Il referendum e la sinistra che non comprende il mondo

L’abbiamo scampata. Il tentativo – su cui Renzi aveva scommesso tutto (con quali conseguenze, staremo a vedere) – di scardinare l’assetto istituzionale del Paese, è stato respinto dal sessanta virgola qualcosa per cento degli italiani che sono andati a votare (tanti, molti di più rispetto alle ultime tornate elettorali).

Possiamo, dunque, essere più che soddisfatti, al di là dei toni stolidamente trionfalistici del fin troppo eterogeneo e variegato fronte del no al referendum.
Il risultato referendario, infatti, ha senz’altro un significato politico, ma di sicuro non ha niente a che vedere con la difesa della Costituzione, e tanto meno con l’opposizione a Renzi. L’aria festosa che si respira a sinistra, come anche il senso di opportunismo da avvoltoi manifestato dal centro (5 stelle) e dalla destra (Berlusconi, Salvini e compagnia bella) nel chiedere istericamente le dimissioni del premier, dimostrano la pochezza analitica dell’establishment politico italiota, piantato su una lettura della realtà deterministica e superficiale; annebbiata da meri interessi di conservazione del proprio status quo.

Del resto, che la sinistra cosiddetta socialdemocratica, in Italia e nel resto del mondo occidentale, dopo aver rinnegato un patrimonio culturale e teorico impareggiabile, sia rimasta a corto di strumenti utili per comprendere i processi sociali e politici che attraversano il mondo, è un fatto indubitabile. Ecco perché, a parte qualche compagno rimasto lucido nonostante tutto (uno di questi, Carlo Formenti, lo abbiamo intervistato per il numero in uscita del nostro mensile), nessuno si è sognato di mettere questo risultato in linea con la Brexit, con il referendum in Grecia, con l’affermazione del lepenismo in Francia, dei 5 stelle in Italia, di Syriza in Grecia, di Podemos in Spagna e, infine, con la vittoria di Trump alle ultime presidenziali USA. Ed ecco perché – errore ancora più grave – ci si ostina ad approcciare al fenomeno “populista” in maniera aristocraticamente sdegnata, come se si trattasse di un’unica orda barbarica, da cui prendere le distanze.

Certo, quello del populismo è un fenomeno complesso; dentro c’è di tutto, anche la barbarie xenofoba e fascista. Meravigliarsi che fra le masse vi siano elementi regressivi è perlomeno da ingenui. Vuol dire non avere la minima cognizione di come è la vita nei quartieri popolari. Vuol dire nutrirsi di pregiudizi e di miti. Del resto, non possiamo aspettarci che la realtà si conformi al nostro immaginario. Tocca a noi, che vogliamo cambiare l’esistente, trovare la chiave giusta. Il problema è che a una certa sinistra il fenomeno è sfuggito completamente di mano. È stata incapace di stabilire la propria egemonia tra le classi oppresse dal capitalismo e dalla globalizzazione. E ora ha paura di quello che potrebbe accadere perché sfugge al proprio controllo.
Quella sinistra che, anzi, si è fatta rappresentante degli interessi del capitale finanziario e delle lobby, che ha distrutto lo stato sociale, che ha svenduto i beni comuni, che ha precarizzato e parcellizzato il lavoro, che ha privatizzato la scuola e la sanità.

Ecco perché gli americani hanno preferito ai democratici che hanno regalato 8000 miliardi di dollari alle banche, un semi-analfabeta nazista dell’Illinois che vuole costringere le industrie a non delocalizzare. Ecco perché quel benedetto sessanta per cento di italiani ha bocciato la riforma dettata dalla Troika. Proprio perché era una riforma voluta con tutte le forze dall’establishment neoliberista. Destra o sinistra, poco importa. Le classi impoverite (compresa una grande fetta di borghesia), al di là del grado di coscienza politica al proprio interno, hanno un solo grande nemico: la globalizzazione capitalista che sposta la produzione dove il costo del lavoro è minore. Se tutta questa rabbia sfocerà in una nuova guerra globale tra poveri, oppure in una rivoluzione sociale che seppellisca l’attuale modello di produzione giunto ormai al culmine, questo dipenderà da fattori, in parte imponderabili, e in parte legati alla nostra capacità di agire, gramscianamente, dentro ai processi reali.

Paolo Di Lella83 Posts

Nato a Campobasso nel 1982. Ha studiato filosofia presso l'Università Cattolica di Milano. Appena tornato in Molise ha fondato, insieme ad altri collaboratori, il blog “Tratturi – Molise in movimento” con l'obiettivo di elaborare un’analisi complessiva dei vari problemi del Molise e di diffondere una maggiore consapevolezza delle loro connessioni. Dal 2015 è componente del Comitato scientifico di Glocale – Rivista molisana di storia e scienze sociali (rivista scientifica di 1a fascia), oltre che della segreteria di redazione. Dal 2013 è caporedattore de Il Bene Comune e coordinatore della redazione di IBC – Edizioni. È autore del volume “Sanità molisana. Caccia al tesoro pubblico”. È giornalista pubblicista dal 2014

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