La teoria dell’orgoglio, «ne ha rovinati più lui che il petroglio»

La teoria del Molise senza speranza continua a disturbare l’estate di chi vuole legittimamente accontentarsi di ciò che vede facendo finta di vedere altro. Uno dei commenti più frequenti all’articolo può essere riassunto in queste due domande: «Perché vedi solo macerie? Non sei orgoglioso nemmeno un po’ della tua terra?»

Se il termine “macerie” è sinonimo di degrado, allora è vero: vedo solo macerie. Non solo nel funzionamento dei servizi pubblici ma anche nella semplice organizzazione della vita quotidiana.

Nelle regioni intorno, e in tutte le regioni d’Italia, hanno capito da tempo che rispondere alle esigenze dei cittadini, con velocità proporzionale all’importanza del problema, è un parametro importantissimo per misurare il livello di civiltà. Persino a Napoli – simbolo del disordine più criticato e più utilizzato per la derisione negli ultimi trent’anni – il sistema ospedaliero garantisce risposte, nei tempi e nei modi, di altissima qualità. Chi ha avuto la sfortuna di frequentare le strutture sanitarie pubbliche della Campania sa che, sorprendentemente, può ricevere una mail di risposta dal primario del reparto nel giro di un paio d’ore dalla sua richiesta. Vogliamo paragonare tutto ciò con i tempi di attesa per una Tac, per una visita diabetologica, per un intervento di pronto soccorso in Molise? Vogliamo paragonare tutto ciò con la cura degli ambienti in cui persino i bambini sono costretti ad attendere la visita medica che può risolvere il loro problema?

Vogliamo parlare dei trasporti e di ciò che Il Binario 20bis racconta da anni? Vogliamo parlare della sicurezza scolastica nella regione che ha vissuto la tragedia di San Giuliano? Vogliamo parlare di cose più quotidiane? Delle “location”, come dicono i giovani, dei nostri aperitivi, con asfalti rattoppati, cartelli stradali cigolanti e lampioni arrugginiti come fossimo nella zona industriale di un Paese in via di sviluppo? Qualcuno sa indicarmi un posto, un agriturismo, un ristorante, dove mangiare all’aperto d’estate senza avere nell’occhio guardrail metallici e rovinati, piazzole di cemento grigio, sanpietrini incollati con malte improvvisate, baracche di zinco all’orizzonte, intonaci brutti, tralicci che hanno perso la loro funzione ma che rimangono abbandonati sui prati come solo nella Germania dell’Est prima della caduta del Muro? Solo io vedo queste “macerie”? Questo degrado?

Sono fortemente convinto che far finta di non vedere tutto ciò è colpevole. È una colpa grave essere orgogliosi di una finzione. E colpevole stringere l’inquadratura della macchina da presa per evidenziare un piccolo elemento di bellezza, lasciando fuori dalla ripresa lo squallore che domina intorno.

In un articolo di qualche anno fa, Quirino Principe, su IlSole24Ore, scriveva che in altri luoghi “chi esercita i poteri ha capito da tempo che l’estetica è più importante della morale e della politica, più della religione e della magistratura, e che la pulizia del selciato e dei muri delle case è infinitamente più importante della lotta alla droga, dell’amministrazione della giustizia, del buon costume e di simili cose magari lodevoli ma marginali”.

Non riesco più a vedere il bicchiere mezzo pieno. Sono contento che qualcuno sia orgoglioso del teatro di Pietrabbondante. Io non lo sono per come viene gestito. Sono contento che qualcuno sia orgoglioso di Altilia. Io non lo sono per come viene promossa a livello nazionale e internazionale. Sono contento che qualcuno sia orgoglioso dei piccoli borghi molisani. Io non lo sono perché so che un turista, qualora decidesse di venire in Molise, non troverebbe servizi adeguati a una vacanza decente. Sono contento che qualcuno sia orgoglioso dei monti, dei fiumi e della costa molisana. Io non lo sono per come è ridotto Campitello, per ciò che viene sversato nei fiumi nella terra e nell’aria, per il “grattacielo” che vedo quando torno a casa dal Salento e attraverso il confine con la Puglia.

Come si fa ad essere orgogliosi di tutto ciò? Come si fa ad essere orgogliosi della bruttezza? Il mio bicchiere è mezzo vuoto, anzi è pieno per meno della quinta parte. Descrivo ciò che vedo e spero da anni che chi va fuori – spesso a nostre spese – osservi la bellezza, goda il benessere provocato da un ambiente curato e da servizi decenti; veda tutto ciò e riporti un’idea, copi qualcosa che ha visto e provi a realizzarla in Molise senza chiamare l’amico o il figlio dell’amico per fare il progetto e aprire il cantiere. Almeno questo!

Giovanni Petta35 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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