L’innominato ombelico di Campobasso

di Francesco Manfredi-Selvaggi

È il crocevia in cui si incontrano via Ferrari, via Orefici, via Marconi la quale prima era via delle Concerie, via Cannavina e piazza Pepe, delle quali le prime tre erano le vie degli artigiani. Il loro punto di incontro ha di sicuro un valore particolare tanto più che nei pressi vi è la “mezza canna” la quale ci fa capire il significato del luogo che è quello commerciale. Commercio e Artigianato vanno sempre insieme. Nonostante la sua pregnanza esso non è indicato nella toponomastica. È anonimo.

C’è quel punto, piccolo, piccolo, posto alla fine di piazza Pepe, quasi non lo si riconosce quale elemento a sé stante, una semplice appendice di tale piazza, una specie di suo prolungamento, che non ha neanche un nome proprio nella toponomastica cittadina. È un buco nero. È, in qualche modo, molto strano quanto è capitato a questo angolo della città, specialmente se si considera che la nostra piazza dimostra una spiccata versatilità nell’intitolazione, chiamandosi indifferentemente piazza Pepe, piazza Prefettura o piazza Cattedrale, con lo spostarsi dal capo opposto a quello in questione dove vi è la statua dell’eroe risorgimentale al Palazzo del Governo alla chiesa madre per cui non avrebbe fatto difficoltà ad aggiungere un altro nome.

Nel presente grande slargo rimane indistinto, senza una specifica, autonoma denominazione, dal resto. Non esiste, dunque, in sé, ma solo parte di un insieme. Qualcuno lo confonde con la piazzetta della Maddalena la quale, però, è un poco più giù (letteralmente più in basso), e nella numerazione civica le case prospicienti, da tale lato, il posto in discussione sono ricomprese in via Ferrari, in quanto ufficialmente neanche il largo di fronte all’ex chiesetta della Maddalena esiste, esistendo solo nella memoria popolare oltre che nei fatti.

In passato non doveva essere così il piccolo punto, puntino, doveva essere meglio distinguibile quale piazzetta, anche se pure prima non compariva nella nomenclatura della viabilità urbana; magari si sarebbe potuta chiamare piazza del Teatro il quale, il Teatro Margherita, aveva il fronte d’ingresso che volgeva verso questo spazio. La facciata dell’edificio teatrale proprio per dare ad esso una certa ariosità, per lasciargli, per l’appunto, spazio, e nel medesimo tempo offrendosi ad esso quale quinta, si arretra rispetto all’angolo retto che formano via Marconi e piazza Pepe quando si incontrano disponendosi in diagonale, al contrario del Savoia il quale, invece, segue pedissequamente il disegno viario.

È da notare incidentalmente, ma mica tanto, che quest’ultimo rinuncia ad evidenziare la sua presenza nel contesto urbanistico la quale si sarebbe potuta ottenere sovrapponendo alla sua entrata un portico, elemento architettonico che, poiché si è al riparo, favorisce la socialità al di sotto di esso, quella socialità favorita all’interno dal foyer; ciò è contraddittorio considerando che il Savoia inizialmente si chiamava Teatro Sociale. Il Margherita fa di quel triangolo di superficie urbana che ha scelto di non occupare con il suo sedime una sorte di corte, completamente aperta, di introduzione alla struttura teatrale, nel caso di un edificio di culto si sarebbe chiamato sagrato.

Sforzo encomiabile quello del teatro Margherita a voler contribuire a definire una appropriata forma fisica al luogo, però non sufficiente se è vero che nomina sunt res, non avendo esso un appellativo, di qualsiasi tipo. Smentendo, scherzosamente, il nominalista Abelardo, il piccolo punto in argomento è evidente che sia una piazzetta, nonostante sia innominata, in quanto polo, abbastanza spazioso, non un mero quadrivio, in cui convergono numerose direttrici stradali come si conviene ad una piazza. Appurato ciò il passaggio successivo è quello di analizzarne il ruolo della storia di Campobasso.

Procediamo partendo dalla conclusione che è l’essere questo piccolo punto, identificato così perché non ha un nome, addirittura l’ombelico del mondo, almeno di quello campobassano e almeno nei secoli XVII e XVIII (non c’è intenzione di scomodare Manzoni il quale in precedenza si è omaggiato con il termine “innominato” al posto di anonimo). Se questa è la tesi la dimostrazione è che nel crocevia confluiscono percorsi viari lungo i quali erano installate attività artigianali, via Ferrari, via Orefici e via dei Bottai o delle Concerie.

