La teoria della socializzazione e della Dad

Forse abbiamo già dimenticato il periodo precedente all’arrivo della pandemia. Sono così tante le cose accadute negli ultimi mesi che non abbiamo più in memoria la percezione che gli adulti avevano degli adolescenti.

Prima della diffusione del Covid, i giovani erano per lo più dei cretini che passavano le giornate a scaricare e utilizzare App altrettanto cretine e, in questo modo, perdevano esperienze importantissime come quelle di “parlare guardandosi negli occhi”, “abbracciarsi”, “baciarsi” ecc.

Secondo alcuni, addirittura, i giovani perdevano l’esperienza “fondamentale” di sfogliare un libro fatto di pagine vere e l’ebbrezza che può dare il profumo della carta.

Abbiamo dimenticato che, prima di febbraio 2020, gli adulti accusavano i giovani di non socializzare perché perduti nello schermo dei loro smartphone.

Abbiamo dimenticato anche che, prima dell’arrivo del Covid, nella maggior parte delle scuole la socializzazione era ridotta a brandelli illusori di contatto fisico. I nostri edifici scolastici non permettevano più da tempo le assemblee d’istituto plenarie perché spesso mancava l’aula magna. La ricreazione “suonava” a orari diversi per classi o piani perché i pavimenti non reggevano gli assembramenti. I circle time erano diventati fuori moda e le assemblee di classe venivano utilizzate per fare i compiti dell’ora successiva. Gli incontri con musicisti e scrittori relegati all’extra-curriculare perché ritenuti ostacoli all’attuazione del programma. Gli incontri con esperti esterni ridotti alla lezione frontale del militare di ogni Arma che volesse diffondere l’efficacia esistenziale della propria scuola o del Questore che ribadiva la pericolosità della droga.

Nella maggior parte degli edifici scolastici mancavano spazi comuni per l’incontro e lo scambio di opinioni, spesso persino la palestra per scaricare le tensioni, per muovere il corpo anchilosato da ore e ore di permanenza al banco, per divertirsi con la Cultura e, dunque, finalmente, fare Cultura.

Se questa era la situazione precedente, immaginate cosa sarà da domani la socializzazione: a ciò che c’era prima si aggiungerà il divieto di voltarsi verso il compagno della fila di dietro senza la mascherina, l’obbligo della ricreazione al banco, il lavoro della Prefettura incaricata di organizzare la vigilanza per evitare avvicinamenti fuori dai cancelli delle scuole e per le strade.

In nome di questa socializzazione, domani rientreremo a scuola, nonostante alcuni dubbi non risolti, persino quelli relativi all’efficacia della vaccinazione in atto. Secondo il virologo Andrea Crisanti “bisogna impedire che l’alta trasmissione del virus favorisca la creazione di varianti che complicherebbero la vaccinazione”. E per far questo c’è bisogno di “Portare la pandemia a un livello tracciabile con un lockdown vero e potenziare i test come non si è mai fatto. È anche la via più veloce per una vera ripresa economica. Altrimenti si proseguirà nella situazione attuale, in cui nessuno capisce cosa succede, in attesa della vaccinazione che se va tutto bene finirà tra un anno”.

Nel libro appena uscito di Roberto Vecchioni (“Lezioni di volo e di atterraggio”, Einaudi) si legge della battaglia di Gettysburg. “Meade fece tacere i cannoni fingendo di non avere più munizioni, di essere alle corde. Lee ci cascò in pieno e in quel silenzio che gli apparve già come una resa, scatenò la fanteria all’attacco in campo aperto (…) uomini scatenati per la pianura in quello che credevano un ultimo coraggioso ma facile assalto, contro un nemico ormai allo stremo. Ma non fu così. Meade aspettò che si avvicinassero il più possibile e infine riaprì il fuoco. Un’ecatombe. (…) Qualcuno ebbe persino la forza di arrivarci, alla trincea nordista, nessuno si fermò, nessuno corse all’indietro. Qualcuno ci arrivò e morì lì, forse convinto di avere altri dietro che avrebbero rotto quell’argine. Ma dietro non c’era più nessuno”.

Sembra quasi di vedere il Virus con la faccia di Meade e studenti e insegnanti lanciati alla battaglia finale da un comandante che si illude della fine imminente del nemico.

Ma perché questo ordine di lanciarsi all’attacco? Perché rientrare a scuola?

Perché la Dad è definitivamente dichiarata inefficace o, almeno, considerata inadatta a sostituire totalmente la didattica in presenza. Ciò che tra meno di quindici anni sarà l’unico modo di fare scuola (perché evita spostamenti, perché evita il costo dei luoghi deputati alle attività ecc., l’economia non perdona…) viene ritenuta oggi inefficace, almeno in parte.

Sembra però la dichiarazione di chi definisce inadatto il coltello a tagliare il pane solo perché lo sta usando con la lama rivolta verso l’alto. Forse basterebbe utilizzare la Dad in altro modo per scoprire la sua reale efficacia. Forse basterebbe formare decentemente i docenti (il periodo estivo è stato un’occasione perduta) per capire le possibilità che lo strumento digitale offre in periodi ordinari e straordinari.

Il periodo appena trascorso avrebbe potuto essere utilizzato dai docenti, e dagli adulti in genere, per spiegare ai giovani il modo giusto di utilizzare lo strumento digitale visto che prima del Covid, a detta degli stessi adulti, i giovani lo utilizzavano male. Invece, non sembra essere stata messa a punto, dagli adulti, alcuna buona pratica, nonostante i mesi di esperienza e di riflessione estiva.

Dunque, domani si ricomincia. Con la convinzione di aver perso tempo e con la sensazione di essere lanciati, senza motivi scientifici dimostrati, in una battaglia contro un Virus che potrebbe chiamarsi Meade. Speriamo che non sia così.

Giovanni Petta42 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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