La società dello spettacolo

di William Mussini

La merce e la sopravvivenza aumentata.

Il testo di filosofia sociale del francese Guy Debord intitolato “La società dello spettacolo” rappresenta, ancora oggi, una delle opere letterarie più significative di analisi delle società consumistiche contemporanee. Con una lucida visione ed una critica feroce delle società generate dal boom economico post-bellico, in cui la merce è diventata essa stessa “lo spettacolo”, il libro di Debord snocciola profeticamente tutte le problematiche sociali che, da quegli anni in avanti, sono apparse in seguito all’azione nefasta dei mercati e alla pervasività dei mass media. Il dominio quasi incontrastato delle immagini mediatiche sulla realtà ha poi determinato, secondo Debord, il compimento della deriva sociale verso l’alienazione.

Il concetto di alienazione sociale sviluppato dalla filosofia hegeliana e post hegeliana, già affrontato nella riflessione sociologica proposta da Karl Marx, viene proiettato da Debord su altri livelli. L’autore, infatti, non si limita ad osservare gli aspetti legati esclusivamente al mondo del lavoro e della produzione, ma si concentra con maggiore attenzione sull’aspetto consumistico delle società e sulla sua rappresentazione.

Gli elementi tipici dello “spettacolo”, inteso da Debord come strumento di intrattenimento, sono considerati “separati” nella loro funzione specifica, come separato lo è il pubblico dagli attori, il palcoscenico dalla platea, la rappresentazione dalla ricezione passiva. Inoltre, l’autore evidenzia che il dominio delle immagini mediatiche sulla realtà (mai come adesso, così invasivo e pervasivo), spinge i fruitori passivi dello “spettacolo” sempre più verso la ricerca dell’apparire piuttosto che dell’essere.

Quante generazioni di giovani occidentali sono state indottrinate dalla violenza dolce della moda? Quanti individui hanno avvertito il bisogno di assomigliare all’immagine stereotipata dell’uomo socialmente conforme che il mercato, per mezzo della pubblicità, ha divulgato pervicacemente attraverso i media?

Il filosofo, come i giovani hegeliani e come già sosteneva anche Feuerbach, considera anche la religione (fede, dottrina e liturgia) come un esempio di “spettacolo” in cui la divinità si presenta come la proiezione ultraterrena di ciò che l’uomo desidera essere o divenire durante la sua vita mortale. Debord, nel rivisitare il pensiero di Marx e Moses Hess, considera la politica e l’ideologia nelle istituzioni e negli apparati governativi di uno Stato, alla stregua del fenomeno religioso, ossia come delle rappresentazioni, come immagini “delegate” di quanto una società aspira a realizzare.

La società dello spettacolo debordiana, dunque, basa le proprie fondamenta sul principio economico del post-moderno tipico delle nazioni soggette a sistema capitalistico, definito come principio del “feticismo delle merci”. Esso può essere inteso non più come derivazione di esigenze legate al mondo del lavoro ed alla produzione degli operai (come accadde nel dopoguerra durante la ricostruzione), bensì, legate al consumismo isterico perennemente in crescita delle masse, platea di spettatori, avidi di merci e beni di consumo sempre meno essenziali. È nella contemporaneità che possiamo comprendere ed apprezzare il valore sociologico travolgente di un libro come questo di Debord.

Scrive Debord: “Lo spettatore più contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la propria esistenza e il proprio desiderio.”

La caduta tendenziale del valore d’uso e la sopravvivenza aumentata sono gli aspetti messi in luce da Debord. Questi fattori si concretizzano attraverso il tautologico sistema spettacolare della produzione di merci accattivanti dal punto di vista estetico, ma frivole e, in estrema sintesi, orientate al valore di scambio più che al valore d’uso. Le società odierne, composte da famelici consumatori, non si accontentano più di soddisfare i bisogni essenziali, bensì, attraverso un continuo consumo feticista di merci esteticamente attraenti, compiono definitivamente l’alienazione della merce-feticcio dal bene come prodotto del lavoro.

La metafora dello spettacolo è l’importante e geniale intuizione che il testo filosofico-sociale di Debord, offre come chiave di lettura delle dinamiche socioeconomiche e psicologiche dell’umanità odierna, intesa come moltitudine di spettatori/consumatori, prede inconsapevoli, assorte in uno stato di perenne illusoria fabulazione. La società dello spettacolo, nonostante sia riuscita a soddisfare in origine tutti i bisogni primari della popolazione, si auto-rigenera nello sforzo collettivo di alimentare un sistema economico fine a se stesso che, come sostiene Debord:“ non cessa di contenere la privazione”.

Debord osserva che il pubblico/consumatore, vittima di dinamiche tipiche dell’enfasi spettacolare: “seppur privato di ciò che gli spetta di diritto, si accontenta di una semplice immagine che gli viene restituita”. Possiamo constatare oggi che, come nella previsione di Debord, le masse si conformano all’idea che li relega al ruolo di fruitori passivi di uno spettacolo multicolore creato dalla propaganda mediatica, sotto dettatura operata da corporazioni e multinazionali che assumono, in tal modo, il ruolo di sceneggiatori e registi. Le società moderne sono, di fatto, complici e preda ideale dei nuovi colonizzatori economici, non più elefanti ed eserciti agguerriti sotto la guida di Annibale ma, pifferai magici che, attraverso le immagini elettroniche di mitiche merci e modelli ai quali assomigliare, valicano indisturbati i confini di Stati, regioni, comuni e domicili, attraverso il mezzo più rivoluzionario e deleterio dell’era moderna: la televisione.

La realtà programmata dell’uomo tecnologico moderno, si concretizza attraverso il filtro dello schermo di un televisore, di un PC o di uno smartphone. Tutto ciò che passa attraverso quel palcoscenico multimediale, assume in automatico l’autorevolezza e la veridicità che il pubblico stesso gli attribuisce, in spregio al proprio senso critico ma in ossequio al proprio ruolo di spettatore pagante, bramoso di partecipare ad una rappresentazione effimera dell’esistenza, basata sul commercio e finalizzata ad un appagamento isterico del possesso. Ecco che le masse, chiuse in scomparti stagni, circondate di marchi, oggetti, orpelli tecnologici per la maggior parte superflui o dannosi, dimenticano la natura primigenia della condizione umana, cioè si allontanano sempre più dall’idea di “bene comune” da conservare e coltivare per la crescita sociale in comunione, trascurando la propria componente animica a tutto vantaggio dell’appagamento egoico.

“Lo spettacolo è il brutto sogno della società moderna incatenata, che infine non esprime che il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il custode di questo sonno”, Guy Debord.

 

William Mussini51 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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