La teoria del fare i conti con il passato. «Stirpe e vergogna» di Michela Marzano

Deve essere stato davvero un dramma per Michela Marzano – deputata fino a qualche anno fa del Partito Democratico e portatrice sana (non è più nel Pd) dei valori fondamentali della sinistra – scoprire che suo nonno Arturo era un fascista. E non un fascista come lo furono quasi tutti gli Italiani, durante il ventennio. Ma un fascista della prima ora; già dal maggio del 1919. Così convinto da essere il primo magistrato in Italia a condannare un gruppo di ragazzi perché scoperti a cantare “Bandiera rossa”.

Michela Marzano, a quasi cinquant’anni, nel 2019, scopre che suo padre ha altri quattro nomi oltre a quello con cui viene da sempre chiamato – lo legge su un certificato di nascita ritrovato per caso – e che l’ultimo è Benito.

E da qui parte, senza darsi tregua, per un viaggio forsennato alla ricerca di ogni indizio che possa chiarire la posizione del nonno, e anche del padre, nei confronti di ciò che – così pensava – era sempre stato contrario ai valori della sua famiglia. Sì, anche il padre: economista di sinistra, avverso a ogni idea o ideologia di destra ma ora sospettato di connivenza con il proprio genitore fascista, di rimozione di quanto vissuto in gioventù, di ipocrisia culturale e politica nei confronti dei figli.

«Ve be’, il nonno era il nonno e il papà è il papà, mi sono detta per anni. Ma chi era davvero mio nonno? Mi chiedo adesso. Era un monarchico o non ha mai smesso di essere fascista? E mio padre, poi, perché non ha mai preso un paio di forbici e reciso il filo della tessera del PNF che era nella teca? E io dov’ero? Perché io stessa, per quasi cinquant’anni, mi sono convinta che i fascisti fossero gli altri, che io non avessi nulla da spartire con loro, e che la mia storia e le mie battaglie fossero la prova evidente della mia innocenza? Perché quest’amnesia famigliare?»

Così in un percorso tripartito, come quello di Dante – che coincidenza l’uscita di “Stirpe e vergogna” nell’anno, e persino nel mese, del centenario della morte del sommo poeta! -, un percorso che parte dall’inferno del disonore e della colpa e giunge al riscatto attraverso la sofferenza, il purgatorio del non derogare mai dal dirsi la verità. Senza sconto alcuno: sfiorando continuamente sadismo e masochismo. Ma qui soffrire per le proprie azioni, o con le stesse azioni provocare imbarazzo e dolore profondo ai propri cari, è necessario per eliminare le cause di sofferenze più grandi, quelle provocate dal silenzio, dalla rimozione, dalla finzione, dalla recitazione quotidiana fatta con maschere che non ci assomigliano e che forzatamente adattiamo al nostro volto.

«Per anni ho pensato che la vergogna fosse una conseguenza della mia ansia di perfezione; e che l’ansia di perfezione fosse, a sua volta, il risultato della paura di non corrispondere alle aspettative che avevo su di me. Oggi mi chiedo se sia questa la sequenza esatta, oppure se, per anni, il mio errore sia stato non capire che il punto di partenza era proprio la vergogna. (…) Se hai delle aspettative, è solo perché dietro cova l’ansia di perfezione; e l’ansia di perfezione non può che essere la conseguenza della vergogna. L’origine di tutto è lei. Ci dev’essere qualcosa di ontologico nella vergogna.»

Nella sua ricerca incalzante, l’autrice si imbatte ne “I senza memoria” di Géraldine Schwartz che, riferendosi a sua volta ai propri genitori, scrive: «Non erano stati né dalla parte delle vittime né da quella dei carnefici. Non si erano segnalati per atti di coraggio, ma non avevano neanche peccato per eccesso di zelo. Erano semplicemente Mitläufer, persone che seguono la corrente, conformisti, gregari.»

Ma questo termine, Mitläufer, che funziona così bene per i tedeschi – che sono stati Mitläufer con il nazismo ma anche, nella Ddr, con il comunismo – può essere usato per gli italiani che hanno vissuto il fascismo? In questo caso, per rimanere nel centenario di Dante, a noi italiani basterebbe il termine “ignavo”, che è più mediterraneo, meno collegato alle astrazioni filosofiche tedesche e più vicino al morbido declinare le responsabilità della cultura latina e greca. Ma Dante, così come Michela Marzano, non fa sconti: “non segnalarsi per atti di coraggio, non peccare per eccesso di zelo” è peccato. Peccato mortale. E contro i peccati mortali solo la bellezza freddissima della verità può vincere e può produrre il riscatto attraverso lo svelamento e l’abolizione del nascondimento.