Sul modello delle corporazioni artigiane, le Gilde, i “mastri” di una determinata specialità si raggruppano lungo un asse stradale al fine, è da ritenere, di una mutua collaborazione. I rami produttivi erano diversificati e noi, per la finalità della presente esposizione, possiamo riunirli in due macrocategorie, da un lato i beni di lusso e dall’altro quelli di consumo generale. Tra i primi rientrano l’acciaio traforato, il “nostrano” era celebre in tutta Europa, e l’oreficeria, tra i secondi vi erano gli attrezzi da lavoro, non solo “ferri taglienti”, ma pure martelli, zappe, ecc. realizzati nelle medesime botteghe del ferro lavorato, le pelli, le botti e il vasellame di uso comune.

I vasari, non è una divagazione, rientra nel discorso che stiamo facendo, erano localizzati a s. Antonio Abate, la chiesa degli artigiani, forse per il fatto che abbisognavano di terreno libero per l’asciugatura della terracotta, dunque in periferia e non nella zona centrale come gli altri, attratti da quel piccolo punto tante volte nominato, seppure decentrata all’epoca era anche via Marconi dove avveniva la concia delle pelli, lavorazione maleodorante. È bene dire che le centralissime al giorno d’oggi via Ferrari e via Orefici, erano fuori dell’abitato, anche se contigue ad esso in quei tempi.

È doveroso evidenziare che alcuni di questi lavori procurano danni alla salubrità collettiva e, nel contempo, alla salute degli operatori, e tra questi quelli che hanno a che fare con forni ad alta temperatura, i “pignatari” per il piombo e i fabbro ferrai per lo zolfo. I prodotti dell’artigianato vengono smistati in loco se di carattere “generalista” (tipiche di Agnone le porte-finestre il cui davanzale è il banco di vendita) e, invece, se articoli di lusso occorrono i commercianti che li smerciano nei centri di mercato, raggiungendo le spade di Campobasso anche l’Inghilterra.

Artigianato e Commercio sono un tutt’uno. Siamo arrivati al punto, sì, al significato dello strarichiamato piccolo punto che è quello di essere un punto (ancora lui) di commercio e non poteva essere altrimenti trattandosi di una piazza, non conta la dimensione. Che sia ricompreso in un’area commerciale è presto detto, basta guardare la Mezza Canna in metallo affissa nella parete di un fabbricato al principio di via Cannavina. È un’unità di misura antica, anzi un sottomultiplo, similmente ai tomoli e mezzetti di Roccamandolfi bellissimi, che sostituiscono gli ettari e le are, e i passi napoletani per la distanza con cui si calcolava la lunghezza, mettiamo, dei tratturi, suddivisibili in palmi, non in piedi, curiosità, come facevano gli americani; oggi è roba desueta sostituita dall’attuale sistema universale di misurazione.

Nelle transazioni mercantili è necessario, per evitare controversie, che vi siano riferimenti sicuri per misurare le merci e la canna è quello che si presta nella compravendita di tessuti. È, pertanto, tale barra metallica una prova inconfutabile della destinazione d’uso dell’ambito circostante. Essa consente che si instauri quel clima di concordia necessario per la stipula degli affari, compito che in precedenza era affidato alle croci stazionarie delle quali una, in pietra, sta presso la chiesa di S. Bartolomeo.

Bisognava che venisse assicurata la pace cosicché la frequentazione di un mercato dipende molto dalla potenza del titolare di quel feudo, il quale riscuote le gabelle per la partecipazione dei venditori al mercato, affitta i magazzini in cui depositare la mercanzia, stavano su un fronte di piazza Prefettura, e, in cambio, offre protezione. Torniamo al piccolo punto per osservare che esso è il baricentro dell’agglomerato nel periodo dell’economia “mercantilistica”, quella che nei libri di scuola precede l’economia “capitalistica” situato com’è nel momento di transizione tra il borgo medioevale e il sobborgo sorto fuori le mura, un “segno” dell’evoluzione urbana oggigiorno misconosciuto.

Francesco Manfredi Selvaggi344 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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