Rami secchi nella rete tratturale

di Francesco Manfredi-Selvaggi

C’è qualche difficoltà nell’individuare il tracciato dei tratturi, dei quali alcuni, in primis il Celano – Foggia, sono meglio conservati e, quindi, riconoscibili di altri. La leggibilità è legata anche alla coscienza che abbiano di loro, la quale ce li rende percepibili seppure “l’impronta al suolo” è minima.

Noi profani il tratturo non lo percepiamo, non siamo capaci di distinguere il suo tracciato all’interno del paesaggio, specie quando attraversa una distesa prativa, mentre per i pastori che lo percorrono durante la transumanza esso era ben evidente, anche perché sapevano della sua esistenza. Per essi la pista tratturale costituiva uno spazio vitale; per i forestieri, cioè noi, è addirittura invisibile. È per noi che esiste la segnaletica che viene apposta dalle amministrazioni locali o dalle associazioni escursionistiche tipo Club Alpino Italiano, non certo per loro, per gli ultimi transumanti (la famiglia Colantuono).

Neanche i conduttori di armenti, comunque, nascevano, come si dice, imparati e ci doveva essere qualcuno che spiegava ai pastorelli la direttrice da intraprendere. I segnali, non la segnaletica, si badi, da seguire sono delle emergenze visive presenti nel territorio circostante, prendi una morgia, un castello, un campanile. Per quanto riguarda le torri campanarie o i campanili a vela più frequenti nelle chiesette agresti bisogna dire che essi costituiscono traguardi visuali ai quali sono particolarmente sensibili i pellegrini che percorrono i vari Cammini religiosi presenti in Europa da quello di Santiago di Compostella alla Via Romea o Francigena alla Via Micaelica la quale, a tratti, si sovrappone ai percorsi tratturali, poiché il pellegrinaggio è mosso dalla fede e quindi ci sono pure ragioni ideali non solo pratiche legate all’orientamento fisico.

Negli ambiti, per così dire, desertici quindi le piane del basso Molise dove prima della riforma agraria non c’erano neanche le casette coloniche, la guida è rappresentata dalle siepi che delimitano il suolo tratturale, le quali non dovevano essere state piantumate per fissare la proprietà demaniale, in sostituzione dei muretti di recinzione, ben più efficaci a questo scopo, essendo principalmente delle cortine frangivento per consentire il pascolamento placido delle pecore.

In tali aree, completamente prive di popolamento arboreo, non era neppure possibile incidere segni indicatori del percorso sulle cortecce degli alberi. Inoltre non ci si sarebbe potuto servire di un particolare indizio indiretto, invece, presente nelle zone antropizzate che è la disposizione ortogonale al tratturo delle case prossime ad esso, dunque il porgere ad esso il lato corto il quale, peraltro, è privo di bucature. È interessante notare che qualcosa di simile, dettata da motivazioni sicuramente differenti, la si ritrova nelle Siedlung, le “stecche” edilizie razionaliste della Germania degli anni 20 del secolo scorso, prendi Francoforte sul Meno, costruite perpendicolarmente e a distanza dalle strade che sono fonte di rumore e di inquinamento; fu una novità di grande rilievo nella composizione urbanistica che fino ad allora prevedeva la subordinazione dei palazzi agli assi viari.

Si è affermato due periodi fa che il modello architettonico diffusosi durante la Repubblica di Weimar e i volumi edilizi, abitazioni e/o stalle, adiacenti al tracciato tratturale si assomigliano in quanto ad allineamento in senso trasversale ad esso, ma che la logica di ciò non è la medesima. Non lo è ne lo può essere perché il tratturo non è un’arteria stradale, bensì un pascolo, lineare. Se la strada è l’asta lungo la quale si movimentano, per quel che ci interessa, le merci da scambiare nei luoghi di mercato, gli animali che effettuano la transumanza muovendo in autunno dall’Abruzzo verso la Puglia sono gli stessi che risalgono in primavera dalle pianure pugliesi alle montagne abruzzesi, magari aggregandosi ad altre greggi a seguito delle compravendite che si stipulano alla fiera di Foggia.

È sostanzialmente un andare su e giù di questo prezioso bene, il pecus da cui viene la parola pecunia, fine, in qualche modo, a sé stesso, cioè al suo mantenimento, per sfruttare le risorse prative, a seconda della stagione, del Tavoliere e degli altopiani del “piccolo Tibet”. L’oggetto del commercio non è il capo ovino, ma i prodotti che se ne ricavano, la lana, innanzitutto, e il formaggio. Detto diversamente, la transumanza non è una rotta commerciale come sono le direttrici di comunicazione, perché il vello sarebbe potuto essere acquistato dall’industria laniera senza che ci fosse bisogno di spostare gli animali vivi. In definitiva, la pista tratturale è una fascia pascoliva piuttosto che una via.

Presenta, comunque, alcune caratteristiche di una strada che sono quelle di essere una striscia di terreno molto più larga quella del tratturo, quindi un connotato morfologico, e della permanenza nel tempo; un percorso viario può cadere in disuso senza che, però, se ne perda del tutto la memoria. Per capirci meglio occorre esemplificare: negli ultimi decenni hanno ripreso vita tanti viottoli campestri non più utilizzati a causa della crisi dell’agricoltura con la loro trasformazione in strade “interpoderali”, sovvenzionate dai fondi europei.

Il tratturo pure, dopo la lunghissima fase di abbandono a seguito dell’abolizione della transumanza, ha in corso un processo di rivitalizzazione con la riscoperta delle sue valenze culturali che invogliano alla frequentazione turistica.

La condizione che abbia la forma a nastro se è necessaria, ogni itinerario la ha, non è, però, sufficiente a giustificare la continuità d’uso, almeno della sua zona centrale in cui spesso vi era la Via Regia, poiché il resto è purtroppo soggetto ad occupazioni più o meno legittime; è indispensabile che sia capace di supportare modalità di trasporto tradizionale, vale a dire sostenibili, compatibili con l’andamento del terreno, tra cui vi è il camminare a piedi che la ferrovia, anch’essa caratterizzata dall’essere una linea, non sempre ha (quando ad es. in galleria) e la dimostrazione, adesso la colpa è la ricerca della rettilineità, è la Pescolanciano – Agnone che è scomparsa pur non contenendo tunnel ma una forte pendenza tra il Verrino e Pietra del Melo.

Il tratturo come le strade del passato sono rispettosi della conformazione territoriale, un semplice adattamento del suolo, e ciò li rende parte integrante del contesto, quasi un fatto naturale, addirittura un carattere costitutivo del paesaggio che non puoi sopprimere, perché prima o poi ricompare, a differenza dei tracciati moderni, sia viari sia ferroviari, che, invece, si pongono in contrasto con questo. Ciò che assicura la durabilità dei tratturi è la loro versatilità d’uso contro la eccessiva specializzazione delle nuove strade.

Francesco Manfredi Selvaggi257 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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