Il TAR del Lazio sull’uso telefonini. Qualche considerazione

IL TAR del Lazio si è pronunciato circa l’uso di smartphone e cordless e ha stabilito che i Ministeri della Saute e dell’Istruzione avranno sei mesi di tempo per attuare una campagna di sensibilizzazione e di educazione all’uso corretto dei dispositivi mobili.

In realtà, l’invito a informare correttamente sui rischi legati a un uso smodato di tali dispositivi è cosa datata. Ora, vista l’inerzia delle istituzioni e le sollecitazioni da parte di movimenti e associazioni, il Tribunale Regionale ha preso posizione. Qualche riflessione, però, è d’uopo. Il dibattito circa le ripercussioni dovute alla prolungata esposizione alle onde elettromagnetiche è aperto ormai da vent’anni e ha attirato l’attenzione della scienza che, dopo attenti e svariati studi, non è giunta a risultati univoci, dando pareri discordanti e non certi. Lo stesso Ministero della Salute si è pronunciato in merito e, in passato, ha comunque focalizzato l’attenzione sulla questione. Dunque, negli anni, da quando questo oggetto cult sembra esser diventato il prolungamento della mano, e spesso anche dell’anima, della maggior parte della popolazione mondiale, di iniziative ne sono state prese e, soprattutto, non è mancata l’informazione.

Certo, la pronuncia un organo istituzionale in qualche modo è una risposta ufficiale, forte, ma non si può trascurare il fatto che l’uso del telefonino è un fatto strettamente personale. Sembra, negli ultimi anni, che la responsabilità personale debba essere quasi ufficializzata, supportata dalle istituzioni. Come se ogni cittadino non fosse più capace di aver quel sano buonsenso che lo porti a riflettere e prendere decisioni per il proprio bene. Ben vengano le campagne di sensibilizzazione, utilissime certo, ma poi? Intanto, bisogna dire che questo oggetto, a volte segno di riconoscimento sociale, si è impossessato delle vite di ognuno e, nel tempo, è andato a sostituire i rapporti umani. Questo accade soprattutto tra i giovani e gli adolescenti che, ormai, hanno ridotto gli incontri a quelle “piazzette virtuali” che sono le chat dei famosi gruppi social. Un messaggino, spesso telegrafico, esprime, anche con l’uso di emoticon sempre più numerose, il pensiero.

Una faccina con il broncio per palesare tristezza, una con le lacrime agli occhi per indicare, a seconda dei casi, pianto o risate a crepapelle, insomma, un simbolo per ogni emozione. Così, vengono, in qualche modo, sostituiti i rapporti reali fatti di abbracci, litigate a muso duro, risate sonore e passeggiate salutari. E la cosa peggiore è che quando gli incontri avvengono, il cellulare comunque non viene abbandonato, tutto a discapito di conversazioni che non iniziano o sono distratte, inutili. Una sorta di dipendenza che gli psichiatri, soprattutto riferendosi alla parte di popolazione giovane, hanno definito “nomofobia”, che è la paura di non essere raggiungibili al cellulare, il terrore che la batteria sia scarichi o che il dispositivo non funzioni. Una vera e propria malattia con conseguenze serie. Tutti questi comportamenti anomali sono sotto gli occhi di tutti, da anni. Non sono anche questi segni negativi?

Poi, tornando alla questione salute, le multinazionali di telefonia mobile si sono tutelate inserendo, nelle istruzioni per l’uso, informazioni circa i possibili rischi dovuti all’uso prolungato degli apparecchi. Insomma, le informazioni sul tema non sono mai mancate e non mancano, vanno benissimo le campagne di sensibilizzazione, soprattutto per le nuove generazioni, come i bambini a cui si dovrebbe far recuperare la spensieratezza dei giochi all’aperto, ma tutto dipende dalla responsabilità personale di chi usa gli apparecchi di telefonia mobile. Si dovrebbe seguire l’antico detto latino “in medio stat virtus”, per dire che la via di mezzo è sempre quella migliore.

Anna Maria Di Pietro57 Posts

Nata a Roma (Rm) nel 1973, studi classici, appassionata lettrice e book infuencer, si occupa di recensioni di libri e di interviste agli autori, soprattutto emergenti.

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