Il pastore e la locomotiva

Riceviamo e pubblichiamo da William Mussini 

di William Mussini

Se l’uomo moderno si interessasse più alla ricerca d’una idea eroica che alla visione della televisione o alla digitazione ossessiva, forse adesso, ci sarebbero meno citrulli che si struggono per come meglio abbinare i colori dei propri abiti. Se esistesse ancora un minimo di compiutezza fra le mille parole spese nelle giornate della nostra epoca, allora forse io non avrei più il bisogno di essere ostinatamente magniloquente e provocatore.

Ma ne siamo così tanti al mondo, assuefatti dalla violenza dolce della moda che lo sconcerto di fronte al numero di birilli che cresce in maniera esponenziale diviene quasi fobia; la paura di perdersi e di non ritrovarsi più si riaffaccia ogni qualvolta squilla un telefono. Le macchine, i congegni, la tecnologia e la produzione iper sviluppata, hanno reso sterile il linguaggio, la fantasia e l’estro arcaico di chi vorrebbe comunicare con la voce della relatività.

Il mondo multimediale figlio del regresso neoliberista, così ben organizzato e schematizzato non fa distinzioni di sorta; in ogni casa c’è una televisione, ogni famiglia ha una o più automobili, ogni membro ha il suo smartphone; tutti gli uomini sono dei numeri, numeri dentro altri numeri, poi divisi in categorie, classi, (ma Marx non c’è più), lavoratori, disoccupati, sindacalisti, padroni, pensionati, casalinghe, manager.

Ne siamo davvero in tanti, così tanti che mi vien voglia di aprire un ristorante. Il piatto forte della casa potrebbe essere un bel frittatone di sconcerìe umane; dentro tutte le cazzate (comprese quelle del sottoscritto), le idiozie, i vuoti e le insufficienze delle persone mediocri, dentro ancora tutti gli uomini di stato, dai politici ai magistrati, poi i religiosi ed i mistici domenicali, giù tutti gli estremisti da destra a sinistra, i patrioti, i campanilisti, i combattenti etnici, poi i mafiosi e gli ingegneri, (notare l’accostamento) i tifosi di calcio e di altri sport idioti, tutti dentro, presidenti, dottori, avvocati, preti, mamme, nonne, zie, vescovi, cardinali, papi.

Ma un momento! Il nostro mondo e la nostra civiltà sono già un enorme frittatone! Forse sono malato, mi sento il Bastian contrario dell’era dei numeri, così intransigente, così infuocato e carico d’insulti. Potrei sentirmi a volte come lo sputo di un deficiente che si ostina ad espettorare contro vento. Forse tutti gli altri sono saliva di marinai astuti. Sarà, ma io il frittatone lo darei in pasto ad enormi fauci cosmiche a forma di sedere.

E poi appare magicamente una mail promozionale da parte di chi ti ascolta, ti legge e ti controlla dal tuo fedelissimo telefono tutto fare: “Ma guardati meglio intorno sciocco! Non vedi che ci sono ancora persone degne ed ingiudicabili, metti da parte la tua rabbia, ascolta le loro voci sincere, ti chiedono consensi ed amicizia, i tuoi problemi sono anche i loro, potrai risolverli nell’unico sodalizio che ti renderà felice… Telefona al numero verde per pensatori ribelli pentiti, una voce amica saprà capire…!”

Se uno scrittore si prefigge di comunicare al lettore idee dal contenuto estremo, l’unica maniera di risultare chiaro o quantomeno comprensibile è quella di scrivere soltanto nei momenti di ubriachezza psichica, cioè quando non si è in grado di distinguere la realtà dalla metafora; la mescolanza che ne scaturisce è un limpido esempio di delirio poetico. I miei deliri sono come il ronzio di mosche sopra cadaveri o carogne.

Lo si ascolta in silenzio, consapevoli ed impressionati dalla visione del contrasto crudele ma naturale. Il cadavere immobile non emette suoni, sopra di esso si posano le mosche saltellando e saggiando le carni morte. Una visione raccapricciante e vitale allo stesso tempo, una contraddizione di colori, suoni ed immagini che si alternano dalla staticità al movimento. Il ronzio delle mosche diviene come un messaggio epico, diviene racconto acre e deciso, esso assilla, sconforta, attiva riflessi, tiene svegli i sensi; come il mio delirio antagonista del potere che volteggia impavido per poi appoggiarsi sopra un brandello di umanità già prossima al putridume. Il silenzio di una mente che fagocita i pensieri e le contemplazioni è come il silenzio di un cielo stellato.

Di notte la mente e l’universo comunicano con il linguaggio del silenzio. Quando l’ultimo pastore libero di quell’epoca bucolica ed arcaica discese il Carso alla ricerca di nuovi armenti e di nuovi pascoli, i pianeti e gli astri che lo videro ansante e stanco, gli indicarono la sola via; nell’anno in cui la prima locomotiva segnò le rotaie giunse sulle spiagge del Mar Nero. Fu in quei giorni che in una giungla spinosa, fitta di rovi e intrecciata di arbusti nodosi, scura e silenziosa, cresciuta sopra gibbose colline argillose, conobbe ed apprezzò l’animo vagante della sua antica leggenda di uomo.

Fu per lui come immergersi interamente in un racconto, un’immaginazione infinita dava forme alle figure ed ai luoghi assurdi di quella favola grottesca. Attorno al pastore comparvero gli alberi e così le ombre di animali, comparve la luce filtrata dal fogliame ed ascoltò sussurri di piccole creature. Tutto in movimento, nel turbinio colorato e denso di quella sorta di sogno materiale, fin troppo reale e sfrontato, per mille secondi, solo un intreccio nostalgico di foglie, rami, carni, occhi furtivi, odori e colori cupi. Dentro di se pensava: “Afferra, prendi tutto ciò che puoi, tocca con le mani le fantasie d’un folle, sei di fronte alla creazione della tua erudizione, approfitta, immergi il tuo corpo carnoso nell’universo dell’immaginazione, ora che sei confuso con esso..”

Ma di fronte all’immane cambiamento, nel rimanere attonito davanti la locomotiva a carbone che avanzava inesorabile, simbolo nefasto di futuri stravolgimenti industriali, epocali, distruttivi, ammalianti, il povero pastore si arrese. La capitolazione compiacente alle lusinghe del progresso fu il suo definitivo fallimento, si ritrasse nel giaciglio estivo, si risvegliò stanchissimo, come se avesse affrontato un leone, come se avesse fermato una cascata con le sole mani.

Il delirio della mente competitiva, arrivista e febbricitante, si manifesta nelle forme più inconsuete, quand’essa edifica strutture, tecnologie, macchine, ordigni sofisticati, opere d’arte, la sua sostanza immaginata assume l’aspetto reale delle forme e quand’essa implode nei pensieri bramosi di ricchezza, ruba energia dalla natura e la trasforma in bisogni superflui di plastica e metallo. Il pastore abdicò, abbandonò gli armenti sui pascoli bruciati, li salutò lacrimando, prese il treno per andare in città, aprì un mutuo presso una banca di clericali, comprò un furgone con scritto Big Mac e si suicidò.

William Mussini70 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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