La lunga (e difficile) transizione molisana

editoriale

Editoriale del mese di Maggio 2018

di Antonio Ruggieri

Prima che dei contributi da Roma e da Bruxelles, più che di una rete stradale almeno decente, di un sistema dei trasporti pubblici che ci dia contezza di vivere in una regione facente parte di un Paese membro dell’Unione Europea, ancor più di un sistema sanitario calibrato sulle necessità di salute dei cittadini invece che su quelle baronali dei medici e sulle altre (che ci vanno a braccetto) clientelari della politica; insomma, prima ancora di tante altre impellenze che sarebbe troppo lungo e avvilente elencare, il Molise, alla fine del secondo decennio del nuovo millennio, ha bisogno di una visione del suo futuro.

Il sottosviluppo assistito che ha orientato e alimentato la nostra modernizzazione è finito e ha lasciato (sta lasciando) sul campo una coda di disoccupazione e lacerazioni che mettono in discussione la stessa autonomia istituzionale della nostra piccola regione.

Abbiamo una sola possibilità per fronteggiare lo tsunami che sta squassando dalle fondamenta l’assetto della nostra condizione: diventare una “comunità competente” che sappia capire quello che accade a livello planetario, per avviare una lunga (e difficile) transizione verso un modello di sviluppo capace di mettere a frutto le nostre vocazioni più conclamate, quelle territoriali e soprattutto quelle antropologiche.

Se ne saremo capaci, dovremo diventare una regione/laboratorio dove si sperimenta l’innovazione e la facondia della sua applicazione; solo in questa declinazione post-industriale il fatto che siamo pochi e marginali può diventare un clamoroso, inarrivabile e paradossale vantaggio.

L’innovazione però – contro un’idea in voga meccanicistica e grossolana – non è semplicemente il grado di tecnologia che si adotta nei processi produttivi.

Essa pervade i rapporti sociali e scompagina la gerarchia; introduce altri, inediti elementi di valutazione; in definitiva, cambia il paradigma.

Se c’eravamo convinti che la competizione fosse il metodo di rapporto fra gli esseri umani e i territori nei quali essi abitano, dobbiamo reimparare a collaborare, a cooperare, riabilitando lo Spirito Pubblico negletto e il destino di comunità, come contesto concreto e significativo anche per quello individuale.

Dobbiamo inaugurare una nuova etica della responsabilità individuale e collettiva, che rivoluzioni l’idea che abbiamo della natura e dell’ambiente: da contesto depredabile per lo sviluppo e per la produzione della ricchezza, a equilibrio delicato e pesantemente provato del quale facciamo parte.

L’innovazione è il nuovo umanesimo del quale abbiamo bisogno.

Innovazione è contrastare le guerre, costruire e coltivare la pace nella giustizia sociale.

Innovazione significa non consentire che un essere umano muoia nello svolgimento del suo lavoro, ma vuol dire anche determinare le condizioni affinché il lavoro sia utile socialmente e gratificante per chi lo svolge.

Innovazione significa molte più risorse per cultura, ricerca e istruzione; le scuole debbono diventare gli incunaboli fecondi dell’umanesimo da costruire.

Il racconto, il progetto del nostro futuro, dovrà essere innanzitutto a cura delle donne e dei giovani (fino ai bambini) della nostra comunità, espropriati da una classe dirigente maschile, senile e imbolsita, limitata per competenza e per uso di mondo, che non conosce le lingue straniere, sa poco di letteratura, guarda con sospetto e svilisce le arti visive e non s’incontra mai a teatro o al cinema.

Nel Rojava, nel Kurdistan situato nel territorio nord-occidentale della Siria, ai confini con la Turchia, per una popolazione di circa 5 milioni di persone facenti parte dei cantoni di Afrin, Kobane e Jazira, dal 2013, su ispirazione degli ultimi scritti di Abdullah Ocalan che ha superato l’impianto marxista-leninista del suo pensiero attingendo alle idee dell’anarchico statunitense scomparso nel 2006 Murray Bookchin, si sta costruendo una società inclusiva e multietnica.

Kobane, a cavallo fra il 2014 e il 2015 è stata attaccata da Daesh (complice la Turchia) ma ha resistito portando la controffensiva fino a Raqqa, la capitale dell’estremismo islamista; nel primo trimestre di quest’anno Erdogan ha aggredito il cantone di Afrin, uccidendo oltre 3.000 persone, quasi tutti civili.

Perciò, per opporci a questi crimini contro l’umanità e per costruire un ponte di collaborazione internazionale e pacifista fra il Molise e il popolo curdo, con un auspicio insanguinato anche dalla connivenza complice della comunità internazionale, sulla copertina di questo numero di maggio lanciamo il nostro “benvenuti nel Molisistan”.

Antonio Ruggieri60 Posts

Nato a Ferrazzano (CB) nel 1954. E’ giornalista professionista. Ha collaborato con la rete RAI del Molise. Ha coordinato la riedizione di “Viaggio in Molise” di Francesco Jovine, firmando la post—fazione dell’opera. Ha organizzato e diretto D.I.N.A. (digital is not analog), un festival internazionale dell’attivismo informatico che ha coinvolto le esperienze più interessanti dell’attivismo informatico internazionale (2002). Nel 2004, ha ideato e diretto un progetto che ha portato alla realizzazione della prima “radio on line” d’istituto; il progetto si è aggiudicato il primo premio del prestigioso concorso “centoscuole” indetto dalla Fondazione San Paolo di Torino. Ha ideato e diretto quattro edizioni dello SMOC (salone molisano della comunicazione), dal 2007 al 2011. Dal 2005 al 2009 ha diretto il quotidiano telematico Megachip.info fondato da Giulietto Chiesa. E’ stato Direttore responsabile di Cometa, trimestrale di critica della comunicazione (2009—2010). E’ Direttore responsabile del mensile culturale “il Bene Comune”, senza soluzione di continuità, dall’esordio della rivista (ottobre 2001) fino ad oggi. BIBLIOGRAFIA Il Male rosa, libro d’arte in serigrafia, (1980); Cafoni e galantuomini nel Molise fra brigantaggio e questione meridionale, edizioni Il Rinoceronte (1984); Molise contro Molise, Nocera editore (1997); I giovani e il capardozio, Nocera editore (2001).

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