«Il problema è che non ne posso più di tutta questa gente che si crede scaltra, e che cerca sempre il modo di approfittare della buonafede altrui. Odio l’idea che nella vita si vada avanti così, con i furbi che vincono sempre e gli altri che possono solo prendersela con se stessi e la propria ingenuità. Odio chi se ne approfitta. Odio il cinismo. Odio chi non prova mai vergogna. Odio chi non sa nemmeno cosa siano i sensi di colpa. Odio le menzogne. Odio la falsità. (…) Il punto è sempre la giustizia. E l’ingiustizia. E la sofferenza. E la conseguenza delle proprie azioni.»

Il libro della Marzano è crudo ma ristabilizza, come una terapia dolorosa. E, forse, lascia intendere che ciò che è stata costretta a fare l’autrice, per lei stessa e per tutti noi, il suo intraprendere un viaggio così doloroso, non dovrebbe rimanere un’esperienza umana e culturale proiettata all’indietro. Il mettere a punto uno strumento tanto efficace, per salvaguardare i valori imprescindibili e i diritti fondamentali, dovrebbe essere esercizio quotidiano rivolto anche alla storia più recente e persino al presente.

Scrive Michela Marzano: «”C’è del marcio in Danimarca” commenta Amleto rendendosi conto degli intrighi, dei tradimenti e degli inganni che aleggiano sul trono danese dopo la morte del padre. Ma non è, in fondo, quello che si potrebbe dire dell’Italia, quando si pensa alle fondamenta stesse della nostra Repubblica?»

Ma il marcio è solo alle fondamenta della Repubblica? Solo alle origini? Al fascismo? E il primo piano delle stragi? E il secondo piano dei rapporti con la mafia? E il terzo del clientelismo che ha strutturato, forse per sempre, la gerarchia dei quadri dirigenziali, pubblici e privati, della nostra società? Quando osserviamo, dalla finestra del nostro cortile, gli interni di questo edificio, ci sembrano essi così diversi dalle fondamenta? E non ci sentiamo anche noi un po’ Mitläufer e un po’ ignavi per aver votato o per non aver affrontato – democraticamente ma con maggiore energia e partecipazione – gli inquilini di questo palazzo che ora la fanno da padroni nelle riunioni di condominio?

“Stirpe e vergogna” non è solo un bilancio. È un programma, una prospettiva. È un invito a non fingere più. «Quando non lo si rielabora, il passato, ci agisce. Se non si decide di farci i conti, lo si tramanda di generazione in generazione. Quando ci si illude di averlo rimosso, riaffiora. E prima o poi c’è chi, il conto, deve pagarlo.» E qualche pagina dopo: «Il passato non passa mai. È inutile illudersi che certe cose non succederanno più. La storia ci sorprende e ci coglie impreparati. Fino a quando non saremo capaci di rielaborarla profondamente, ci inghiottirà, ci spingerà a ripetere gli stessi errori, ci forzerà la mano e svelerà la nostra cattiveria.»

Dunque, nell’accelerazione vertiginosa della nostra contemporaneità, è necessario dirsi subito le cose. È necessario interrogarsi seriamente, in tempo reale, per evitare che tra cinquant’anni lo facciano i nostri nipoti con tutta la sofferenza conseguente e provocata gratuitamente dalla nostra ignavia.

Michela Marzano si chiede: «Eichmann, durante il processo, non ebbe mai nemmeno un attimo di emozione, mai nemmeno un istante di compassione. Alla sbarra i sopravvissuti raccontavano l’orrore dei campi, e lui li fissava, immobile, come se stesse ascoltando il resoconto di un evento qualsiasi. È davvero qualcosa che può accadere a chiunque?»

Può accadere anche a noi? A noi che in questo momento, dalle nostre case calde e confortevoli, osserviamo ciò che accade agli Uomini traghettati nel Mediterraneo, a Quelli costretti ad attraversare la Manica, a Quelli ancora bloccati al freddo tra Bielorussia e Unione Europea (non è Polonia… è proprio il nostro territorio, quello in cui viviamo anche noi, l’Unione Europea)? Non somiglia, la nostra indifferenza, a quella dei nonni che hanno vissuto il fascismo? E, addirittura, nel nostro caso, senza la giustificazione del non sapere o del non sapere completamente: perché noi, il dolore dei nostri fratelli ce l’abbiamo sullo schermo di tablet, smarthphone e pc, proprio accanto al messaggino che stiamo inviando con whatsapp, o al testo che stiamo postando su facebook e instagram. Di ciò dovremo dar conto a chi continuerà la nostra stirpe. Di ciò ci vergogneremo.

Giovanni Petta62 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017), «Cinque» (2017) e «Terra» (2021) ; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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