Centro (commerciale) non in centro

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Si vuole dire centro della città perché essi, quasi per statuto, sono periferici. Tante attività si vanno trasferendo nell’area suburbana, da alcuni uffici della Regione ai locali di intrattenimento, in primis le discoteche, alle palestre fino ai cinema, il Maestoso, l’unico seppure plurisala. Per fortuna che analogo destino non ha avuto il teatro cittadino e neanche la biblioteca, qualora mai riaprirà. Ci sono effetti negativi sul traffico con il connesso inquinamento atmosferico.

Il centro commerciale non è un qualsiasi capannone perché ha pure una dimensione verticale, non solo orizzontale. Esso deve essere, pertanto, un edificio estremamente solido oltre che munito di tecnologie avanzate (antincendio, scale mobili, refrigerazione, e così via). Inoltre, dal punto di vista distributivo si tratta di impianti architettonici molto particolari dal punto di vista nella organizzazione degli spazi interni i quali non sono solo commerciali poiché vi sono pure aree per l’incontro, la socializzazione.

Seppure all’esterno si presenta come un blocco regolare di altezza uniforme (e questo è un limite avendo le potenzialità, data la pluralità di attività che ospita, per diventare un campo di ricerca tipologica, la quale potrà arrivare a produrre nuovi modelli con, magari, planimetrie articolate e piani sfalsati e, dunque, conseguenti differenti quote in copertura), così come lo è un capannone, il quale, comunque, è ad un solo livello, differisce da questo perché le funzioni qui non sono intercambiabili rimanendo sempre un immobile per il commercio, salvo modifiche all’assetto espositivo con cambiamenti nel numero dei punti vendita, nella disposizione degli scaffali, ecc.

Il volume che contiene il centro commerciale non è, in definitiva, un generico “contenitore”. Si obietterà che entrambi, il capannone e il centro commerciale, adottano quale tecnica costruttiva la prefabbricazione, la quale consentendo lo smontaggio delle componenti permette la trasformazione dell’organismo edilizio e, quindi, la reversibilità della destinazione d’uso; la risposta è che nel caso dei centri commerciali l’impiego del prefabbricato è motivato esclusivamente dalla rapidità di esecuzione e dalla minimizzazione dei costi, giustificazione che ha in comune con il capannone, ma non dalla facoltà che esso lascerebbe di attribuire alla costruzione una nuova finalità funzionale, troppo e troppo complessi sono i vincoli impiantistici che lo caratterizzano.

È da aggiungere, in riferimento al lungo inciso tra parentesi di poco fa, e anche questa è una riflessione a margine, che il prefabbricare comporta l’uniformare e, pertanto, la standardizzazione delle tipologie dei centri commerciali appartenenti ad una determinata catena. Tutto ciò, erano passaggi logici obbligati, per dire, fondamentalmente, due cose: l’una è che è difficile l’ambientazione al luogo di un centro commerciale e l’altra è che una volta eretto esso rimarrà vitanaturaldurante un centro commerciale.

Costantemente, la localizzazione di un centro commerciale avviene per mezzo di una deroga urbanistica la quale viene concessa per il singolo progetto, questa è una carenza della nostra legislazione, e non sulla base di una pianificazione estesa al suo intorno, nonostante che un centro commerciale produca effetti significativi e duraturi, trattandosi di strutture, per quanto evidenziato prima, “rigide”, sull’ambito territoriale circostante. Sarebbe interesse pure del proponente dell’iniziativa commerciale lo sviluppo nei pressi di occasioni ricreative e ristorative come pure di servizi alla persona, tipo i parrucchieri, quando non introiettati in seno al centro, per accrescere l’attrattiva del sito. Un centro commerciale è capace di condizionare la zona in cui sorge a cominciare dalla viabilità.

A Campobasso sono comparse due rotonde lungo la ex statale Sannitica, una per ciascuno dei centri commerciali, il Pianeta e il Monforte, forma di svincolo che si addice a quei punti nei quali converge una pluralità di strade e non per l’accesso ad un’unica attrezzatura; sarebbe stato più conveniente immaginare una diramazione a servizio di più unità economiche, da raggiungere con apposite vie complanari, tanto per accennare ad una soluzione diversa che avrebbe garantito pari opportunità alla molteplicità degli operatori che affollano il tragitto, nel perimetro urbano, dell’accorsata arteria per Termoli.

Vale la pena far rilevare a quest’ultimo proposito, a complemento e contemporaneamente a smentita, per certi versi, di quanto affermato qualche rigo fa circa l’attrazione che non c’è solo quella esercitata dal centro commerciale, perché c’è pure l’influenza di questo asse viario di collegamento con la principale superstrada molisana, la Bifernina, altrettanto forte: la strada è l’attrattore di 2 centri commerciali e nel contempo di quegli esercizi di ristoro, di vendita auto; di vivaismo, di rivendita di quotidiani, di oggettistica e via dicendo che si sono attestati ai suoi margini, i quali si sono messi in relazione con tale arteria innanzitutto e in maniera indiretta con i centri commerciali.

Per chiudere questa prima parte del discorso ed aprirne una seconda, occorre sottolineare che se è vero che la capacità calamitante del tracciato viario è superiore, un ruolo significativo lo ha anche nell’attirare le imprese il centro commerciale, le due entità si completano a vicenda. Del resto, in ogni realtà insediativa, il nostro è di forma lineare a detta degli urbanisti, strada e piazza, quella del centro commerciale, stanno insieme. La piazza, dunque, in questi centri tenta di riprodurre al chiuso quella di borghi storici con i negozi che con i loro ingressi prospettano su di essa.

Le piazzette, tali sono, dei centri commerciali viene voglia di leggerle quale tentativo di trasferimento, presi di peso, tutti interi, degli slarghi tradizionali in periferia la quale è nota per non avere punti di aggregazione sociale. Si adopera l’espediente della galleria vetrata per fare entrare la luce naturale e ridurre, così, la sensazione di artificialità che si prova in queste megastrutture. Ciò sia nel Pianeta che nel Monforte. È ovvio che tale volte a vetro sono utili anche per contenere le spese di illuminazione. Se la nostra è la società dei consumi è scontato che il commercio sia un settore primario, non terziario come si indica nelle statistiche e lo si dice benevolmente; i posti, cioè il centro commerciale, in cui esso si pratica acquistano centralità nel territorio.

Le due parole chiave per capire tale fenomeno sono decentramento e accentramento, le quali ne rappresentano i poli contrapposti, e che, però, in riguardo dei centri commerciali non possono vivere separatamente: chi in precedenza commerciava nel nucleo urbano decentra la sua azienda e si accentra contemporaneamente insediandosi nella superficie del centro commerciale. Una strenua difesa della collocazione originaria è messa in atto dai soggetti che operano nel comparto dell’alimentazione, anche se la concorrenza è agguerrita da parte dei centri commerciali ai quali lo smercio di generi alimentari assicura una frequentazione giornaliera con le persone partite per comprare il cibo che colgono l’occasione per visitare altri reparti.

Oltre che l’era del consumismo la nostra è anche l’era della motorizzazione nella quale l’automobile impera pure per la spesa giornaliera; ad essere penalizzati sono gli anziani e chi, per ragioni di reddito, non possiede l’auto e, soprattutto l’umanità nel suo complesso per via dell’innalzamento della temperatura del pianeta dovuto alle emissioni climalteranti dei mezzi motorizzati.

Francesco Manfredi Selvaggi344 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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