Il Matese, mera espressione geografica

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Ci concentriamo qui sul tema del rapporto di questa montagna con la geografia del bacino mediterraneo, scoprendo che tale gruppo montuoso è assolutamente centrale nel Mediterraneo, posto com’è al centro dell’Italia che è al centro di questo mare. Avvertenza: quelle esposte sono annunciazioni di tesi, quindi sono affermazioni un po’ forzate.

Il Matese è al centro non solo nei sogni degli appassionati di montagna. È al centro della penisola italiana sia in senso longitudinale che trasversale facendo parte dell’Appennino il quale taglia in due lo «stivale»; quest’ultimo, poi, è al centro del Mediterraneo (pure lui) centrale. Che sia il Matese e non uno tra gli altri rilievi montani ad esso adiacenti ad avere il privilegio della centralità è facile dimostrarlo. Misurata in senso orizzontale la linea di lunghezza minore che intercorre tra i due mari che delimitano i confini della nazione verso est e verso ovest è quella fra Gaeta e Vasto nel cui mezzo c’è proprio il Matese.

In verità è più vicino al Tirreno, ma pure le informazioni fornite in precedenza sono per approssimazione. Non è solo una questione di lontananza la quale può fuorviare nella comprensione del rapporto del Matese, e non solo di questo massiccio, con il «mare nostrum», perché altrettanta rilevanza la ha quella di una comunanza di origine tra i due. La montagna matesina nell’epoca della Tetide l’antico oceano dal quale, una volta ritiratosi, viene fuori il Mediterraneo, era parte della distesa marina, salvo, magari, le sue vette, che affioravano in superficie alla stregua di isolotti.

O meglio la sommità del Matese doveva formare una specie di barriera corallina e il resto mare profondo e ciò lo si deduce dalla presenza di fossili incastonati nelle pietre; essi hanno dato vita alla formazione geologica denominata calcari a rudiste in cui si ritrovano spesso (vedi S. Polo) conchiglie, quindi molluschi marini. La sommersione dell’attuale terraferma non deve essere avvenuta tanto tempo fa, sempre geologicamente parlando, se le specie, ovviamente ittiche, che sono rimaste intrappolate nelle rocce non sono molto dissimili, vale per la maggioranza di loro, da quelle ancora oggi presenti le quali ne possono essere considerate le dirette discendenti.

In definitiva, il Matese non è distante, breve o lunga che sia tale distanza, bensì interno al Mediterraneo nel vero e proprio significato del termine. Il nostro monte è una componente integrante del mar Mediterraneo. La sua mediterraneità la si coglie anche in molti altri modi tra i quali si segnala quello di essere partecipe di un sistema economico in cui le risorse ambientali della costa sono integrate con quelle delle zone in altitudine e ciò è tipico del Mediterraneo dove le montagne e le pianure litoranee stanno fianco a fianco; la transumanza fa proprio questo, mette insieme i pascoli in altura con quelli pianeggianti del litorale, utilizzandoli alternativamente durante l’anno, a seconda delle stagioni.

Non vi è nessun altro posto al mondo caratterizzato da una così stretta prossimità tra mari e monti la quale influenza pure la cucina (viene pubblicizzata nei menù dei ristoranti) con piatti fatti con frutti della terra e pietanze con ingredienti marini nel medesimo pranzo senza che tali prodotti abbiano subito processi spinti di conservazione capaci di assicurare la lunga durata.

Ricapitolando, nel Mediterraneo, che già di per sé significa mare che sta in mezzo alle terre (le quali in antico erano tutte quelle conosciute), si distingue una porzione mediana, a noi interessa la sua parte superiore, denominata Mediterraneo Centrale la cui mezzeria è costituita dalla nostra nazione interamente protesa al suo interno, la quale è suddivisa a metà dalla catena Appenninica dove è facile circoscrivere un areale baricentrico, costituito, appunto, dall’Appennino Centrale, lo dice tale aggettivo. La presenza della Sicilia, è ovvio, smonta il ragionamento seguito.

Riprendendo il fiato si intende rispondere all’obiezione, la quale è lecito venga formulata, che il Matese non è il punto focale di tale tratto dell’Appennino essendone collocato al limite inferiore oppure, addirittura, che esso sia il pezzo terminale, in direzione nord, di quello Meridionale (alcuni geografi individuano il momento di passaggio tra le due sezioni appenniniche nel Passo di Rionero Sannitico ovvero nelle Bocche di Forlì e non nel Valico di Vinchiaturo che è più a sud, quando ormai il massiccio matesino va a concludersi); la risposta è che il Matese, riprendendo l’argomentazione esposta all’inizio, è situato lungo la linea più corta che congiunge il Tirreno e l’Adriatico, il che compensa, nell’indicazione di baricentro del Mediterraneo e la rende legittima, la non perfetta centralità secondo la direzione settentrione-meridione nell’Appennino.

La baricentricità, ulteriore precisazione, è relativa a quella striscia montuosa che è la catena Appenninica la quale divide idealmente in due il nostro Stato e, però, considerando che il Matese è spostato verso la costa tirrenica, esso non è esattamente nella mediana fra i due mari, mentre lo è un certo angolo di Roccaravindola Bassa. Rimanendo sempre nelle faccende geografiche le quali comprendono pure le condizioni climatiche, tutto quanto, cioè l’Appennino quale centro del territorio nazionale e il Matese quale suo centro viene smentito e il Mediterraneo c’entra (attenzione all’apostrofo!) ancora.

Il Tirreno è connotato dal clima definito “mediterraneo”, al contrario dell’Adriatico, a partire da quella fetta di Molise che volge verso di esso in su da quello “continentale”; siamo di fonte a climatologie assai differenti fra loro, la prima che prevede tutte e quattro le stagioni e la seconda che tendenzialmente è bistagionale, quindi lunghi inverni che si succedono a mesi con temperatura moderata. Il Matese che è una sorta di baluardo che divide il Molise dalla Campania, che come i gruppi montuosi che lo seguono andando a nord, è in grado di porsi quale barriera alle perturbazioni atmosferiche.

Qui ci interessa in specifico che il crinale matesino il quale separa i versanti tirrenico e adriatico è esposto all’influenza di ambedue i mari, qui più che altrove per quella faccenda che stiamo nella zona più stretta della Penisola. La stazione sciistica di Campitello, appena sotto la cima di m. Miletto, ne avverte l’influsso per l’irregolarità delle precipitazioni nevose e per la mitezza climatica perché i mari sono dei condensatori di calore che scambiano con gli ambiti territoriali contigui.

Dal punto di vista dell’economia locale ciò è negativo e, al contrario, per le supposte ricadute economiche sulle comunità del posto che conseguono alle installazioni degli impianti eolici i quali beneficiano dei venti provenienti dai due opposti mari è positivo. Sulle vette la ventosità è eccessiva per cui finora le uniche centrali sono a quote meno elevate: m. Crivari a Roccamandolfi e Acqua dei Faggi a Longano. Per una strana coincidenza la sommità del Matese sta nel suo centro e perciò m. Miletto riassume efficacemente il concetto di centralità che informa questo massiccio.

Francesco Manfredi Selvaggi250 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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