Michelangelo Pasquale racconta la sua guerra

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di Francesco Montano

Michelangelo Pasquale, nato a Monacilioni nel 1924, è partito militare nel 1943.
I testimoni rinnovano il loro dolore ogni volta che raccontano l’esperienza della guerra e sono il modo più diretto ed efficace per non far addormentare le coscienze. Sarà compito nostro continuare a tenere viva la memoria perché l’orrore non si ripeta e non sia stato inutile, perché nessuno osi mettere in dubbio l’atrocità di ciò che è avvenuto. Lo ascoltiamo entrando nelle vicissitudini che hanno caratterizzato gli anni dell’armistizio di Cassibile che spianò la strada alla caduta del fascismo.

Sono partito il 25 di maggio del ’43, mi hanno mandato a Martano Lecce (9.451 abitanti in provincia di Lecce. Situato nel Salento centro-orientale, è il comune più popoloso della Grecìa Salentina: area ellenofona in cui si parla un’antica lingua di origine greca, il griko. Il paese sorge in una posizione strategica che, dall’antica via romana Traiana Calabra, incrocia l’asse viario Otranto-Martano-Galatina-Gallipoli. Ndr) ed era già tempo di guerra. Ci hanno portato a Lecce e lì siamo stati tre quattro mesi, stavamo dentro certe baracche di legno e c’erano cimici, pidocchi e altri parassiti; mentre eravamo lì, sbarcarono gli americani in Sicilia (nome in codice dello sbarco: operazione Husky, il 10 luglio 1943 gli alleati sbarcarono in Sicilia con l’obiettivo di aprire un fronte nell’Europa continentale, invadere e sconfiggere il fascismo. Dopo la caduta di Pantelleria fu la prima grande operazione delle truppe alleate sul suolo italiano durante la guerra e segnò l’inizio della campagna d’Italia.

Lo sbarco in Sicilia costituì una delle più grandi operazioni anfibie della seconda guerra mondiale, a cui presero parte due grandi unità alleate: la 7ª Armata statunitense al comando del generale George Smith Patton e l’8ª Armata britannica al comando del generale Bernard Law Montgomery, riunite nel 15º Gruppo d’armate, sotto la responsabilità del generale britannico Harold Alexander. Dal punto di vista strategico la campagna ebbe un esito deludente per gli Alleati, che non riuscirono a impedire la ritirata delle truppe italo-tedesche. Da un punto di vista politico, invece, l’invasione della Sicilia ebbe decisiva influenza in Italia: favorì la destituzione di Benito Mussolini, la caduta del fascismo e il successivo armistizio di Cassibile, con cui le forze armate italiane cessarono le ostilità contro gli anglo-statunitensi. Ndr), una notte illuminarono tutto il cielo e bombardarono il Campo d’Aviazione di Galatina. La notte ci dovevamo nascondere sotto gli alberi di ulivi per quanta luce facevano i razzi che ci venivano addosso, ruppero anche il serbatoio dell’acqua e siamo stati più di un mese senza acqua.

Arrivò l’ordine che dovevamo attaccare i tedeschi, gli alleati gli avevano dato 5 giorni per ritirarsi dalla zona e loro si ritirarono a Foggia; però prima che passassero questi 5 giorni, ci avevano riuniti dentro un grande orto, avevamo due mortai Brixia 45 che portavano bombe da 500 metri, poco più grossi di una bomba a mano. Gli altri soldati circondavano il paese; alla fine è arrivato l’ordine di stare zitti e meno male, perché quelli ci facevano fuori tutti quanti, erano molti più di noi. I tedeschi sono arrivati a Foggia, si sono concentrati e dopo sono riscesi fino a Molfetta, dove poi arrivarono gli americani. Dall’inizio avevo fatto amicizia con un ragazzo di Fasano (nella provincia di Brindisi. Ndr): Giacomo Martinelli, un giorno, mentre stavamo incolonnati, passò un sergente e si prese il mio nome, questo mio amico in quel momento era andato al bagno e non c’era, come tornò gli dissi del sergente e che probabilmente ci avrebbero separati; allora siamo andati dal sergente e gli abbiamo fatto segnare anche il nome dell’amico mio, così saremmo rimasti insieme.

Quelli che avevano dato il nome al sergente li hanno portati in una frazione a 4 km da Fasano, mentre la compagnia dove stavamo noi è andata a finire proprio a Fasano e questo amico mio diceva: «Michelà, ma che mi hai fatto fare? Ma che mi hai combinato? Io facevo il soldato a casa mia!». Per Natale davano le licenze e a lui l’hanno data di tre giorni, in quel caso lui disse: «Ho un amico e ci dovete dare la licenza insieme!» e questi l’hanno data pure a me. Mi ha portato a casa sua, lì c’erano i trulli, erano tre e bene ammobiliati. Trovammo l’uva ancora appesa a Natale! Le viti senza cogliere e l’uva appesa, tenevano mandorle, noci e carrube. Dopo qualche mese ci hanno portato a Vairano, c’era una linea di benzina da Molfetta fino a Vairano, là avevamo paura perché la linea di combattimento era molto vicina. Quando siamo arrivati a Vairano abbiamo trovato gli americani che si guardavano un film, siamo rimasti tutti a bocca aperta! Il servizio che dovevamo fare era quello di riempire le lattine. Pensavamo chissà che cosa, ma là si faceva la pacchia.

