In nome del progresso: disumanizzatevi!

Riceviamo e pubblichiamo il contributo di William Mussini pur non condividendone il contenuto, nella speranza che possa suscitare un dibattito ampio e articolato

Lo sterminio di un popolo, chiamato genocidio, è definito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come la negazione del diritto di esistere di un intero gruppo di esseri umani. Nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio adottata dalle Nazioni Unite nel 1948, si afferma che il genocidio è un crimine internazionale ed è compito delle Nazioni impegnarsi nel prevenirlo ed evitarlo.

L’Articolo 2 della Convenzione definisce così il genocidio: “gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare il suo annientamento fisico, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro”.

Alla luce di quanto è successo al mondo nel corso degli ultimi cento anni, ed ancor più, di quanto succede oggi alla nostra Italia, potrei azzardare l’ipotesi che una nuova, più evoluta e apparentemente meno cruenta forma di genocidio, si stia subdolamente compiendo grazie all’azione del potere sociale e anche alla nostra inconsapevole complicità. Per essere più chiaro, potrei definire l’odierna forma di sterminio delle coscienze come il genocidio della veritas mutabilis. Il termine veritas mutabilis lo prendo in prestito con l’accezione presente nel libro di Luigi Baldi (edito nel 2006) intitolato “Veritas mutabilis. Natura umana e ricerca della verità in Tommaso D’Aquino”.

La perenne ricerca della veritas contingente si origina dalla volontà umana di dare un senso alla realtà e si realizza come sospirata verità fattuale solo quando diviene espressione tangibile di un sommo bene o di bene supremo rivelato. Esso, il sommo bene, sopprime ogni forma di energia contrapposta e dannosa (il male) solo in seguito alla loro accettazione, offrendo all’uomo curioso e pensante l’opportunità di affrancarsi dalle sofferenze terrene, di realizzare la pace interiore e di migliorare l’aspetto spirituale.

Questa visione occidentale e classicista del concetto di veritas, potremmo ad ogni modo considerarla come universalmente riconoscibile, in quanto processo naturale di accrescimento della consapevolezza, condiviso anche da parte di culture e filosofie non cristiane. L’uomo come individuo, autonomamente, come atomo di un organismo comunitario che chiamiamo umanità, da sempre, è alla incessante ricerca della verità, della giustizia, del bene. Ciò che ha reso più arduo il cammino dell’individuo verso l’equilibrio e la verità, da sempre, è rappresentato dall’azione vessatoria, autoritaria e destabilizzante del potere sociale ed elitario in tutte le sue varie e variegate forme storiche.

Proviamo adesso ad immaginare il percorso che l’evoluzione del potere sociale ha compiuto, in Italia, dal secondo dopoguerra ad oggi, per porre in essere il genocidio della veritas mutabilis. Ribadendo ciclicamente il compito ereditato nel corso dei millenni dai suoi rappresentanti di essere gli auto-designati monarchi, oppure gli eletti democraticamente portavoce delle istanze popolari, i cosiddetti ‘competenti’, regolano e condizionano unilateralmente le dinamiche sociali di masse umane altrimenti allo sbaraglio.

Il potere sociale possiede diverse armi di persuasione, ben collaudate, che utilizza da secoli e con diverse modalità, contro apparati di potere avversi, contro movimenti popolari libertari, contro eretici religiosi e ideologici, contro i nemici del dogma scientifico, religioso e politico.

L’arma principale del potere dell’uomo sull’uomo è senza dubbio la capacità di instillare paura! Ricordiamo in proposito la dichiarazione del gerarca nazista Hermann Goering, rilasciata allo psicologo Gustave Gilbert durante il processo di Norimberga: «Certo, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese». Non si può non ignorare il fatto che anche nell’era moderna, a partire dalla guerra fredda USA/URSS e, successivamente, dall’11 settembre 2001, un incessante susseguirsi di emergenze vere o presunte, di varia natura, consente ai governanti di quasi tutti gli Stati mondiali di regolamentare e controllare sempre più pervicacemente i popoli timorati.

La seconda arma elitaria ed efficace quanto la prima è senza dubbio la capacità di dividere il popolo.

