“Il bene fatto male, diventa male”. Intervista a Suor Elvira Tutolo

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Suor Elvira Tutolo è una missionaria delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret. Termolese di origine, dopo aver prestato la sua opera in Italia per il recupero dei giovani tossicodipendenti, da venticinque anni svolge la sua missione in Africa. Dal 2001 a Berberati, piccolo villaggio della Repubblica Centroafricana, gestisce un centro culturale collegato al progetto “Kizito”, nato per inserire i ragazzi di strada in famiglie locali, con l’obiettivo di ridare dignità ai tanti orfani, prestando attenzione soprattutto ai minori che hanno problemi con la giustizia, perché sottoposti a procedimenti penali in seguito a piccoli reati o accusati, per un pregiudizio molto radicato, di essere stregoni o portatori di disgrazia, senza dimenticare gli ex bambini- soldato strappati alla schiavitù delle bande armate locali. Attraverso l’alfabetizzazione e la formazione, il proposito è quello di aiutare i ragazzi a reinserirsi nel tessuto sociale.

In occasione dell’Onoreficenza di “Commendatore al Merito della Repubblica Italiana”, che domani riceverà dal Presidente Mattarella, le abbiamo fatto una piccola intervista.

In un momento storico come quello che sta attraversando l’Italia, cosa pensa della questione dei migranti, anche relativamente al “Decreto Sicurezza”?

Innanzitutto, bisogna analizzare l’origine dei problemi con onestà e capire che in passato è stato fatto un grande errore per quanto riguarda l’accoglienza. Accogliere vuol dire “accogliere bene”, perché “il bene fatto male, diventa male”. L’accoglienza indiscriminata di alcuni anni fa non è stata una cosa positiva, perché, a volte, lasciandosi prendere dalla generosità e dal sentimento, non si fa del bene, o meglio, si fa del bene in maniera sbagliata. Nella piccola realtà in cui vivo, gli africani sono talmente legati alla loro terra, alla loro cultura e alla famiglia, che nessuno lascerebbe volentieri il proprio Paese. Questo per dire che dietro a ogni storia di migrazione, di sicuro, c’è un dramma. L’ingiustizia più grande nei confronti dell’Africa, che riguarda soprattutto la zona centrale, risiede nel fatto che questi Paesi ricchi di materie prime, come diamanti, oro e legno, vengono solo sfruttati dalla parte più ricca della Terra. Noi ci sentiamo come una mucca alla quale viene tirato continuamente il latte, ma senza che gli venga dato da mangiare; ci sentiamo spogliati, umiliati e traditi. C’è un’espressione nella lingua del Paese in cui opero che recita: “Maboko na maboko”, che letteralmente significa “La mano nella mano”, per dire che non può esistere una relazione tra le persone, tra i popoli, che non sia di reciprocità. Dunque, questo problema si risolve solo quando i Paesi che hanno potere decisionale e che rappresentano il nord del mondo, decideranno di mettere in condizione la parte più svantaggiata della Terra di vivere normalmente, con le proprie ricchezze, le proprie possibilità. Questo non vuol dire che bisogna escludere l’accoglienza, perché spesso si scappa dalla guerra o, relativamente ai giovani, ci si apre a nuove esperienze. Infatti, riguardo a quest’ultimo aspetto, spesso i giovani, attraverso la televiosione, si costruiscono l’illusione di un paradiso che poi non esiste. Allora, perché continuare a illudere queste persone, invece che richiamarle alla propria responsabilità? Certo, in questo momento il problema degli immigrati è gravissimo e occorrerebbero delle misure specifiche, anche se non drastiche come quelle di Salvini. Se guardiamo la storia della Chiesa, del mondo, certe reazioni accadono. Per esempio, nel nostro Paese abbiamo avuto un attacco da parte dei Seleka, dei barbari che hanno ucciso e distrutto tutto e, chiaramente, chi è stato attaccato si è armato per difendersi. Quindi, violenza contro violenza. Per dire che le misure prese dal Governo italiano rappresentano una reazione di questo tipo. Di sicuro non va bene, ma occorre anche conoscere l’origine di certe situazioni, riprendere in mano gli errori del passato e cercare di risolverli in concreto. I giovani della regione in cui vivo da diciotto anni non pensano minimamente di partire, perché abbiamo una terra fertilissima, ricca d’acqua, dove sono stati creati dei centri agricoli che consentono, anche se in una condizione sempre difficile,di vivere in maniera degna restando nel proprio contesto.

 Cosa rappresenta per lei il riconoscimento che domani la porterà in Quirinale?

Devo precisare che già nel dicembre 2018 sono stata insignita dello stesso riconoscimento da parte del Presidente del Centrafrica, dove sono molto conosciuta. Riguardo all’Italia, sono rimasta sorpresa perché non so chi ha segnalato il mio operato. Certo, sono grata, anche se un po’ a disagio, perché per carattere non amo queste cose e poi, onestamente, quello che faccio è talmente minimo che credo non meriti tutto questo. Nello stesso tempo, mi fa piacere, soprattutto per il Presidente del Centrafrica, che il lavoro delle suore, volto esclusivamente al bene delle persone, venga riconosciuto. Poi, ricevere un riconoscimento in Italia è importante, poiché l’identità è rimasta, anche se vivo da trent’anni in Africa.

Anna Maria Di Pietro43 Posts

Nata a Roma (Rm) nel 1973, studi classici, appassionata lettrice e book infuencer, si occupa di recensioni di libri e di interviste agli autori, soprattutto emergenti.

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