prevista l’attivazione di diverse altre funzioni. Nel suo insieme l’auditorium è davvero grande e appare spropositato rispetto alla realtà locale. Non ci si è preoccupati delle sue vasti dimensioni in relazione all’effettivo fabbisogno della comunità e questo si spiega con la tendenza della collettività che forma la civitas, in ogni periodo storico e a ogni latitudine, a voler autorappresentarsi in un manufatto fisico, a voler esibire, attraverso di esso, il proprio rango, nel caso, in questione di capoluogo di provincia.

Uno spreco che riscontriamo, non solo nella costruzione di cattedrali, tra cui quella di Isernia, edifici carichi di valenza semantica per eccellenza, anche lì dove non te lo aspetteresti, l’edificazione delle mura urbiche che a Campobasso sono assurte addirittura ad emblema del borgo, le 6 torri, avvenuta, ad avvalorarne il ruolo simbolico e non militare, appena prima dell’avvento del Vicereame Spagnolo il quale ridimensionò l’autonomia dei baroni.

Bisogna riconoscere che per il capoluogo pentro la dilatazione, per così dire, del fabbricato è dipesa pure dalla circostanza che si stavano “sfruttando” finanziamenti straordinari, una spesa che non gravava sul bilancio del Comune a cui, comunque, spetta la manutenzione periodica che è tanto più onerosa quanto più è grossa la fabbrica. All’Ente comunale tocca, poi, far “funzionare” questo poderoso complesso, renderlo vivo con un ricco cartellone di eventi, attraverso un apposito stanziamento comunale. C’è stato un rientro per l’economia del posto, anche questo va evidenziato, legato all’apertura di un simile cantiere traducibile in occupazione operaia, vendita di materiale edile, subappalti, ecc.

Un’annotazione supplementare, ma non meno significativa, è che l’auditorium di Isernia ha l’aspirazione ad essere un’architettura rappresentativa, capace, per certi versi, di impressionare per la sua mole, non fosse altro, la cittadinanza, atteggiamento opposto a quello che ebbero i progettisti della nuova sede della biblioteca Albino un paio di decenni prima che, invece, tesero a mimetizzare l’edificio nello skyline urbanistico attraverso il suo gradonamento in modo che seguisse il pendio e la trasformazione della copertura piana in terrazzo vegetato.

Un appunto, poi, è sulla localizzazione dell’auditorium nel quartiere S. Leucio che non è proprio centrale, come sarebbe potuto essere se si fosse posizionato in prossimità del parco ferroviario per il quale ora, purtroppo, non allora, sono in corso lavori di riqualificazione, a differenza di quanto avviene solitamente per le attività collettive. Lo spazio libero antistante, sufficientemente ampio all’incrocio di due strade larghe valorizza la veduta della facciata; la trasformazione di queste arterie in viali alberati convergenti su di esso contribuirebbe a nobilitare l’immobile e lo stesso effetto lo produrrebbe l’installazione di una fontana nel crocevia (ce ne è già una all’ingresso della città) o altro elemento di arredo urbano o meglio di land art, tipo quello che fa da spartitraffico nelle vicinanze del carcere, in modo da richiamare l’immagine della piazza, la quale essendo il luogo comunitario per antonomasia, ben si addice ad un auditorium.

Francesco Manfredi Selvaggi236 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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