La teoria della democrazia (almeno un po’)

La piattaforma Rousseau e le riunioni di sezione dei vecchi partiti

Nei giorni scorsi, l’attesa del risultato della consultazione interna ai Cinque Stelle, tramite la piattaforma Rousseau, ha fatto gridare allo scandalo perché quel risultato avrebbe potuto rendere inutili, e dunque non rispettare, il lavoro di mediazione del Presidente della Repubblica. Non ci soffermeremo su questo tema ma su come i giornalisti più accreditati hanno commentato la decisione dei Grillini di rivolgersi ai loro iscritti prima di dare l’ok al patto con il Pd.

Tale procedimento di “democrazia diretta” è sembrato improprio perché i deputati e i senatori dei Cinque Stelle sono stati eletti da circa 11 milioni di elettori alla Camera e da circa 10 milioni al Senato mentre gli iscritti alla piattaforma Rousseau sono solo 100mila. I parlamentari eletti dovrebbero, in effetti, decidere secondo la propria coscienza e coerentemente a quanto proposto in campagna elettorale a chi ha deciso poi di votarli. Nel caso considerato, la loro decisione doveva essere autorizzata dall’esiguo gruppo degli iscritti.

L’accanimento contro tale procedimento, tuttavia, è sembrato eccessivo perché non molto diverso da quanto accadeva nei partiti della prima repubblica, anche nel nostro territorio regionale. Pacchetti di tessere di iscritti venivano utilizzati, nelle riunioni di sezione, per far pesare maggiormente il politico di riferimento e le decisioni conseguenti erano tutte relative al numero di tessere che si potevano “rappresentare”. A quei tempi, addirittura, le tessere venivano comprate o regalate dai politici stessi e spesso qualcuno si ritrovava iscritto al partito senza saperlo.

Difficile leggere, in quel periodo, articoli che riportavano queste “improprietà”. È strano, oggi, rilevare la forza degli attacchi al voto di 100mila iscritti – questi di sicuro consapevoli – che partecipano all’esperimento Rousseau.

La democrazia ha molti più diffetti della piattaforma dei grillini, che è sembrata un riepilogo veloce di ciò che potrebbe accadere in un partito tradizionale: 400 riunioni di sezione, con 250 partecipanti ognuna, avrebbero dato lo stesso risultato. O ancora, per esempio, le primarie a cui tutti possono accedere non sono meno sicure di quanto osservato nel mondo dei Cinque Stelle.

In un lavoro del 1984, Giacomo Costa elenca le promesse non mantenute dalla democrazia: “la sopravvivenza del potere invisibile, la permanenza delle oligarchie, la soppressione dei corpi intermedi, la rivincita della rappresentanza degl’interessi, la partecipazione interrotta, il cittadino non educato”.

In una intervista del marzo dello scorso anno, Sabino Cassese diceva che “Il legame politico tra governanti e governati è debole, c’è volatilità elettorale, riflusso dell’impegno politico, astensionismo (per chi lo ritiene un segno di malessere), sfiducia. Contemporaneamente, al circuito politico si sostituisce quello giudiziario; l’esplosione delle tecnologie nutre utopie iper-democratiche, di una democrazia più democratica; i “rappresentanti” sono sempre più incompetenti e non si riesce a trovare il modo di salvaguardare, nello stesso tempo, suffragio universale e selezione epistocratica dei “rappresentanti”; nel corpo elettorale stesso c’è ignoranza e orgoglio dell’ignoranza; ci si chiede se, fermo il suffragio universale, debba essere universale anche l’accesso (in fondo, già oggi non possono accedere alle cariche pubbliche persone la cui moralità sia messa in dubbio da decisioni giudiziarie)”.

Vogliamo aggiungere ciò che accade nel nostro piccolo territorio?

Nei piccoli centri, candidati con famiglie numerose diventano sindaci e assessori, togliendo la possibilità di amministrare a persone probabilmente molto più capaci o, quantomeno, con un desiderio diverso di migliorare la vita delle comunità di quel paese. Ma che non hanno famiglie numerose.

Inoltre, l’esiguità del numero dei voti necessari all’elezione al consiglio regionale permette a imprenditori con aziende di trenta o quaranta occupati di arrivare in consiglio o in giunta. E non sempre tali eletti sono migliori dei candidati che non hanno un bacino di voti di quel tipo.

Insomma, è solo la piattaforma Rousseau il male della nostra democrazia? È solo contro questo vizio pentastellato che dobbiamo combattere con tanto accanimento?

Giovanni Petta19 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

0 Comments

Lascia un commento

Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password