Campitello, Campomarino, un camp-us vacanze

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Nonostante uno sia in montagna, l’altro sulla costa rispondono alle stesse esigenze di tanti molisani, o almeno rientrano nei loro sogni, di avere una seconda casa, meglio ancora una terza per le ferie estive e invernali.

Campitello è, in effetti, una “città”, per usare un termine che rimanda alle “città ideali” del Rinascimento, ma che qui impieghiamo come sinonimo di insediamento di “nuova fondazione”, sorprendentemente a 1450 metri di quota. Essa nasce, come si conviene a simili entità urbane, da un’idea base che guida la composizione urbanistica. Questa è, nelle intenzioni iniziali, quella di raggruppare le costruzioni sia per garantire una migliore efficienza nel funzionamento della stazione, alla stregua delle megastrutture, sia per, concentrando i fabbricati in un unico punto, lasciare intatto, a meno dell’ambito in cui insiste tale grumo di cemento, lo spettacolare scenario naturale.

La nostra località di turismo invernale non si esaurisce in tale blocco edilizio (Montur, Verande, Kandhar) in quanto vi sono all’intorno altri episodi insediativi dei quali alcuni precedono, altri seguono la realizzazione del nucleo edificato di cui si è detto, il quale, peraltro, è centrale rispetto alle iniziative costruttive avvenute prima e dopo la sua comparsa.

È antecedente allo strumento urbanistico (anni 60) che sancisce la nascita del polo sciistico il Villaggio EPT (Ente Provinciale del Turismo) il quale è composto di case unifamiliari (con l’eccezione delle due palazzine disegnate dall’ing. Toffi) mentre nel resto della zona turistica matesina vi sono solo appartamenti; da notare comunque che anche qui i fabbricati, che sono chalet, non hanno un proprio lotto di pertinenza (e dunque non è una lottizzazione), analogamente ai residence, facendo parte di una unità che è il Villaggio (in verità, in una sua propaggine vi è una villa con giardino cintato).

Un carattere fortemente distintivo del Villaggio è la bassissima densità costruttiva. Le residenze sono scomode per chi intende praticare lo sci perché distanti dagli impianti di risalita obbligando a prendere l’auto per raggiungerli e, pertanto sono sottoutilizzate anche perché è venuta meno la passione per la vacanza estiva in quota; esse potrebbero diventare alloggi appetibili per gli sciatori qualora si desse attivazione al completamento delle previsioni del successivo Programma di Fabbricazione (anni 70) il quale colloca alle pendici del bosco di Rote-Trabucco, quello in cui sta il Villaggio, lungo la strada per Sella del Perrone, delle lunghe “stecche” di fabbricati.

Queste ultime, la cui cubatura è rapportabile a quella esistente, una specie di raddoppio della volumetria della stazione, costringerebbero a collocare delle funivie in prossimità per evitare il medesimo problema che ha indotto i proprietari a frequentare poco le loro abitazioni nel Villaggio. Da un lato, ciò sarebbe possibile in quanto la situazione morfologica considerata favorevole per l’installazione delle attrezzature funiviarie, cioè un tratto in piano seguito dal versante montano su cui sviluppare il carosello delle piste, la quale indusse alla fondazione della stazione sciistica, è presente pure in questo luogo; il pianoro il quale per intero è sottoposto al massiccio del Miletto, è assai lungo e ciò che identifichiamo come Campitello ne “sfrutta” solo un pezzo.

Tanto è vero che è sciabile tutta la fascia molisana di questo monte a Capodacqua, al capo opposto di questa conca carsica rispetto a quello dov’è la stazione, vi è una seggiovia, rinnovata di recente. Dall’altro lato, riprendendo il discorso iniziato, è davvero improbabile che il piano urbanistico che si avvertiva già al momento della sua redazione sovradimensionato, trovi compimento data la diminuzione della nevosità a causa dei cambiamenti climatici in corso. Ritorniamo a noi chiudendo l’esame del Villaggio EPT con il riconoscere che è un intervento pianificato e ciò è sempre un bene.

Appare, invece, un fatto a sé stante, cioè non coordinato con altre strutture perché isolato posto com’è a Selvapiana, un’area con un proprio toponimo distinto da Campitello, l’albergo Kristiania. La formula adottata nella gestione è quella del “tutto compreso”, di un’offerta di soggiorno completa, di un “pacchetto-vacanze” chiuso nel senso che la struttura ricettiva è dotata al suo interno di piscina, campetto, campo da tennis ed è quindi autosufficiente sotto l’aspetto ricreativo (e ristorativo) perché ha scarso bisogno dei servizi presenti a Campitello che, ad ogni modo, non è lontano.

Il suo isolamento, va precisato, non è tale da porlo al di fuori del raggio di distanza massima dal sito di partenza delle funivie. Nel secondo piano urbanistico è stabilita una estensione della località turistica ad ovest, in direzione del vallone S. Nicola la quale era pensata per bilanciare il peso anche in termini visivi che avrebbe avuto qualora attuata, l’espansione commentata sopra verso est, confermando così il ruolo di fulcro al complesso sorto all’inizio, secondo le indicazioni dell’urbanista francese Chappis, ispiratore della pianificazione originaria il quale lo considera il cuore della stazione ed in effetti lo è: il corpo di fabbrica di valle di questo insieme edilizio (il Montur che con le Verande e il Kandhar forma il predetto complesso) è l’unica costruzione a Campitello che ha il pianoterra destinato ad esercizi commerciali tra cui gli alimentari.

I residence S. Nicola sono 2, ma unicamente il primo è interessante sotto l’aspetto formale, essendo un tentativo con il suo aspetto gradonato, di richiamare l’immagine delle schiere edilizie tradizionali. È ben diverso dal residence Le Verande, pur essendo in comune l’interesse a rispettare la morfologia del terreno, l’uno, il San Nicola, disponendo le cellule in modo sfalsato per adattare il fabbricato al pendio, l’altro, Le Verande, seguendo con la sua sinuosità la curva di livello su cui si attesta. Quest’ultimo ha la facciata, si noti bene in quanto il lato più soleggiato, sud interamente vetrata.

Tipologie urbanistiche, le varie storie insediative, d architettoniche differenti fra loro danno vivacità all’immagine di Campitello il quale, però, ha un’unità di fondo nella sua mission, quella, salvo le poche attività alberghiere e i ristoranti, di essere un’aggregazione di seconde case. La località invernale si sviluppa contemporaneamente a quella estiva di Campomarino rispondendo all’esigenza della borghesia locale di avere la villetta (o il mono, bi o tricamere in condominio) al mare e l’appartamento in montagna, anche per lo status quo che ne deriva e per investire i propri risparmi nel mattone, oltre che per le opportunità di svago fisico.

Francesco Manfredi Selvaggi334 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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