Dividi e comanda grazie a: riproposizione continua di ideologie contrapposte, eugenetica moderna e selezione sociale, classismo, arrivismo e mito del successo, competizione sociale, dialettica pornografica dei media e diffusione di etichette qualunquiste, conformismo inteso come fattore discriminatorio, mantenimento di baronati nelle università, nella classe politica come nel comparto industriale e nella magistratura, emarginazione delle minoranze e dei miscredenti del sistema, accentramento del potere finanziario e distruzione capillare di piccole e medie imprese a beneficio di corporazioni e multinazionali. Per un approfondimento, in questi precedenti articoli ho descritto nel dettaglio la genesi e gli effetti delle dinamiche deleterie che scaturiscono dal divide et impera.

La terza arma che il potere sociale utilizza in tempi più recenti per deviare l’individuo dalla veritas mutabilis, potremmo considerarla come un insieme di mosse strategiche di ingegneria sociale, finalizzato alla manipolazione psichica, alla omologazione dei bisogni e, al contempo, all’impoverimento delle coscienze.

I mezzi per ottenere l’appiattimento e l’asservimento degli individui sono: 1) l’instaurazione del regime neo liberista su scala planetaria, 2) la globalizzazione dei mercati, 3) la creazione del mito del progresso tecnologico come mezzo per soddisfare pseudo bisogni apparentemente essenziali, 4) la creazione di emergenze continue e la conseguente offerta di soluzioni già confezionate.

In nome del progresso, la disumanizzazione ed il genocidio delle coscienze e della veritas, si perpetua oggi alla luce del sole. Mai come adesso, in piena ‘emergenza sanitaria’, l’azione deviante, necrotizzante e divisoria del potere sociale, scatena le milizie dei neo-vassalli mediatici, contro il popolo imbelle, rincitrullito da chimere di ‘eternità’ mortifere, convogliato lungo le corsie di ipermercati che vendono cibo cancerogeno e medicinali, come si fa con gli animali d’allevamento. Ma forse questo è il primo passo verso un cambiamento inaspettato ed insperato. Un risveglio repentino delle coscienze da quell’incubo che ci tiene imprigionati, spero ancora per poco, in una illusoria aurora. Quale potrebbe essere la prima azione rivoluzionaria per riaprire gli occhi alla verità?

Spegnere per sempre la televisione e gettare al macero lo smartphone, ad esempio.

Il brano “Il deserto” di Giorgio Gaber, contenuto nel disco “Io Se Fossi Gaber” 1984/1985, profetizzava ciò che potrebbe accadere in un prossimo futuro, quando, forse, l’individuo oramai ridotto ad un automa privo di senso critico, realizzerà per chissà quale miracolo, il riscatto della sua primordiale funzione di Essere pensante, dotato di energia universale e potere compassionevole.

Così raccontava parte del testo composto da Alessandro Luporini e Giorgio Gaberscik: “E se improvvisamente ti venisse in mente. Ti venisse in mente che quella bocca colorata. Gira per le stanze vuote. La grande orchestra è lì che suona. E non si sentono le note. Se tu vedessi la tua casa vuota. Come vista da lontano sempre più lontano. C’è soltanto la televisione e nei palazzi. Nessuno! Se ti venisse in mente che niente ha resistito. La massa è morta dolcemente e l’individuo. Si è addormentato. Il deserto, il deserto. L’illogica illusione che la voce si disperda. Nel deserto. La grande sensazione di essere soli insieme a tutti. Nel deserto.

C’è solo il grande schermo che va avanti. È una follia di indifferenza e presunzione. Non si accorge di parlare a gente assente. A un auditorio di cartone. La grande bocca non si può fermare. Non fa conto dell’assenza. E sfoga la furia di abbondanza. Sempre più vistosa. Bisogna far qualcosa, bisogna far qualcosa. Trecento ballerini luci a tutto spiano. Gli specchi la ricchezza e anche lo spreco il grande sacrificio. L’America che irrompe nelle case vuote. I fuochi d’artificio. Bisogna far qualcosa qualsiasi cosa. Bisogna dirlo a quella bocca aperta. Mandargli un telegramma urgente. Guardate non c’è più la gente.

Bisogna dirlo. Al grande schermo ai dirigenti, alla Demoscopea. La gente è andata via, la gente è andata via. È andata tutta via. Il deserto, il deserto. L’illogica illusione che la voce si disperda. Nel deserto. La grande sensazione di essere soli insieme a tutti. Nel deserto. E per la prima volta e per noi soli. Il sole è tramontato e poi si è alzato. E si respira e l’aria è fresca al mio palato. E per la prima volta e per noi soli. Il sole”.

William Mussini54 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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