A Vairano ci vestirono americano con una striscia tricolore sulla spalla ma noi la toglievamo, così non si sapeva se eravamo italiani o no. C’era un magazzino che aveva roba a non finire! C’era un mucchio di bottiglie, un mucchio di sigarette, un mucchio di tutto. A Vairano c’erano le ruote già pronte se si bucava una ruota la buttavano, mica la cambiavano, la mettevano nuova. Se un camion non voleva partire lo lasciavano per strada, così facevano gli americani. Una volta sono salito su uno di questi camion, ho girato la chiave, ha fatto un po’ rumore e non partiva. Allora ho pulito le candele, ho riprovato ed è ripartito, così mi sono messo a girare su un bello spiazzo, quando mi vide un Sottotenente che mi requisì il camion. Io non avevo nemmeno la patente, però a casa avevamo la trebbia e il trattore e perciò lo sapevo guidare. Dopo qualche mese gli Alleati hanno sfondato la linea a Cassino: era una vampa di fuoco, le artiglierie sparavano e gli aerei bombardavano. Poi ci spostarono vicino Roma perché in quella zona avevano situato un deposito di benzina a cui dovevamo fare il servizio di guardia notturna.

Siamo stati là una ventina di giorni, poi ci hanno portati a Terni; siamo stati caricati 10 per ogni macchina, stavamo seduti sulle bombe, avevamo molta paura! E comunque siamo arrivati sani e salvi. A Terni c’era una fabbrica di armi, e là ho visto per la prima volta un carro armato italiano! Siamo stati fermi circa 4 mesi, dopo è arrivato l’ordine che dovevamo fare istruzione con l’arma degli americani e da Terni ci portarono ad Arezzo e poi a Benevento. L’istruzione durava due mesi e poi ci mandarono a Bologna, perché a Bologna c’era una resistenza tedesca e c’erano già i partigiani dell’alta Italia, tanti sono andati volontari per combattere contro i tedeschi. Arrivati a Benevento, a tutti quelli della zona libera diedero una licenza.

I treni funzionavano solo per cose militari, si camminava sempre a piedi: la carrozza du scarpar la chiamavamo e così sono tornato qua (l’intervista e stata registrata a Monacilioni (CB) a casa del signor Pasquale. Ndr). Nel mese di maggio uscì una circolare che diceva che tutti gli sbandati del distretto di Campobasso si dovevano presentare; in quell’occasione mi hanno dato una licenza illimitata, ma poi nel mese di luglio ci hanno richiamato e mi arrivò nuovamente la cartolina. Ci hanno mandato prima a Bari e poi a Taranto, lì ci stavano i centri di alloggio per i prigionieri che rientravano, questo lavoro dovevamo fare. Nel mese di novembre uscì una circolare che diceva che chi aveva 18 mesi di servizio se ne andava in congedo, il 20 di novembre (1944. Ndr) mi hanno dato il congedo e sono tornato a casa; la vita militare è piena di pidocchi e morti di fame.

Noi siamo stati sempre in campagna fino al ’45 io ero agricoltore, stavamo al Pagliarone (Località nel comune di Monacilioni. Ndr) e si lavoravano i terreni, avevamo anche un allevamento di pecore, di vitelli, avevamo le mucche e si lavorava con i buoi si arava la terra a mano, i trattori sono arrivati dopo la guerra li hanno portati gli americani. Di trattore se ne è parlato attorno al ’48 ’49, ma il boom poi è stato dopo del ’50; il primo trattore, in famiglia, è stato comprato nel 1941.

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Francesco Montano13 Posts

Nato a Campobasso nel 1984, laurea in Antropologia Culturale alla Sapienza. Collaboratore presso la rivista: Il Bene Comune arte cultura e civiltà per il terzo millennio. Mensile di approfondimento culturale e casa editrice dal 2015 Ricerche a Lima, Roma e Campobasso Pubblicazione relativa alla ricerca a Roma Dal progetto nazionale: Ricerca per la prevenzione e lo studio dei fenomeni di aggressività e bullismo: “la visione dei mondi nell’infanzia: rappresentazioni sociali bambine correlate alla costruzione della salute”; dal titolo: Narrazioni dall’infanzia su salute, corpo e amicizia. Ricerche etnografiche in tre scuole romane. Progetto realizzato grazie al contributo economico dell’istituto Montecelio, agenzia regionale per la comunicazione e la formazione; publicato a Roma nel 2009. Presentazione relativa alla ricerca a Lima Progetto “Ananias: lotta all’abbandono scolastico mediante un programma di diagnosi e rieducazione per bambini/e con problemi di apprendimento”, realizzato dal CIES, in collaborazione con l’associazione peruviana Amigos de Villa, dipartimento di storia, culture, religioni – università degli studi di Roma “La Sapienza” e cofinanziato dal ministero Affari Esteri – DGCS e dalla regione Lazio. Roma 2012.

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