“No Patriciello, No Party!”. A una regione colonizzata e rassegnata serve un riscatto. Ammutinarsi

Dopo aver smesso i panni del giornalista di vaglia e di Sindaco di Venafro, Antonio Sorbo scrive i suoi commenti su Facebook e di recente ha augurato “lunga vita a Toma e al peggior governo regionale del Molise”, che è come baciare la mano che si vorrebbe tagliare. Tanto, spiega, qui non ci sono alternative, cambiano gli attori, ma il copione e il regista è, irrimediabilmente, sempre lo stesso: Aldo Patriciello.

Sorbo riapre dunque la piaga che mette piombo nelle ali di questa regione bloccata e colonizzata da una capillare consorteria di vassalli e valvassori dinanzi alla quale i molisani sembrano ormai fatalisticamente arresi, assuefatti e rassegnati. Nel 2009, Vinicio D’Ambrosio pubblicò un libro di 500 pagine, con una Presentazione di Sergio Rizzo, dal titolo Il Regno del Molise che denunciava sprechi e scandali del Governo Iorio. Oggi un libro con lo stesso titolo dedicato ad Aldo Patriciello sarebbe improprio in quanto il trono di Re Iorio era del tutto visibile, mentre quello dell’Oscuro Signore degli Anelli molisani è un ectoplasma che si mimetizza sotto la bandiera a 12 stelle.

Patriciello è incorporeo: tutto avviene per interposti famigli e mandanti nidificati nelle istituzioni, nei governicchi, nei consigli e nelle commissioni regionali e comunali, perfino negli Ordini dei medici, degli ingegneri e – figuratevi – dei giornalisti. Patriciello è il demiurgo del sistema sanitario e il Santo Protettore di quello mediatico. Sorbo teme a ragione che il facoltoso Signore degli Anelli venafrani sia ormai un prodotto senza scadenza e quindi appare a prima vista un nichilista senza speranza. Ci ricorda il grande Gaber di “Non c’è via di scampo, quasi quasi mi faccio uno shampoo”.

Poi però l’ex Sindaco di Venafro cambia registro e non esclude una “discontinuità che giustificherebbe anche una trasversalità ideologica”. Detto in soldoni non in politichese, si tratterebbe di:
a) superare le divisioni politiche e unire le forze decise a mettere fuori gioco il sistema Patriciello;
b) convincere i molisani sulla intollerabilità di una situazione che nel suo genere è unica in Italia e che per sconfiggerla servirebbe finalmente un vero e proprio ammutinamento.

*** Postilla – Secondo Sorbo i tempi del progetto sono piuttosto maturi, ma avverte che “andrebbe messo in moto da subito con la speranza che vi si dedichino uomini e donne”. Caro Antonio, da tempo le mie speranze sono più appese sulle donne. Un Molise guidato da una di loro sarebbe di per sé una rivoluzione.

Giuseppe Tabasso218 Posts

(Campobasso 1926) ha un nipotino, due figli e una moglie bojanese, sempre la stessa dal 1955. Da pianista dilettante formò una band con Fred Bongusto. A suo padre Lino, musicista, è dedicata una strada di Campobasso. Laureato in lingua e letteratura inglese, è giornalista professionista dal 1954. Nel 2018 è passato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio a quello del Molise per terminare la carriera dove l’ha iniziata. Ha lavorato in vari quotidiani e periodici (Paese sera, Corriere lombardo, Ore 12, L’Europeo, Annabella, Gente, Radiocorriere). Inviato di politica estera per il GR3 della RAI, ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, nelle sezioni italiane della BBC a Londra e della Deutschland Funk a Colonia. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); Post Scriptum, Prediche di un molisano inutile (Bene Comune Edizioni 2006), Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Moliseskine (Bene Comune Edizioni, 2016). Per le stesse Edizioni è in corso di pubblicazione Fare un giornale, diventare giornalisti, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori.

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