La teoria dell’apparizione – Esce per Nottetempo il nuovo libro di Andrea Gentile

Si intitola «Apparizioni» la nuova opera di Andrea Gentile, scrittore nato a Isernia e da tempo lontano dal Molise per rivestire ruoli importanti nel mondo dell’editoria nazionale.

Le “apparizioni” di Gentile, esplicitate in una forma insolita ma efficace di saggio in prima persona, sono i momenti di consapevolezza che rendono viva la vita, che rendono reale la realtà, che rendono eterno il tempo, che danno senso all’esistenza dell’uomo.

In un libro importante della prima parte del secolo scorso, “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, Ouspensky raccontava gli otto anni vissuti come discepolo di Gurdjieff e sottolineava l’importanza del “ricordo di sé” nella teoria del suo maestro: “Voi non vi ricordate di voi – avrebbe detto Gurdjeff in una delle sue lezioni – Voi non sentite voi stessi, voi non siete coscienti di voi stessi. In voi qualcosa osserva, come qualcosa parla, o pensa o ride; voi non sentite: io osservo, io constato, io vedo. Tutto si constata da solo, si vede da solo… Per arrivare a osservarsi veramente occorre innanzitutto ricordarsi di se stessi (…) Solo i risultati ottenuti mentre ci si ricorda di se stessi hanno un valore”.

A un secolo di distanza, Andrea Gentile mette a punto un’osservazione della contemporaneità che sembra parallela a quella del pensatore armeno. “L’apparizione – scrive Gentile -, per essere tale, genera un mutamento. Affinché un’apparizione viva in tutta la sua forza, sono necessarie alcune condizioni preliminari. È necessaria, innanzitutto, la possibilità di una consapevolezza (…) Tentare, in rari casi, di essere noi stessi l’atto di osservare. Essere comunque il più possibile presenti”.

Gurdjieff elencava quattro stati di coscienza e nel quarto, il più elevato, quello obiettivo, “l’uomo può vedere le cose come sono. Talvolta, negli stati inferiori di coscienza, egli può avere dei barlumi di questa coscienza superiore (…) è il risultato di una crescita interiore e di un lungo e difficile lavoro su di sé”.

Superando queste vicinanze – tra le “apparizioni” dell’uno e dell’altro, punti di verità cercati simili che potrebbero essere maggiormente approfondite anche per concetti come quelli di “choc addizionale” o di “centro di gravità permanente” o, ancora e addirittura, per l’atteggiamento estremamente “laico” di tutte e due le visioni -, c’è da dire che Gentile confronta quanto afferrato, con l’osservazione e il pensiero, con la realtà dei nostri giorni così tanto diversa da quella del secolo scorso per la pervasione della tecnologia digitale.

Prevedere attraverso gli algoritmi sarà la nostra realtà futura? E l’arte? Qual è il suo ruolo oggi? “Se il compito di un’esperienza artistica – scrive Gentile – è quella di simulare la realtà, l’unica esperienza artistica che ci resta è la realtà. L’algoritmo replica il mondo. La letteratura è il nuovo mondo. L’algoritmo non conosce il vuoto; con il vuoto non esiste. La letteratura vive nel vuoto”.

Cosa può significare la frase di Seneca – “Il tempo? Non è poco, ma ne sprechiamo tanto” – o il richiamo a “l’essere presenti a se stessi” di Gurdjieff se non che il tempo dell’esistenza dell’uomo non va calcolato considerando gli anni di vita anagrafica ma i momenti di consapevolezza? Bisognerà dunque addizionare i momenti in cui si è presenti a ciò che si sta vivendo e sottrarre quelli in cui ci si è comportati da automa o, per dirla ancora con Gurdjieff, da “macchina”.

Il libro di Andrea Gentile apre nuove possibilità di trovare risposte alla domande ontologiche che da sempre assillano l’umanità. E se all’origine, privo di strumenti e laboratori, l’uomo trovava quelle risposte nel mito, cioè nel racconto; se, successivamente, tali risposte sono state cercate nella scienza; sembra ora, agli inizi del terzo millennio, in una imprevista tautologia, essere tornati alla necessità di affidarsi allo spazio, alla meditazione, alla contemplazione delle “apparizioni”. All’arte.

“Apparizioni” costringe alla riflessione, stimola a rimettere tutto in discussione. Nessuna censura nei confronti del nuovo e del digitale. Un invito, tuttavia, a considerare anche tutto il resto. Una riproposizione sensata, perché sostenuta da argomentazioni efficaci, di percorsi logici tenuti in scarsa considerazione negli ultimi trent’anni. Se solo il quindici per cento dei fenomeni che accadono nelle nostre vite possono essere inserite in un sistema di equazioni e controllate in questo modo, possiamo ancora considerare la letteratura, o l’arte in genere, un passatempo? Non sono anche, queste attività umane, strumenti di conoscenza del reale, da considerarsi altrettanto efficaci della chimica, della matematica, della fisica, dell’informatica?

Giovanni Petta46 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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